Intervista a Philippe Forest

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Leggere Philippe Forest, uno dei più apprezzati autori francesi, è un’esperienza di sublimazione dell’animo, una pausa di godimento poetico, racchiusa tra le righe, che invitano a meditare sulla condizione umana. Incontrare il professor Forest, docente di letteratura francese e critico letterario e avere la possibilità di conversare con lui è un privilegio e l’ansia iniziale si dilegua davanti a quello sguardo un po’ così, per nulla severo e molto francese.




La mancanza e il dolore sono le costanti della sua produzione letteraria. Perché sente il bisogno di ritornare su questi temi?
Più che un bisogno, è un’esperienza che ho vissuto e che ho raccontato nel mio primo libro, L'enfant éternel, tradotto in Italia e pubblicato con il titolo Tutti i bambini tranne uno (Alet Edizioni, 2005 – Fandango, 2018). Libro in cui ho affermato che, se mia figlia non fosse morta, probabilmente non avrei mai scritto libri. Questa esperienza del lutto mi ha spinto in modo inesorabile a scrivere. L’esperienza della perdita, il lutto, ci pone di fronte a qualcosa che resta privo di una risposta. Ed è per questa assenza di risposte che sento il bisogno di tornare su questa tematica, ogni volta, in ogni libro, per restare fedele al soggetto di cui parlo.

Le parole possono eternare ciò che eterno per sua natura non è? Un ricordo, una persona amata, possono sopravvivere per sempre grazie alle parole?
È evidente che con i miei libri cerco di rendere eterno e mantenere in vita il ricordo di qualcuno che è scomparso. Nello stesso tempo però, non credo affatto che affidando qualcosa alla letteratura, quel qualcosa non muoia. È un vecchio mito romantico, certamente bello, ma che come tutti i miti è menzognero. Per esempio, chi può dire se tra cento anni ci saranno ancora lettori. E per quanto bello possa essere il libro, questo non può rendere tutta la sofferenza provata per la scomparsa di una persona amata.

Dalla saggistica sei passato al romanzo. Nella tua esperienza di scrittura hai notato contaminazioni reciproche dei due generi? Da affermato romanziere, approcci in modo diverso la scrittura dei saggi?
Ben prima di Tutti i bambini tranne uno avevo scritto opere di tipo accademico, di saggistica e molto diverse dal mio primo libro. Erano scritti che necessitavano di una forma di oggettività e imparzialità da parte dell’autore. Ho completamente rinunciato a questo genere di scrittura da almeno vent’anni. In realtà, continuo a scrivere saggi, ma sono testi di argomento letterario, in cui esprimo anche il mio rapporto personale con le tematiche letterarie che tratto. Posso quindi dire che adesso c’è una grande vicinanza tra i miei saggi e i miei romanzi. Esiste infatti, una sorta di interazione tra i testi dei romanzi e quelli di saggistica che scrivo. Roland Barthes ha inventato una formula che trovo molto pertinente e che è una terza via, riguarda quei libri che non sono romanzi né saggi. In Europa, c’è tutta una tradizione, nel XX secolo, che va da Proust a Kundera, e che mostra bene esempi di questa terza forma individuata da Barthes, di cui troviamo bellissimi esempi nel ‘900. Due dei miei libri fanno parte di questa terza forma, Il gatto di Schrödinger e Sarinagara, in cui racconto del mio viaggio in Giappone, ma che è anche un saggio sulla letteratura giapponese. Nel libro Il gatto di Schrodinger in parte parlo di un’esperienza che ho davvero vissuto, legata a un gatto trovato per strada. Allo stesso tempo, però, è un libro complesso e caleidoscopico, che riguarda anche la fisica quantica e che ha due piani di scrittura e di lettura. Piena, invece, è un vero e proprio romanzo.

Com’è nata l’idea di scrivere Piena?
Per molto tempo, ho vissuto in diverse città della Francia e da circa dodici anni mi sono trasferito a Parigi, dove vivo in un appartamento, in un quartiere vicino alla nuova Biblioteca Nazionale. È un quartiere davvero peculiare, in cui convivono palazzi del XVIII secolo accanto a costruzioni molto recenti, ed è un cantiere perenne. Come racconto in Piena, anche nel quartiere in cui vivo, si ha sempre la sensazione che si incontrino la Parigi di ieri e di oggi. È inoltre, un quartiere che è stato particolarmente toccato dalla piena del fiume Senna avvenuta circa un secolo fa. Una piena che si ripete ciclicamente ogni cento anni circa. A Parigi, sappiamo che prima o poi, un giorno o l’altro, dovremo vivere una catastrofe simile. Quando ho comprato questo appartamento, nelle carte notarili c’era scritto che si trova in una zona in cui esiste il rischio di inondazioni, per la piena del fiume. Così mi sono messo a immaginare cosa sarebbe accaduto se mi fossi trovato a vivere nel bel mezzo di questa piena. Questo è stato per me il punto di partenza, ma è chiaro che, quando si comincia a immaginare, tornano in mente sogni, ricordi, persone… E così, è venuto fuori questo libro, che contiene una parte autobiografica, una parte di impianto filosofico e un terzo elemento, forse un po’ delirante, che è una riflessione sulla condizione umana.

I LIBRI DI PHILIPPE FOREST



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