Intervista a Piergiorgio Pulixi

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Assistere alla presentazione di un libro di Pulixi è sempre una bellissima esperienza. Quello che, invece, sinceramente fiacca è l’interminabile firma copie, pari solo a quello di Bono Vox al Music Store di Dublino. Un successo che Piergiorgio si merita assolutamente perché è di una gentilezza imbarazzante e quando gli porgono le copie da firmare non si limita a scrivere le solite due righe di circostanza ma ogni dedica è lunga, personalizzata, sentita. Alla fine sono stremata per lui, ma finalmente riusciamo a sederci e iniziare l’intervista. Una chiacchierata illuminante sulla scrittura, le donne, la società e tanto altro, dedicata a tutti i lettori di Mangialibri.




L’isola delle anime è il tuo ultimo lavoro e dal titolo si evince subito che si parlerà di un certo isolamento che oltre a essere geografico finisce con l’essere anche emotivo. Quanto era forte la tua volontà di scrivere proprio una storia come questa e quanto tempo hai impiegato prima di poter parlare così della tua terra, la Sardegna?
In termini di tempo sono passati undici anni di studio in cui io ho cercato di studiare per scrivere la storia giusta. In realtà, avevo fatto tentativi in precedenza, ma quando ami un luogo, una terra in maniera molto forte non ti puoi accontentare di tentativi. E mi sono reso conto che non avevo ancora la maturità giusta per scrivere della mia terra. Per cui in questo lungo periodo mi sono allontano anche fisicamente dall’isola e ho cercato di crescere come autore per poi trovare la storia giusta che mi potesse almeno far provare. E quando l’ho trovata ho desiderato regalare questa storia ai miei lettori affinché anche per loro fosse un viaggio emozionale oltre che letterario.

Parliamo di Eva. Non saranno poche le donne che finiranno per identificarsi con lei, con questo tuo personaggio così particolare a cui tu fai fare una vera rivoluzione di vita facendole cambiare lavoro e città e spostandola in una terra magica, unica e incantata come la Sardegna. Ma tu ci credi davvero ai miracolosi benefici che apporta cambiare luogo per poter anche cambiare vita?
Io credo di sì, perché a volte quando sei calato in un contesto traumatico che ha prodotto il tuo malessere ovunque ti giri trovi dei ricordi che rimestano nelle ferite, quindi a volte è necessario mettere una distanza proprio fisica; qualcosa che serve per ritrovare sé stessi e ricominciare a ricostruirsi come persona. Credo anche io che molte donne si riconosceranno in Eva, penso alle donne di 45 anni o più mature che magari si trovano ad avere perso il lavoro o avere subito una batosta emozionale, a tutti capita di passare periodi a dir poco complicati, e quindi si pensa: ok devo reinventarmi e reinventare la mia vita perché quella che sono adesso non mi piace più. Nel caso di Eva l’indagine è un viaggio fisico e emozionale e questo è curativo per lei, per allontanarsi dai propri problemi, a volte, bisogna anche cambiare luogo fisicamente e così ritrovare il proprio io che si è perso per strada.

Milano è una città che ti ha dato molto, tanto che se non si conosce la tua biografia potresti quasi essere annoverato tra gli autori milanesi doc. Ma tu lasceresti mai questa città come ha fatto il tuo personaggio per reinventarti e compiere un viaggio emozionale e autoriale?
Sono uno di quelli autori che ha fatto un percorso particolare. Considera che io avevo un lavoro a tempo indeterminato a cinque minuti a piedi da casa mia e lavoravo in una libreria. Un lavoro che adoravo, per intenderci. Ma a un certo punto ho deciso di provare a fare lo scrittore. E ho deciso di farlo seguendo una indicazione del mio maestro, Massimo Carlotto, che mi ha consigliato di seguire, di pedinare fisicamente le storie che volevo raccontare. Così a seconda di cosa mi accingevo a narrare sono stato per un periodo in Inghilterra, in Veneto, a Milano. E ora non ti nascondo che, pur amando moltissimo la città di Milano, tanto che penso di ambientare sicuramente altre storie in quel luogo, in realtà non penso che potrà essere la mia città per sempre. Potrei lasciarla presto per seguire le mie storie e andare dove esse mi chiamano. Ad esempio, potrei trasferirmi in trentino o a Trieste, luoghi su cui ho già bozzoli di idee per futuri romanzi. In poche parole, dato che questo mestiere di scrittore me lo permette ho deciso di vivere appieno la libertà che mi offre, dato che posso scrivere ovunque.

Quello che colpisce immediatamente ne L’isola delle anime è l’evoluzione assoluta della tua scrittura in confronto a tutti i tuoi lavori precedenti. Non hai temuto neppure per un attimo che i tuoi lettori potessero non riconoscerti e restare spiazzati?
Io amo gli scrittori che sono irriconoscibili per i propri lettori. La regola aurea è il rispetto dei lettori e non lasciarne indietro neanche uno. Per cui esiste una sorta di contratto che stipuli con loro, a cui prometti non solo un libro ma un vero e proprio viaggio. Ed essendo ogni nuovo libro un nuovo viaggio se il lettore non ti riconosce vuol dire che hai fatto in modo di portarli ogni volta in un posto diverso. È sicuramente in questo libro sia il ritmo che il linguaggio sono differenti dagli altri romanzi, ma questo stile era un ricercare la voce dell’isola e fare in modo che fosse quasi essa a parlare per sé. E spero che i lettori comprendano questo mio scopo.

Migliaia di fan, tante pubblicazioni, premi come il Corpi freddi Award per due anni di fila e tanto interesse ogni volta che pubblichi un libro nuovo. Non hai mai pensato che qualcuno ti possa leggere solo perché “vai di moda”?
Mi piacerebbe dire che sono un autore che va di moda, soprattutto per le mie finanze! Perché questo è un lavoro fatto di sacrifici e che ti fa rinunciare a tante cose pratiche e personali. Ma no, anzi. Quello che io ho sempre cercato di fare non è diventare di moda (prima scherzavo), ma fare breccia nel cuore dei lettori e mettere sempre loro al primo posto, andando a volte anche contro scelte editoriali precise. Ad esempio, io ho fermato una serie di romanzi nel momento in cui mi sono reso conto che sarei andato contro di loro, che non avrei fatto l’interesse di chi mi leggeva. Quello che voglio è solo raccontare le storie più belle con le migliori parole possibili.

Il rapporto tra il male e l’essere umano è un po’ il fil rouge che collega tutti i tuoi libri, un argomento che non manchi mai di toccare. Ma tu cosa pensi davvero del male e di come si incarna in questa società in cui viviamo?
Ho difficoltà a pensare che esista un male metafisico, penso invece che il male molto spesso sia generato dall’ignoranza, dall’istinto più primordiale e quindi più brutale e sanguinario perché non c’è in esso il filtro della cultura e della intelligenza. Pertanto mi fa paura l’ignoranza, perché è una bestia sempre incinta che genera mostri come il razzismo e l’ipocrisia o quello di cercarsi sempre un nemico. A livello letterario cerco di indagare un male diverso, ovvero l’influsso che ha la violenza sulle persone che si sottopongono a essa per molto tempo. Penso ad esempio ai poliziotti e mi chiedo sempre: quale grado di barbarie queste persone possono sostenere prima di poter valicare quel limite dove la violenza ti prende e ti inghiotte? Ne L’isola delle anime ho cercato di farlo dal punto di vista femminile perché mi interessava raccontare come la sensibilità femminile si spinga in maniera diversa da quella maschile affrontando proprio queste tematiche. In ogni caso la cultura e la lettura hanno sempre una azione salvifica per me e nella possibilità di sconfiggere l’ignoranza che genera mostri.

La condizione della donna dal punto di vista maschile, attraverso la visione maschile. Tu e altri autori avete affrontato con grande saggezza e con tutta la vostra bravura questo importante argomento durante lo scorso anno. Quindi possiamo dire che è nato un filone letterario in questo senso?
La visione maschile è il punto di partenza giusto. È quello che ci ha guidati. Senza esserci messi d’accordo in alcun modo, nel 2018 sono usciti almeno cinque libri che affrontavano l’argomento della condizione femminile, ma scritti da uomini. C’era il mio, l’antologia Sbirre di De Cataldo, De Giovanni e Carlotto, i libri dedicati al personaggio di Sara di Maurizio de Giovanni e Se la notte ti cerca di Romano De Marco. Tutti romanzi che hanno cercato di sondare la condizione della donna nel periodo storico forse più difficile per la stessa e cercando di sottolineare quanto la donna sia sotto attacco e vulnerabile quasi in più di un contesto. E quindi sì, c’è stata da parte nostra questa volontà di rivalsa maschile come a dire: non tutti siamo così, non tutti gli uomini sono così. Ma abbiamo anche compreso che questa riflessione doveva necessariamente passare attraverso un personaggio femminile affinché avesse più forza, più importanza.

Tu ce l’hai un posto del cuore dove di solito ti metti a scrivere o semplicemente a raccogliere le idee?
Raccolgo le idee in diversi posti. Uno è il parco Indro Montanelli in zona Porta Venezia a Milano dove vado a correre la mattina; l’altro è la mia terra, nella zona sud orientale dell’isola. Per la scrittura, ho imparato anche a scrivere in posti diversi, ma deve essere sempre un luogo che considero casa mia; che sia per un breve o lungo periodo. Non riesco a scrivere come altri autori in hotel, in aerei o treni. Sono molto abitudinario in questo senso e anche se per uno scrittore non è proprio il massimo io scrivo solo così.

I LIBRI DI PIERGIORGIO PULIXI



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