Intervista a Paolo Pappatà

Paolo Pappatà
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Paolo non sa bene cosa farà da grande, ma è certo che la letteratura è il suo mondo: è un lettore compulsivo fin da giovane e un webwriter non tanto per scelta quanto per necessità, come afferma lui stesso. Con la sua penna/tastiera graffiante ha offerto al pubblico entusiastici racconti e interessanti recensioni (o forse era il contrario?), di libri e di musica. Formatosi a colpi di incessanti letture, ha scritto febbrilmente per anni, ricercando sempre le “mot juste” e dopo impegnative riletture, rivisitazioni, meditazioni e autocensure ha pubblicato la sua prima opera. Per la quale ha scelto, e non a caso, l’incerta via dell’autopubblicazione - ribellandosi alle ferree, e per lui troppo strette, regole dell’editoria moderna.

Chi è Paolo Pappatà?
Laureato in critica letteraria.  Ho ventinove anni da dieci anni e otto mesi circa. Eterosessuale. Onanista nel tempo libero (anche mentalmente) . Sono ateo e ancora vergine (idealmente parlando, certo). Tifo Roma, mi piace la birra, chiara doppio malto, adoro i sardi e le cotolette d’abbacchio fritte. Non bevo coca cola, la mia frase preferita è “domani smetto di fumare”. Significa che per oggi posso accendermi la sigaretta. Vedo che scuoti la testa, peggio per te, passiamo alla seconda domanda.


A quanti anni hai iniziato a scrivere?
Tardi. I primi racconti li ho scritti attorno ai venti anni ed alcuni ancora li trovo profondamente interessanti. Tanti, troppi, avevano una dimensione onirica che ora non mi appartiene più. Prima di quelli sporcavo pagine su pagine con dei deliri senza  rima che chiamavo poesie. Ma non le ho fatte mai leggere  a nessuno, per fortuna. Ho avuto anche lunghe pause, nel corso degli anni, dovute a cause esterne o a mancanza di ispirazione. La cosa più belle è che talvolta alcune idee ed intuizioni di venti anni fa oggi ho la voglia di svilupparle. Coerenza di poetica.


Quando hai detto “sono scrittore” o, ancora, non l’hai detto?
Quando dovevo rimorchiare qualche ragazza. Con quella parola si va forte, almeno all'inizio. Scherzo. Cioè no, ma va bene. A parte tutto. Ebbi la consapevolezza  nel 1995, quando ho finito la prima versione di “Sconclusioni”, il racconto, non il libro che poi è nato. Lo feci leggere in giro, capii immediatamente che avevo trovato la strada giusta. Per il resto detesto la beatificazione che si fa della parola “scrittore”. Lo scrittore è uno che scrive, che sa scrivere, la gente vuole da lui scrittura. Per il resto è un uomo normale, può avere pregi e difetti e problemi comuni, come l’eiaculazione precoce e la suocera invadente.


Scrittori si nasce o si diventa?
Odio generalizzare. In linea di massima possono accadere entrambe le cose. Però va bene, nel mio caso direi si nasce. Può anche darsi che su Marte qualcuno ci sia diventato durante l’esistenza, vai a capire tu. Diciamo che la propria scrittura e gli argomenti possono maturare, ma se non c'è quella attitudine nel DNA...


Cosa ne pensi del fatto che siamo sommersi da un numero elevato di scrittori e da un esiguo numero di lettori?
Problema serissimo. Da anni frequento diversi siti internet, è impressionante il dislivello che c’è fra aspiranti scrittori e veri lettori. E’ un problema culturale poiché gli italiani sono individualisti ed autoreferenziali, non sopportano regole e regolatori, non conoscono cosa sia la meritocrazia. E’ un problema editoriale, visto che da noi pochi gruppi decidono cosa leggere e spesso trattasi di roba di pessima qualità, il che invita tutti a  cimentarsi come autori. In realtà al massimo scrivono dei diari personalissimi o delle storie trite e ritrite, senza rendersene conto. E’ un problema, ripeto, che può essere risolto solo con l’apporto di tutti coloro che apprezzano e rispettano la Letteratura. Combatto, nel mio piccolo, questo problema da anni, staremo a vedere.


