Intervista a Paolo Cognetti

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Incontro Paolo Cognetti a Piùlibripiùliberi, la fiera romana della piccola e media editoria. Dopo la presentazione del suo ultimo libro, ci facciamo largo tra la folla di lettori in cerca di un autografo e ci sediamo sui gradini fuori dal Palazzo dei Congressi. Cognetti è un ragazzo robusto con capelli e barba folti e rossicci, occhi scuri e una camicia a scacchi blu; sembra aver assorbito tutto lo spirito della montagna e incuterebbe persino un po’ di soggezione, se non fosse per la voce calma e gentile. È autore di alcuni documentari, ha pubblicato (belle) raccolte di racconti, romanzi, un paio di libri su New York e uno sulla sua esperienza di vita in montagna (anche questi belli). Ha un blog, Capitano mio Capitano: http://paolocognetti.blogspot.it




Allora, tu hai scritto un libro sulla scrittura (A pesca nelle pozze più profonde) che non è propriamente un manuale di scrittura come ne escono diversi adesso. Perché hai sentito la necessità di scrivere questo libro? Anche perché sul tuo blog erano già usciti diversi pezzi sull’argomento…
Beh, intanto tutto è nato dal fatto che ormai da sette-otto anni tengo laboratori di scrittura sul racconto. Sin dall’inizio, da quando librerie, circoli me lo hanno chiesto, ho lavorato solo sul racconto. Quindi negli anni ci ho ragionato molto, sia da solo che con gli allievi che di volta in volta incontravo… che cos’è un racconto? Qual è il punto centrale di alcuni dei miei racconti preferiti? Quando è nata l’idea di farne un libro si è trattato di mettere per iscritto tutte le cose a cui avevo pensato in questi anni. All’inizio ho pubblicato qualcosa sul blog perché io lo uso un po’ come terreno di prova per le cose che poi finiscono nei libri.

Poco fa, durante la tua presentazione, Christian Raimo parlava del fatto che ci sono scrittori che scrivono solo racconti e che sono scrittori molto bravi. Ci sono scrittori, secondo te, che sanno padroneggiare bene sia il romanzo che il racconto?
Non mi vengono in mente tanti esempi: uno è Malamud, scrittore assolutamente di racconti che ha scritto anche romanzi. Tra gli scrittori italiani c’è Fenoglio, poi lui veniva spinto a fare romanzi, anche per ragioni editoriali, ma forse la sua forma sarebbe dovuta rimanere quella del racconto. Lo stesso per Hemingway, lui è stato soprattutto un grande scrittore di racconti, lo ha detto anche Truman Capote. Anche Yates. Flannery O’Connor è riuscita a scrivere un bel romanzo. Ma in generale penso che siano proprio due arti diverse.

Tu hai iniziato a scrivere che eri piuttosto giovane, intanto cosa leggevi?
Io ho avuto quest’innamoramento per la letteratura americana negli ultimi anni del liceo, ma non erano gli scrittori che amo adesso, erano più quelli trasgressivi: come Kerouac, Bukowski. L’incontro chiave, come è successo a tanti, è stato quello con Carver e avevo vent’anni. C’è stata anche una coincidenza generazionale perché io ho iniziato a leggere tanto e a innamorarmi degli americani proprio quando certi editori, come minimum fax, stavano nascendo e puntando tutto su questi autori. Se fossi stato di un’altra generazione forse sarebbe andata in un altro modo, ma negli anni ’90 c’era quest’esplosione di scrittori americani, giovani e non, e molti erano autori di racconti. E quindi ho letto Wallace, Moody, da Carver sono andato indietro e grazie a lui ho scoperto Flannery O’Connor… da lì ho scoperto Salinger, Hemingway… andando a ritroso, risalendo ai maestri dei maestri.

Ci sono degli scrittori italiani che ti piacciono in modo particolare?
In quel periodo mi piaceva molto Tondelli, di cui credo di aver letto quasi tutto; mi piacevano le prime cose di Adrea De Carlo, perché raccontava Milano in un modo che non avevo mai letto negli altri scrittori; per me è stato un incontro chiave quello con Jack Frusciante è uscito dal gruppo, mi sono innamorato di alcuni autori tramite questo libro, per esempio a Tondelli ci sono arrivato attraverso Brizzi. E poi, un po’ più tardi, sono arrivato a quegli scrittori che adesso considero i miei italiani preferiti: Rigoni Stern, Primo Levi e Fenoglio.

Il tuo primo libro, Manuale per ragazze di successo, è incentrato su figure femminili. Come è nata questa cosa?
C’erano due grossi motivi. Il primo era l’idea che avevo di scrittura come qualcosa di simile al lavoro dell’attore, non tanto raccontare le tue cose ma quelle degli altri, anche perché a vent’anni non sentivo di avere molte storie mie. Scrivere mi interessava tanto perché mi permetteva di uscire da me e di provare l’immedesimazione, e perché questa cosa risultasse ancora più forte raccontavo di donne. E poi c’era un motivo personale: avevo un sacco di amiche più che amici, mi è sempre piaciuto parlare con le ragazze e mi sembrava di avere una sensibilità vicino alla loro.

Adesso che sono passati circa dieci anni dal primo libro cosa pensi di poter raccontare?
Be’, è cambiato tanto. Sono molto più proiettato sul paesaggio invece che sulla casa, sulla natura invece che sulla città, in particolare sulla montagna, che è un posto dove ormai vivo diversi mesi all’anno, e alla fine sul maschile. È un argomento da cui all’inizio mi tenevo alla larga ma piano piano sento di essermi avvicinato, e la prossima storia che vorrei scrivere è la storia di un’amicizia tra maschi, ma appunto ambientata in grandi spazi. Rispetto a dieci anni fa sento una grande distanza di temi.

Mi pare che tu abbia studiato matematica…
Un pochino, non sono arrivato alla fine degli studi.

Però è una cosa interessante, sia la matematica sia il fatto che uno scrittore studi matematica. È una cosa che ha lasciato delle tracce in te?
Sì, a volte chi non conosce bene la matematica o non se ne è mai appassionato pensa che sia una materia abbastanza fredda e tecnica. Invece non è affatto tecnica, non c’entra niente con lo studio della chimica, della fisica o dell’ingegneria. È una materia molto astratta, e una delle qualità più grandi del matematico è l’immaginazione, la capacità di entrare in questo mondo che non è fatto tanto di formule quanto di forme, linee, curve… quello che succede nella testa di un matematico non è tanto diverso da quello che succede nella testa di uno scrittore quando pensa ai suoi personaggi e alle sue storie. È come se ci fosse un mondo, che esiste solo nell’immaginazione, in cui tu riesci a muoverti, riesci a pensare e a ragionare. E poi un matematico deve continuamente cercare di risolvere degli enigmi, e quasi mai ce la fa: si parte da una domanda e poi, piano piano, anche in modo frustrante, si cerca di fare luce, di arrivare a una soluzione. È un lavoro davvero molto simile a quello che si fa quando si scrive un racconto.

I LIBRI DI PAOLO COGNETTI



 

 

 
 
 
 
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