Intervista a Piero Colaprico

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Piero Colaprico, classe ’57, ha unito nel tempo le sue due anime, quella di giornalista (giudiziaria e nera) e quella di scrittore. D’altra parte nei vent’anni di militanza giornalistica ha vissuto annusato mangiato e raccontato tutto il marcio che era raccontabile (sua, per dirne una, la paternità del termine “tangentopoli”), ha scritto romanzi a quattro mani (la serie del maresciallo Binda, in coppia con Valpreda) e saggi. In occasione di BookCity 2017 e della presentazione del suo ultimo romanzo in quel di Milano,ha gentilmente accettato di rispondere a qualche domanda.




Ho letto un po’ di tue interviste e dichiarazioni: in una di qualche anno fa, (direi una decina), a proposito della paura della gente dicevi: “Alcuni governi la usano per fare ordine sul fronte interno. In generale è un argomento della destra, quello che la sinistra fa ancora fatica a dire è una cosa molto semplice: che chi commette un reato la pagherà veramente. Punto”. Se c’è una cosa a cui non crede più nessuno è proprio che chi ha sbagliato pagherà, eri troppo ottimista allora o qualcosa non ha funzionato?
A domanda complessa risposta complessa. Il ministro dell’Interno Minniti ha usato spesso il pugno di ferro, infatti la destra lo apprezza e dall’estrema sinistra lo sfottono. Comunque, a parte lui e pochi altri, non mi pare che a sinistra abbiamo mai detto chiaro e tondo “Chi ha sbagliato pagherà”. A destra lo dicono, ma poi non fanno pagare nessuno lo stesso. Infatti, il rischio è la proporzionalità della pena al reato. Spiego. Se prendi un ladro sfigato e gli dai dieci anni per mille euro, quanto dovresti dare al corrotto/corruttore degli appalti pubblici? Infatti, nessuno si lancia in questo sentiero…

Recentemente, ad una presentazione del tuo La strategia del gambero, hai spiegato la differenza fra la delinquenza “passata” e quella odierna. Una volta, e non parliamo poi della preistoria, il delinquente era ben riconoscibile, frequentava determinati posti dove la gente per bene non metteva piede, era immediatamente individuabile. Oggi nei locali trendy fai fatica a distinguere il rapper di grido dal calciatore e dallo spacciatore: si è uniformato il look, non è logico a questo punto che la paura, il senso di insicurezza sia molto più percepito anche se i delitti (intesi come omicidi) sono diminuiti?
Sì e no. Nel senso che una persona, se non impatta nel crimine e nel criminale, manco se ne accorge di chi ha vicino, di chi viaggia accanto a lui in metropolitana. Ma se è un imprenditore in difficoltà e in cerca di contanti, come fa a non capire che quel signore con l’orologio d’oro, il buon taglio d’abito, il telefonino ultimo modello è in realtà un gangster? Cioè, quanto fingiamo di non vedere?

La strategia del gambero vede protagonista un ex carabiniere utilizzato dai Servizi Segreti che si muove come infiltrato fra Milano e Varese, uno specchio della realtà visto che le ‘ndrine, stando alla cronaca sono “padrone” della Lombardia. È un problema di investigazioni che non funzionano o di connivenze in nome del dio denaro?
Investigatori impreparati. Timore di ritorsioni. Politici che guardano il dito e non la luna. L’isolamento che capita a molti che fanno il lavoro d’inchiesta come va fatto senza guardare in faccia a nessuno. Esistono molte concause, quando il crimine avanza, ma non possiamo dimenticare che, per la prima volta al mondo, qui in Lombardia la procura antimafia a guida Ilda Boccassini ha intercettato un rito di affiliazione della ‘ndrangheta avvenuto in un casolare senza corrente elettrica e sperduto tra le strade provinciali. Nel senso che esiste ancora qualcuno che le indagini le sa fare.

A cosa si deve la citazione che Genito utilizza come una specie di mantra?
È un gioco, è una citazione nata nel mondo pugilistico, di più non dico, al massimo un indizio. Combattimento storico in Africa.

Due domande in una: ti senti più giornalista o più scrittore? E cosa legge Piero Colaprico?
Tengo il piede in due scarpe con grande facilità intellettuale ‒ se si può usare questa espressione senza far ridere ‒ e con una non trascurabile fatica fisica. Ma sono uno che sa riguardarsi. Nella mia testa sono nato scrittore da ragazzo, diciamo quindi con amore, e ho fatto il giornalista perché mi piaceva scrivere e dovevo comunque campare. C’è però una dote che unisce i due lati della scrittura ed è la curiosità. Uno scrittore poco curioso annoia, e direi che non ne mancano, e un giornalista poco curioso non becca mai la palla nella partita delle notizie.

A differenza di tanti scrittori italiani, la tua scrittura è rimasta sostanzialmente uguale nel tempo: hai adeguato i luoghi e i modi, ma il linguaggio dei malavitosi è rimasto quello di sempre. Una scelta ponderata di stile o un patto tacito col lettore che vuole quello?
Non faccio patti con il lettore. Lo rispetto, ma voglio essere rispettato. Faccio quello che voglio io, la voce è mia, è stato così faticoso trovarla che non tollererei intromissioni a vanvera, scodinzolamenti, furbate. Viceversa, esistono lettori che aiutano a trovare un maggior numero di sfumature nel timbro. Peraltro, sono convinto che la mia scrittura forse non sarà cambiata, ma mi pare cresciuta. A differenza di me, che sono solo invecchiato, e resto alto 1.73.

I LIBRI DI PIERO COLAPRICO



 

 
 
 
 
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