Che tipo di preparazione deve avere uno scrittore?
Un argomento che mi sta particolarmente a cuore. Io ho una formazione tecnica che mi deriva dagli studi universitari, fatti con passione e consapevolezza. Per cui d’accordo, vadano le scuole di scrittura ben fatte che danno un infarinatura di base. Ma la vera preparazione è la LETTURA, solo ed esclusivamente quella. Lettura attiva, libera da pregiudizi, al di fuori delle logiche del mercato editoriale. Non c’è scrittura senza lettura, ne sono assolutamente convinto. E non è detto che attraverso la lettura si debba per forza arrivare alla scrittura. La lettura è democratica, la scrittura oligarchica.


Gli autori che ami? Hanno influito sulla tua formazione?
Tanti troppi, diversi. Comunque amo ripetere che se per Sconclusioni devo fare dei nomi, allora posso citare i grandi statunitensi degli anni trenta del novecento: Fitzgerald, Hemingway, Dos Passos, Faulkner. Come stile mi hanno folgorato, più che per i contenuti, comunque notevoli. Ma il bello della lettura è che da ogni autore che apprezzi puoi trarre un suggerimento e la composizione di tante piccole intuizioni, opportunamente miscelata, da come risultato il TUO stile. Ma non c'entra solo la narrativa. Ci sarebbero delle storie curiose, sui miei racconti, in ogni caso. Come per esempio  “Klimt”, iniziato nel 2001, nasca anche dalla lettura di una poesia di Mario Luzi (Menage) per un esame sostenuto all'Università nel 1993 credo. Oppure Come Certi giorni sia stati ispirato dall'ascolto di due canzoni diversissime fra loro come Alice di De Gregori o Sally di Vasco Rossi.


Progetti per il futuro?
Molti. Spero che almeno uno si concretizzi. Quello che è più vicino ad avere un compimento è un romanzo ambientato nel 1845 a Ravenna, tratto da un fatto realmente accaduto. Non posso dire di più. Ma per esempio ho in ballo una breve raccolta di recensioni mirate dal titolo “La lettura attiva”, che ha come obiettivo risvegliare il lettore che c’è in voi senza fare ricorso a  droghe o magia nera e una seconda e definitiva edizione di Sconclusioni, con qualche sostanziale novità, maturata negli ultimi mesi. Vediamo, chi leggerà vedrà.

 

Qual è il tuo rapporto con la scrittura? Insomma, un rapporto d’amore, un rapporto difficile, un rapporto di amore e odio?
Il rapporto con la scrittura nel mio caso è poliedrico, multiforme, camaleontico. Una continua sfida a te, agli altri, alla pagina bianca che ti sta davanti. Se devo scegliere un aggettivo, è un rapporto sessuale. A volte dolce, titillante, sinuoso. Vivido e liquido. A volte brutale, aggressivo, veloce. Feroce  e livido. A volte un nulla di fatto, non si arriva a dama. O insomma… vabbè ci siamo capiti. E' un rapporto comunque complicato, avvincente, totale.

 

Nel momento in cui viene alla luce un libro cosa si pensa?
Tante cose. La più fastidiosa è che devi correggere i refusi, cosa che detesto e che non so fare. La seconda è … ecco non me lo ricordo più. La terza è che ti assumi una responsabilità: stai dicendo delle “cose”, le devi spiegare ed eventualmente difendere. La quarta: il miglior libro che hai scritto è sempre quello che devi scrivere.

 

Voglio immaginarti nel momento in cui scrivi. Cosa fai? Leggi, rileggi, correggi? Sei un maniaco perfezionista alla Flaubert o no?
Quando scrivo devo essere solo. Sono in un altrove. All’inizio scrivo solamente, di getto, tutto quello che ho dentro. Poi sì, leggo rileggo, sposto, correggo. Spesso mi fermo,non vado avanti, l’idea è abortita. Il momento più brutto. Poi perfeziono, certo. Non so se sono come Flaubert, ma a volte sto giorni a decidere se mettere una virgola, un punto, quella metafora, quello spezzone di dialogo. Mi dicono di avere uno stile originale. Non so se è vero, certo ce non è frutto del mero caso.

 

Ti piace sempre ciò che scrivi?
Assolutamente no. Sono molto critico con me stesso. La riprova è che ho pubblicato pochissimo rispetto a quanto scritto. Credo che la prima qualità di uno scrittore vero sia la propria capacità di far leggere ciò che merita di esser letto, non qualunque cosa che si scrive. Nell’attività letteraria la consapevolezza è quanto mai necessaria. Soprattutto negli emergenti o aspiranti tali purtroppo questa è una dote che trovo di rado.

 

Cosa rappresenta, per te, Sconclusioni?
Il motivo del divorzio chiesto da mia moglie. No, scherzo. Per me è un inizio e una fine. L’inizio di una attività letteraria, il più feconda e duratura possibile, mi auguro. La fine invece di un progetto nato 15 anni fa e che ha visto la luce quando era il momento giusto. E' bellissimo vedere come si sono sviluppate certe idee, rafforzate, diluite. Ogni racconto, ogni paragrafo quasi, ha una bella storia dietro, dietro le quinte dico.


I tuoi personaggi, Gianni, Alice, Jey Blonde e gli altri, chi sono?
I personaggi di Sconclusioni sono le persone che abitano dentro e fuori di me. Alcuni partono dal reale e poi crescono autonomamente, altri fanno il percorso contrario. Il risultato sono i racconti. Non sono legato ad alcuno in particolare, tutti hanno un loro perché. E’ stato bello vederli nascere e crescere, sentirsi dire che tanti ci si riconoscevano, li compativano, odiavano, amavano, criticavano. Sono tutte singolarità, solo uno è un personaggio collettivo: è Sandokan che monopolizza “L’isola che non c’è”. Rappresenta gli ideali presunti  e le fantasie sfrenate di una generazione ed il loro definitivo invecchiare.


Suburbia è la città nella quale sono ambientate le tue storie, tu abiti ancora a Suburbia?
Suburbia, la città simbolo, immaginaria, dove è ambientato Sconclusioni, vuole essere una sintesi di tutte le province del mondo. E po sì.  Suburbia abita dentro di me. Continua ad espandersi ed abitarsi, con i suoi abusi edilizi ad architettare geografie temporali ed emotive. Nessuna ruspa dell’ordine precostituito può abbattere questa città / non città.

 

Sei soddisfatto dei risultati raggiunti con Sconclusioni? Si è realizzato un sogno?
Ti dirò: i miei sogni sono talmente tanti e grandi che no, non ho realizzato nulla. Ma sono soddisfatto. Lo ero appena pubblicato e lo sono ancor di più oggi. Il fatto di scegliere la via impervia dell’autopubblicazione mi ha limitato nella visibilità ma mi ha consentito un rapporto diretto con i lettori che mi ha arricchito e gratificato. Non si tratta di cifre, ma di precisi riscontri. Il fatto di essere con Lulu.com mi ha addirittura pregiudicato la possibilità di presentare in determinate librerie o partecipare con pari diritti in alcuni concorsi. Bene così. Tuttora oggi Sconclusioni ancora si muove, fra la gente, lentamente ma con costanza inesorabile, grazie anche all’aiuto di chi lo ha apprezzato. Ed ho capito di aver fatto centro quando ho avvertito invidia in qualcuno che Sconclusioni non lo potrà scrivere, ne ora né mai. Questa è una grande, inarrivabile soddisfazione. Lo scrittore vero comunque non arriva. La sua è una continua ricerca. Si ferma solo quando smette o smetterà di scrivere. Cioé, parafrasando un mio assunto, “Vivere è anche un po' raccontarsi ed a me piace vivere”, quando smette di vivere.

I libri di Paolo Pappatà

 

 

 

 
 
 
 
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