Intervista a Paolo Colagrande

Paolo Colagrande
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Come un pittore realista Paolo Colagrande, lo scrittore che ha vinto il Premio Campiello Opera Prima nel 2007 con Fideg, che scrive racconti su Panta e Linus, fondatore della rivista l’Accalappiacani, vive profondamente immerso nella realtà che descrive nei suoi libri. Lo incontro nella sua Piacenza, in occasione dell’uscita del suo ultimo libro Kammerspiel, dove ad ogni angolo di strada puoi incontrare amici e lettori, cui non nega mai una parola, una vigorosa stretta di mano.L’incontro mi aveva sollecitato una fitta serie di domande di ordine rigorosamente letteraria. Ma poi il suo atteggiamento confidenziale e accogliente hanno sciolto le mie riserve lasciando che dalle domande trapelasse la profonda umanità del personaggio che avevo dinanzi…

 

Da quali possibili ispirazioni è nata l’idea alla base del tuo romanzo Kammerspiel? Sei tu che cerchi le storie o sono le storie ad inseguirti per essere messe sulla carta ?

Non c'è un criterio, le storie nascono spesso imprevedibilmente, magari da una parola o una frase che a un certo momento ti gira nel cervello o che ascolti in giro, da un fatto che ti capita o ti viene raccontato e te ne suggerisce un altro. Lì stabilisci un primo collegamento e parte poco alla volta la storia.

 

Quanto c’è di autobiografico nella figura di Bisi ? Perché anziché reagire ai torti subiti sembra a volte inerte ed incline alla meditazione ?

Bisi tende alla speculazione ma non giudica mai, crede in un principio generale di buona fede e quindi non si accorge, o non si accorge in tempo, che sta subendo un torto. Non è tanto diverso dal Candido di Voltaire: Candido è convinto di vivere nel miglior mondo possibile e accetta quello che gli capita come una conferma della sua tesi cercando a tutti i costi una quadratura del cerchio. Bisi non crede di vivere nel miglior mondo possibile, anzi il contrario, ma anche cerca lui la quadratura, non per concludere che il mondo è bello ma nel tentativo di capire le ragioni delle cose: poi naturalmente la quadratura non la trova, ma non smette di cercare. Credo che l'autobiografia sia un passaggio naturale, quando scrivi cose che conosci, con la tua voce le tue parole e le tue cadenze. Poi le storie le puoi anche inventare, ma se non c'è niente di tuo in quello che racconti non camminano. La maggior parte dei fatti che succedono a Bisi non mi sono capitati ma sono assolutamente plausibili, così come sono plausibili i personaggi di Joe Martini o Nello Benazzi.

 

Il XXI secolo sarà davvero uno scenario di “pazienti morti in mezzo ad un traffico dinamico di chirurghi eleganti che sorridono” ?

Ho paura di si: si ha come l'impressione che l'eccellenza del mezzo abbia ormai superato l'importanza del risultato. Disponiamo di strumenti straordinari, in tutti i campi, con un grado di sofisticazione così alto da far perdere di vista lo scopo per cui sono stati inventati: a un certo punto è come se lo strumento servisse principalmente a stimare l'abilità di chi lo usa, a gratificare l'operatore. La frase "L'operazione è riuscita, il paziente è morto" rappresenta bene questo passaggio.

 

Perché nel libro sono presenti tante metafore e similitudini legate al mondo del calcio ?

Il protagonista Bisi di calcio non sa niente, ma ascolta moltissimo (qualunque discorso). Il calcio è diventato una voce universale, una specie di chiave di accesso a qualunque tema alto: in ogni contesto, dai convegni sulla biosfera alle interviste ai ministri, la metafora calcistica è quasi obbligatoria. Anche Bisi ci prova, così il linguaggio calcistico per bocca di Bisi diventa involontariamente comico: cioè diventa quello che è.

 

L’ironia sembra essere una caratteristica fondamentale della tua narrativa. A che cosa è dovuta questa scelta ?

Non sono sicuro che questa caratterisctica sia l'ironia: l'ironia presuppone un giudizio: se ironizzi ti metti in qualche modo in cattedra, ti senti migliore del tuo bersaglio, guardi le cose dall'alto. Bisi non giudica e le cose le guarda dal basso. Le persone o le situazioni che Bisi richiama nella sua vanvera possono diventare parte di una sceneggiatura comica inconsapevole, dove sono le cose e le persone a muoversi autonomamente, non è Bisi a manovrarle: il comico nasce da quello che succede non da quello che dice Bisi. Sono loro stessi, i personaggi veri, a presentarsi e a parlare: ma la visuale dal basso li smitizza e in questo registro chi si prende troppo sul serio diventa poco credibile.

 

Che cosa rappresenta per te la scrittura ?

Un problema irrisolto, ma forse mai seriamente affrontato. Luigi Malerba diceva: scrivo per capire quello che penso. E' quello che si avvicina di più alla mia idea di scrittura: se scrivi è per mettere ordine nelle idee, o per cercare di farlo.

 

Stai già lavorando ad un nuovo romanzo ?

Non smetto di lavorare, anche se scrivere non è un vero lavoro. Di sicuro, oltre a cose più brevi che mi impegnano molto, salterà fuori anche un nuovo romanzo ma non so bene quando; diciamo non tanto in là. 



I libri di Paolo Colagrande

 

 
 
 
 
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