Intervista a Rawi Hage

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Nato a Beirut, dove vive la tremenda esperienza della guerra civile libanese, Rawi Hage, classe 1964, si trasferisce in America dove vive e lavora. Affermato fotografo, visual artist e curatore di mostre, diventa scrittore per caso. Vincitore dell’International IMPAC Dublin Literary Award, Hage scrive libri pregni di emozioni e di vita vissuta. Ci permette, attraverso un accurato scambio di mail, di conoscerlo meglio, come uomo e come scrittore.




Sempre e da sempre fotografo: quando e perché hai deciso di intraprendere la tua avventura di scrittore?
Ho incominciato a scrivere per caso. Tutto è iniziato nel 2001, quando durante la mia partecipazione ad una mostra d’arte la curatrice mi ha chiesto di contribuire alla stesura del catalogo riguardante l’evento. Così ho scritto un breve racconto, che lei ha apprezzato molto, dicendomi che avrei dovuto scrivere di più, dedicarmi a questa nuova passione per esaltare quella “voce” contenuta nella mia scrittura. Ho voluto crederle e così è iniziata la mia avventura come autore.

La tua passione per la fotografia influenza la tua scrittura?
Sì, la fotografia è sempre stata importante per me. Il mio approccio alla scrittura lo definirei “spaziale”. Quando scrivo mi immagino sempre in piedi, proprio come un fotografo davanti ad una scena che desidera immortalare. Ritengo che il processo di selezione sia presente nell’arte della fotografia tanto quanto nell’immaginario della scrittura.

Hai vissuto gli anni più duri della guerra civile libanese: quanto questa esperienza ha segnato la tua esistenza, come uomo e come scrittore?
Penso che ogni scritto nasca dai traumi della vita e da esperienze vissute. La guerra prima e la migrazione dopo, sono stati eventi che mi hanno decisamente segnato. Sono convinto, che dopo aver conosciuto l’orrore della violenza, la percezione della vita subisca un cambiamento notevole. Forse si è resa necessaria una visione alternativa dell’esistenza, per favorire il processo creativo e la scrittura.

Il potente lato sentimentale che si ritrova nel tuo Come rabbia al vento è una maniera per sopravvivere al dolore della guerra e di un’infanzia tradita?
Sì, ritengo che l’arte in generale abbia avuto inizio per un moto di sensibilità verso la sofferenza e che sia catartica per l’individuo e per la collettività. Non esiste letteratura senza una consapevolezza della violenza che ci circonda e dell’assurdità della nostra esistenza.

Il tuo Il ladro del silenzio è un romanzo forte e per certi versi duro. Un clima freddo e inadatto al cuore caldo degli esuli. Quanto c’è di autobiografico in questo libro?
Il ladro del silenzio probabilmente è il più autobiografico dei miei libri, anche se devo confessare di non essermi mai trasformato in uno scarafaggio nella vita reale.

Il Libano oggi, tra sfide e difficoltà: cosa ne pensi?
Il Libano è sempre stato dipendente dal clima geopolitico del territorio e dei Paesi limitrofi e attualmente sta attraversando un periodo molto difficile. È una nazione che conta una popolazione di tre milioni di abitanti, di cui un milione e mezzo sono rifugiati. È un Paese nella morsa della corruzione e della frammentarietà e la guerra incombe come una spada di Damocle, come una quotidiana desolante possibilità. Nonostante tutti questi aspetti negativi, il Libano ha un grande potenziale ed è una nazione dove esiste ancora una certa libertà a differenza dei Paesi circostanti.

I LIBRI DI RAWI HAGE



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