Intervista a Roberta Gallego

Articolo di: 

Roberta Gallego, Pubblico Ministero in quel di Belluno, ti dà subito l’impressione di una donna con i piedi ben piantati per terra. L’efficienza, la gentilezza e la velocità con cui risponde a mail, sms e telefonate te la fanno immaginare un po’ teutonica, per dire. Poi ci parli e scopri una donna che ha sublimato nella scrittura la sua professionalità, l’amore per il suo lavoro,  il suo sense of humour e la sua sensibilità femminile – attenzione, non è affatto un sinonimo di debolezza, ndr. A me (ma questo non gliel’ho detto) ha fatto venire in mente una giovane Miss Marple, capace di individuare senza difficoltà l’assassino a cui offrire una tazza di tè e a cui estorcere senza colpo ferire una completa confessione. Naturalmente ringraziandolo poi con un amabile ma implacabile sorriso.




Sostituto Procuratore di professione, lettrice appassionata di gialli da sempre, madre: insomma direi che gli impegni non mancano. Perché l’esigenza di raccontare se stessa e i suoi colleghi, sia pure sotto romanzate spoglie, in un momento in cui la magistratura - penso ai clamorosi “processi”politici o ai casi Gambirasio e Poggi -  è nel bene o nel male al centro di polemiche continue, e forse troppo spesso coinvolta anche a livello mediatico?
In realtà racconto quello che conosco bene, l’ambiente corale degli uffici giudiziari. Ma i miei romanzi potrebbero essere ambientati in un pronto soccorso, in una scuola... non credo che la sovraesposizione mediatica di certi casi di cronaca abbia inciso o influito sulla decisione di architettare questa serie. Mi hanno condizionato molto di più anni di letture e di film.


Leggendo il terzo “episodio” della serie Una Procura imperfetta, Il sonno della cicala, ho avuto la netta sensazione che rispetto al romanzo d’esordio Quota 33 e al sequel Doppia ombra ci si sia stata una decisa crescita nello stile. Nella scrittrice Gallego prevale la voglia di raccontare dei casi – quindi inventare storie gialle – o la voglia di raccontare quello che ai più è un mondo sconosciuto, se non come si diceva prima per sigle e frasi sterotipate sentite al telegiornale?
Mah, forse entrambe le tentazioni: l’epicentro narrativo è sempre la storia, ma l’esplorazione semiseria dei meandri della Procura rivela molto di chi la racconta.


Siamo al terzo episodio con gli stessi protagonisti, possiamo dire che sei la prima o una delle prime autrici italiane di un genere relativamente poco esplorato in Italia, ossia il legal procedural?  Dobbiamo considerarlo come la forma di scrittura da cui più ti senti attratta o una sorta di omaggio trasversale ad Ed Mc Bain (scrittore che hai dichiarato di amare molto) o più semplicemente un mix delle due cose?
Il legal procedural è il formato narrativo che meglio si adatta a raccontare la procura imperfetta. Ed Mcbain è stato un grande formatore.


La maggior parte degli autori italiani, mi riferisco ovviamente al genere thriller e noir, tende ad accentrare tutto in una vicenda attorno a cui ruotano le investigazioni: tu invece hai scelto di dare in ogni romanzo – e a me pare in crescendo – spazio ad una storia principale e contemporaneamente a  delle vicende minori. Non sono molti gli autori che riescono a portare avanti più storie alllo stesso tempo: una scelta dettata dalla voglia di raccontare la  Procura nel suo complesso? E in base a quali criteri scegli la vicenda da sviluppare e quelle da affiancare?
La quotidianità di chi fa questa professione è caratterizzata da un affastellarsi di storie, controstorie, digressioni, aneddoti. Ogni giorno chi fa il magistrato lavora contemporaneamente ad indagini diverse e incontra personaggi di tutti i tipi. Era per me importante raccontarlo, per mantenere realismo alle mie trame.


Ti capita di attingere almeno in parte alla realtà dei casi che vedi passare dalla tua e dalle scrivanie dei colleghi, o è tutto frutto della fantasia, ossia c’è la possibilità che decida di dedicarti solo alla scrittura o resterai un magistrato con un hobby?
Non ho bisogno di attingere, se non alla procedura penale. Ho una immaginazione criminale.


In Italia le donne che scrivono gialli, noir e simili non sono poche, ma sono relativamente poche quelle che arrivano a vincere o almeno ad essere finaliste in prestigiosi premi letterari. Tu quest’anno hai vinto La Provincia in Giallo e sei stata finalista del Ri.P.DI.CO. Una bella soddisfazione da tenere in tasca, o una spinta ad andare avanti?
Una gratificazione importante, un invito a continuare a sfogliare libri e a riempire pagine.


In questo Il sonno della cicala mi hanno colpita due cose in particolare: la prima riguarda i nomi dei personaggi coinvolti, altisonanti a volte buffi a volte decisamente evocativi – penso per esempio alla signora Segreto -  e ovviamente mi sono chiesta se la cosa è voluta o sia stato un caso. La seconda è che rispetto ai romanzi precedenti sempre di più, con una sorta di delicato disincanto, è presente uno spirito di “denuncia” sia di quelli che sono i meccanismi diciamo inceppati o inceppanti del Sistema giudiziario, sia di molte realtà alle quali purtoppo sembra abbiamo per così dire fatto il callo...
Io ascolto, osservo, rimugino e riedito. La denuncia la lascio a chi ama i pulpiti, preferisco raccontare l’umanità che comprendo, l’accidentalità degli eventi, l’ironia della sorte, l’imprevedibilità delle conseguenze, l’enormità di un movente. Personalmente provo simpatia per l’imperfezione, la descrivo nei miei libri come risorsa, non solo come difetto. C’è un’armonia recondita in certe inadeguatezze d’origine. Quindi più che uno spirito di indignazione, direi che si mantiene costante nella serie una vena di fraterna comprensione. Senza calli.

I libri di Roberta Gallego

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER