Intervista a Riccardo Perissich

Riccardo Perissich
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Passare molto tempo nella cosiddetta ‘stanza dei bottoni’ insegna a capire le strutture e i meccanismi dei processi politici, i rapporti diplomatici tra paesi e, sicuramente, tutto ciò che può nascondersi dietro di essi. Per questo Riccardo Perissich, giornalista, studioso di relazioni internazionali, direttore generale presso la Commissione Europea, direttore Affari Pubblici ed Economici presso Pirelli e Telecom, una volta scelta la via della scrittura, altro non poteva fare se non scrivere un romanzo di spionaggio. Lo abbiamo raggiunto per una chiacchierata sul suo romanzo, sulla letteratura di genere e sui servizi segreti italiani, ovviamente.



Nella vita hai fatto tutt’altro che lo scrittore. Le regole del gioco è il tuo primo romanzo. Cosa ti ha spinto a cimentarti nella scrittura?
Nella mia vita professionale ho sempre scritto molto. Sono stato per breve tempo giornalista, poi ricercatore di politica internazionale. Come funzionario internazionale scrivevo note e memorandum. Non ho mai smesso di scrivere articoli, soprattutto di politica ed economia internazionale, per giornali e riviste. Quando abbandonai gli incarichi esecutivi, fui incoraggiato a scrivere un libro sulla mia esperienza europea. Il risultato fu L’Unione Europea, una storia non ufficiale, edito da Longanesi. A quel punto l’editore mi incoraggiò a cimentarmi con un romanzo. La provocazione cadde su un terreno fertile. Era un vecchio sogno che non avevo mai avuto il tempo, o forse il coraggio, di realizzare.

Si può definire Le regole del gioco uno spy-thriller. Nel romanzo hai fatto diventare John Buchan il capo del servizio segreto americano e con lui compare un suo personaggio, Hannay. Sei un amante del genere?
Sono un lettore quasi ossessivo di thriller e spy stories da quando, adolescente, scoprii Sherlock Holmes. La voglia di scrivere un romanzo si indirizzò quindi naturalmente verso quel genere. Forse anche perché è meno impegnativo. Chi si mette a scrivere inconsciamente si misura con i maestri. Nessuno sfida Dostoevskij a sessant’anni inoltrati; con i maestri delle spy stories è psicologicamente meno rischioso. L’omaggio a John Buchan era dovuto: è il capostipite del genere e I trentanove scalini, di cui Richard Hannay è il protagonista, uno dei suoi capolavori.

Descrivi bene i meccanismi internazionali e le trame di chi si muove dietro le quinte. Quanto ha influito la tua esperienza lavorativa nella stesura del romanzo?
Ha influito molto. La pratica dei rapporti e dei negoziati internazionali mi ha aiutato a capire come funziona quel mondo, la mentalità delle grandi potenze e il peso degli stereotipi e dei pregiudizi. Del resto Bruxelles è sempre stata un covo di spie.

I servizi segreti italiani sono storicamente avvolti da un alone di sospetto che, fondamentalmente, traspare anche dalle tue pagine. Credi che in questi ambienti il confine tra bene e male, lecito e illecito non sia mai così netto?
La difficoltà di stabilire un confine chiaro tra il bene e il male è connaturata alla vita; è il principale problema con cui dobbiamo tutti misurarci. Oggi i servizi segreti sono spesso considerati uno stato nello stato, delle organizzazioni sinistre, sottratte a ogni vincolo morale e pericolose per i paesi di appartenenza prima ancora che per i potenziali nemici. C’è del vero in tutto questo, ma anche molta esagerazione letteraria. La vita delle spie è spesso molto più banale. Quanto a quelli italiani, è vero che la loro immagine è stata sporcata da molti scandali. Però hanno anche una lunga tradizione di successi che è conosciuta e rispettata fra gli addetti ai lavori.

Nel romanzo poni molta cura nella costruzione dei personaggi, descrivendone le emozioni. Questo è un elemento che nei romanzi di spionaggio non sempre viene fuori. Come mai questa scelta stilistica?
È vero per le produzioni che definirei “industriali”: autori che sfornano storie applicando uno schema quasi meccanico. I veri maestri, da John Buchan a Eric Ambler, a Graham Green, a John Le Carré invece curano i loro personaggi; George Smiley è qualcuno che rimane impresso nella memoria. Ho tentato, non so con quanto successo, di seguire il loro esempio.

Gli autori, di solito, vivono un vero e proprio rapporto con i proprio personaggi. Com’è il tuo rapporto con Giulio Valente e con gli altri personaggi?
Un problema vecchio come la letteratura è quello di capire quanto ci sia di, magari inconsciamente, autobiografico nella descrizione dei personaggi. Credo che un autore abbia il dovere di amare i propri personaggi; quindi inevitabilmente trasmette loro qualcosa di sé. Ho tentato di farlo con tutti, anche con quelli femminili. Quanto a Valente, volevo che fosse un personaggio nuovo, italiano ma non provinciale. In primo luogo, volevo che fosse diverso dai superuomini che popolano il genere. Gérard De Villiers ha creato Malko Linge, eroe della serie SAS (Sua Altezza Serenissima): un agente della CIA che però è anche un principe austriaco e che vive fra il suo castello e le missioni, traboccanti di sesso e di violenza. James Bond non è un principe, ma gli piacerebbe moltissimo esserlo. All’altro estremo ci sono gli eroi scettici e ambigui di John Le Carré. Mi piaceva fare di Valente un principe rinnegato, un uomo normale, con tanti dubbi e un problema d’identità.

Hai in cantiere un nuovo romanzo?
Ci sto pensando. Magari una nuova avventura di Valente e Anne Dumont.

I libri di Riccardo Perissich

 

 
 
 
 
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