Intervista a Paul Beatty

Se avete letto i libri di Paul Beatty, primo americano ad essere insignito del prestigioso Man Booker Prize (nel 2016), vi sarete certo fatti un’idea di lui. Sì, è esattamente così come lo avete immaginato: un personaggio affascinante, sagace, genuinamente divertente. Lo incontriamo a Roma in occasione di Più Libri Più Liberi 2017 per un’intervista. La sua voce profonda e musicale e la sua spontaneità soddisfano le nostre più rosee aspettative.




Sappiamo che insegni scrittura creativa alla Columbia University. In un’intervista a «The Guardian» hai detto che vorresti che i tuoi studenti distinguessero l’essere autore dall’essere scrittore. Qual è secondo te la differenza?
Sai, cerco solo di indurli a concentrarsi sulla scrittura, perché essere un autore arriva solo dopo aver lavorato molto. Loro spesso tendono a proiettarsi più avanti di quanto effettivamente non siano. Quando si usa il termine autore si implica che si sia già fatto qualcosa, molti di loro non hanno ancora concretamente fatto nulla. Occorre provare solo ad essere scrittori, perché sarai sempre uno scrittore. Essere un autore verrà poi. Semplicemente, accadrà.

Hai anche affermato qualcosa di paradossale per uno scrittore: “I hate writing”. Certo la scrittura è fatica, impegno, un lavoro complesso. Con il tempo e con l’esperienza per te è diventato più semplice scrivere?
Un’ottima domanda. No, forse è lo stesso, non so. Non che sia diventato più difficile. È una questione di maggior pazienza, suppongo. Sono più vecchio, ho diverse responsabilità, la mia stessa energia è differente. Ma cerco sempre di scrivere solo quando ho qualcosa da dire. Ed è più semplice per me ora evitare di scrivere, in un certo senso!

Si dice che prima di cimentarsi con la scrittura una persona debba leggere tanto: cosa legge Paul Beatty?
Ho letto tantissimo e ancora leggo, forse non così tanto come prima, ma leggo sempre. In un certo senso, è difficile dire cosa non ho letto! Ci sono così tanti libri che mi sono piaciuti e mi hanno toccato in modi diversi, da cui ho imparato e a cui ancora penso. Libri che quando ero molto giovane ho amato e poi, arrivato a venticinque anni, non riuscivo a credere che mi fossero piaciuti, e tuttavia al tempo quei libri avevano avuto una qualche sorta di effetto su di me. Un libro che ho letto molto tempo fa e che è stato molto importante per me è L’uomo che fu giovedì di G. K. Chesterton. Ecco, mi ha davvero colpito quanto questo libro fosse importante per me. L’ho portato al mio corso di satira alla Columbia. In generale molti professori cercano di dare qualcosa che possa piacere, ma io non ci penso davvero a queste cose. E hanno adorato quel fottuto libro! Uno di quelli che non fa dichiarazioni, non cerca di rispondere ad alcuna domanda, parla solo di cosa sia il mistero. Dannatamente bello, divertente, scritto in modo meraviglioso. Penso sia il libro che ho letto prima di iniziare a scrivere Il blues del ragazzo bianco. Ad ogni modo, avevo dimenticato quanto fosse stato importante per me.

Linguisticamente Lo schiavista è articolato, denso, a tratti difficile e presenta continui riferimenti alla cultura americana che possono scoraggiare un lettore “debole”: non pensi che queste caratteristiche abbiano precluso a molti la lettura – e quindi il messaggio che essa porta con sé?
Può darsi, ma in fondo non è un mio problema! Quando ho iniziato a scrivere forse era qualcosa di cui potevo preoccuparmi, scrivere in modo tale da farmi capire da tutti. Ciò che mi ha fatto cambiare idea è stato leggere l’Inferno di Dante. Era fottuta pop-culture! Tutti quei papi, politici, tanti riferimenti e persone che non conoscevo assolutamente. Ma non è importante, queste cose sono solo “segnaposti” per chi verrà dopo o per chi è venuto prima. Questa è una delle cose che ho realizzato e penso che ogni scrittore lo faccia, usare l’iconografia importante per il proprio libro. Le cose cambiano, è un continuo movimento, qualcosa che risulta oscuro a un certo punto non lo sarà più e viceversa. La storia che racconto sempre è questa. A scuola avevo iniziato a scrivere poesie. Alla fine scrissi una poesia che mi piaceva e la lessi in classe. C’era questo ragazzo che la odiò, disse che non la capiva, che per lui non aveva alcun senso. Ma era la prima cosa che scrivevo che mi avesse reso in qualche modo soddisfatto. L’anno seguente portai la stessa identica poesia, la lessi di fronte agli stessi studenti e lo stesso ragazzo che l’aveva odiata quella volta la amò! L’aveva compresa, a suo modo. Gli chiesi cosa fosse successo e mi rispose: “Sono stato a New York quest’estate”. La sua mente era cambiata, la sua percezione si era espansa, e io realizzai che c’è questa sorta di strana onda che va avanti e indietro. I lettori cambiano, la scrittura cambia, è tutto in costante movimento. È un processo. Ovviamente all’inizio ho avuto anche io qualche difficoltà. Poi un professore mi disse qualcosa che mi aiutò moltissimo: “Stai tentando qualcosa che nessuno ha fatto prima. La gente imparerà a leggerti”. Il ragazzo della poesia era un esempio proprio di questo. In conclusione, non è che non mi importi, non è la mia principale preoccupazione.

Lo schiavista è un brillante esempio di scrittura satirica: ci sono cose secondo te che non dovrebbero mai essere oggetto di satira?
Direi di no. Penso a libri che hanno avuto un forte impatto su di me e che ho adorato, ad esempio Catch-22. O il fumetto Maus di Art Spiegelman, lo conosci? È davvero bellissimo. Questo autore riesce a guardare in modo allo stesso tempo umoristico e serio – queste parole sono spesso intercambiabili, sai – alla storia di suo padre sopravvissuto all’Olocausto. Si parla di una delle cose peggiori mai accadute e capisco che molti possano considerarlo un argomento delicato ma, almeno per me, la risposta è no. Penso anche a To be or not to be di Ernst Lubitsch, uno splendido vecchio film che parodiava la seconda guerra mondiale e il nazionalsocialismo. Ma era uno sguardo satirico alla storia per cui le persone non erano pronte al tempo. In conclusione, la risposta è no, per alcuni non è così ma…non posso farci niente!

I LIBRI DI PAUL BEATTY



 

 

 

 
 
 
 
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