Intervista a Roberto Costantini

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Serata con brivido? Dovrebbe esserlo, dato che di fronte ho l’autore di una trilogia noir che ha terrorizzato migliaia di lettori italiani. Non ancora sessantenne - ci tiene a precisarlo - Costantini risponde con eleganza da scrittore navigato, eppure in fondo nel campo della fiction siamo solo all’opera seconda, esclusi i saggi che nulla hanno a che vedere con intrighi internazionali e omicidi e mai avrebbero fatto presagire un talento narrativo nascosto sotto l’abito scuro del professore universitario. Dietro la severità dell’uomo da cattedra, si nascondono uno humour e una capacità di penetrare l’animo umano nelle sue sfumature più cupe, di cui il commissario Balistreri - protagonista dei suoi romanzi - è l’espressione più riuscita.




Il tuo ultimo romanzo, che in realtà è il prequel di Tu sei il male, racconta la giovinezza di Balistreri a Tripoli in circa 700 pagine. Spezziamo una lancia a favore dei libri lunghi che ormai sembrano merce sempre più rara?
L’importante è che le 700 pagine siano motivate, è una grande responsabilità, quanti libri, gialli compresi si dilungano per centinaia di pagine ma senza alla fine dire nulla. Io poi di libri ne scrivo pochi perché sono lunghi e ci vuole tempo, e scrivo poco perché leggo tanto, amo profondamente leggere.


Nei romanzi seriali il lettore spesso si affeziona ai personaggi e, aspetta con ansia l’uscita della prossima avventura del suo beniamino. Come fa invece lo scrittore a capire quando è il momento di scrivere la parola fine?
È importante non affezionarsi troppo a un personaggio e capire quando una storia finisce, e per me quando finisce emotivamente finisce davvero, se no diventa un’operazione commerciale per vendere libri, l’affezione per un personaggio sta anche a un certo punto nello smettere di scriverne, poi magari riprenderlo dopo anni se ho ancora qualcosa da fargli dire.


Alle radici del male racconta l’adolescenza del cinico Balistreri: perché questo salto indietro nel tempo?
Molti lettori si sono chiesti perché Balistreri è così, e la spiegazione sta nell’adolescenza, per questo conoscerla permette di capirlo meglio, non di giustificarlo ma di comprenderlo. Ho scelto di pubblicare dopo il prequel perché cerco di dare al lettore anche la possibilità di immaginare, se lo scrittore scrive tutto lui non lascia spazi all’immaginazione, è bello invece leggere una cosa e chiedersi cosa accadrà dopo. Ricordo ancora la sensazione leggendo Il tropico del Capricorno quando c’è quell’addio e tu non sai dopo cosa succede, è bello che ad immaginare il seguito sia il lettore.


Tripoli è al centro dell’ultimo romanzo ma è anche la tua città natale. Quanto sono importanti la ricerca e il riferimento alle fonti nella tua scrittura?
Tripoli non è descritta solo come la città in cui ho vissuto diciotto anni, sarebbe troppo poco, quello serve per la parte emotiva. Sono andato a documentarmi negli archivi dell’ENI e dell’ambasciata italiana a Tripoli, e per la parte più moderna ho parlato a lungo con il console italiano in Libia De Sanctis. Le cose che ho scritto hanno riferimenti precisi. Il terzo libro finisce dove questo inizia con l’ipotetica caduta di Gheddafi, che poi nella realtà si è verificata proprio mentre scrivevo. Se parli della realtà comunque ti devi documentare, le fonti ci devono essere, poi su quella realtà puoi costruire con la fantasia, quando questa te lo consente.

I libri di Roberto Costantini

 

 

 

 
 
 
 
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