Intervista a Roberto Cotroneo

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Il suo editore mi ha dato un vago appuntamento per intervistare Roberto Cotroneo al Pisa Book Festival, salvo poi sparire prima di definire il luogo dove ci saremmo dovuti vedere con lo scrittore all’interno del palazzo dei Congressi della cittadina toscana. Al mio arrivo scopro che Cotroneo ha chiesto espressamente di non rilasciare interviste, ma con mia sorpresa lo trovo ad aspettarmi all’ora convenuta nel posto più ovvio. Per Mangialibri ha deciso di fare un’eccezione. Roberto Cotroneo è, forse, l’ultimo dei letterati e certamente uno degli ultimi esponenti di una generazione di giornalisti che indossavano il rigore come una seconda pelle e facevano della coerenza il loro vessillo, insieme alle sigarette, al J&B e alla buona conversazione.




Il tuo Niente di personale è una sorta di thesaurus di tutto ciò di cui ci siamo sbarazzati barattandolo con qualcos’altro, come selvaggi abbagliati da perline di vetro. È una scrittura che procede per giustapposizioni con l’odierno. Che cosa ti ha spinto a tirare fuori il passato così presto anagraficamente?
Non c’è un rapporto diretto con la mia biografia personale. Volevo soprattutto scrivere di un periodo, indipendentemente da un bilancio biografico. Si tratta pur sempre di un romanzo, anche se racconta gli ultimi trent’anni e lo fa in un momento in cui veramente abbiamo la sensazione che ci sia una frattura profonda tra quello che siamo stati e quello che siamo oggi. Da questa frattura è partita l’esigenza, dal fatto che durante questo passaggio la nostra storia personale è talmente franata, talmente invisibile ormai, rispetto questo presente, questo oggi che abbiamo tutti di fronte da richiedere al più presto, con una fretta inderogabile, di andare a ripescare, a scavare, a capire cosa siamo stati.

L’informazione a un certo punto ha cominciato a veicolare o addirittura creare la nuova tassonomia e la mitologia del quotidiano, però ha anche sdoganato una “neolingua” in politica. Ad esempio oggi nessun giornalista si sogna di dare del vice Presidente del Consiglio ai due “vice Premier” o del “ministro senza portafoglio” alla Bongiorno, come si faceva per Mammì o Zanone negli anni Ottanta. Qual è stato, per usare una tua espressione, l’undici settembre in cui l’informazione è diventata comunicazione?
Difficile dire esattamente quando è accaduta questa cosa. Certamente c’è stata una grande confusione di ruoli; a un certo punto il mondo della comunicazione, che è diventato un mondo sempre più invasivo, di cui bisognava sempre più tener conto, ha infettato il giornalismo che non è comunicazione, è un’altra cosa, è informazione. È avvenuto perché è più bella, la comunicazione, perché è più agghindata, perché è più elegante, meno rude del giornalismo. Perché in qualche modo anche gli editori hanno pensato che comunicare potesse far vendere più copie. È sempre un fatto di mercato; noi sappiamo bene che i giornali più autorevoli, quelli più asciutti, quelli che non gridano i titoli e non hanno articoli eccessivamente colorati, di solito chiudono dopo poco tempo perché i lettori si annoiano. Se noi abituiamo i lettori a leggere comunicazione, alla fine avremo sempre dei giornalisti che hanno bisogno di andare incontro ai lettori per far vendere le copie dei loro giornali ma anche per poi far vendere le copie dei libri che pubblicano.

Pensi che ci sia una generazione - la nostra - impegnata, sia a destra che sinistra, a raccontare la sua epoca, mentre una nuova generazione che non conosciamo, di cui non parliamo la lingua, di cui non capiamo i valori, sta già costruendo un futuro in cui le nostre paure e piccinerie saranno bandite? O forse anche loro si lasceranno fagocitare dal vuoto che abbiamo loro preparato?
Senza una cultura comune condivisa e senza una lingua vera, ricca, che riesca in qualche modo a raccontare e spiegare quello che siamo, anche per le nuove generazioni sarà un presente infinito, senza possibilità di comprendere quello che accadrà. Non voglio essere pessimista ma non ci sarà, se noi non mettiamo le basi in una maniera diversa, una nuova generazione che ha strumenti diversi. Su questo dubbi non ce ne sono, abbiamo fallito tutti. Le nuove generazioni saranno vittime di un linguaggio semplificato, di un marketing costante, di un’idea del profitto che è fondamentale, di una confusione voluta e anche un po’ furbesca tra qualità e quantità e così via. Questo è inevitabile se noi non rompiamo il circolo vizioso su cui si sono retti questi ultimi anni e che ci ha portato a una situazione oggettiva sociale e politica che è quella che vediamo tutti i giorni.

Ma abbiamo la credibilità necessaria ai loro occhi?
No, assolutamente no! Non ce l’abbiamo anche perché abbiamo fatto di tutto per non averla e su questo non c’è dubbio.

Ieri un autore che ho intervistato mi raccontava che sua moglie, guardando una foto di lui ragazzino nell’Irlanda degli anni ’90 gli ha detto “Wow, sei cresciuto negli anni 50!”. In effetti se si guardano gli ultimi trent’anni, siamo cambiati molto lentamente fino a un certo punto, poi abbiamo fatto un salto da cui non siamo ancora atterrati. Questa è una constatazione che anche tu fai nel libro: nel 1984 la televisione a colori era più che altro un bianco e nero colorato…
Questo è uno dei grandi problemi della contemporaneità e lo dico anche nel libro. I giornalisti hanno fatto questo mestiere con gli stessi strumenti per almeno sessant’anni. A un certo punto non solo è cambiato tutto, ma è come se si fosse imboccata una strada in discesa, per cui non solo sista andando più veloce, ma aumenta la velocità man mano che si scende. Tutto cambia a una velocità estrema, anche la politica, In passato quando un partito guadagnava lo 0,4 sembrava una cosa epocale, perché tutto era fermo. Oggi i partiti passano dal 40 al 20 percento e poi di nuovo al 40 come se niente fosse. Tutto è molto più liquido, rapido e quindi inevitabilmente meno leggibile.

Fino agli anni ’70, i soldi servivano, oltre che per il benessere materiale di una famiglia, per “comprare” un’istruzione, se non una cultura, per garantirsi un passaggio sull’ascensore sociale. Ora siamo in un momento in cui la comunicazione ha livellato verso il basso sia la ricerca di un terreno su cui edificare un futuro migliore, sia la ricerca di un terreno comune tra le persone, per cui assistiamo a un fenomeno per cui i figli dei “vice premier” probabilmente parlano e scrivono male quanto i figli dei verdurai...
Io credo che fondamentalmente il punto sia ancora un altro. Certamente la generazione degli anni ’50 e’60 aveva l’istruzione come possibilità di arrivare a una posizione personale, sociale, economica migliore. Per padri che avevano fatto gli operai tutta la vita, avere il figlio laureato era una delle grandi soddisfazioni della loro esistenza. La Laurea, in una fase della nostra storia è stato qualcosa che cambiava i destini delle famiglie da umili ad agiate o piccolo borghesi. Le nuove generazioni oggi sono i nipoti di quegli operai.

Siamo passati però al disprezzo della Scuola da parte di quegli stessi nipoti...
È molto evidente che dal momento in cui non c’è più un collegamento tra quello che studi e quello che farai, da qualche parte la colpa la devi mettere. In realtà quello che è successo è che abbiamo reso più elitarie l’istruzione e la cultura. Banalmente il ricco milanese mandava il figlio alla Bocconi, ma il ricco di oggi manda il figlio alla London School of Economics e alla Bocconi ci va la piccola borghesia. Si è spostato tutto un po’ più indietro: le élites esistono sempre, solo che mandano i figli ad Harvard, a Fontainebleau. Tutti gli altri si barcamenano come possono, la meritocrazia è stata cancellata col ’68. Il ’68 è stato un movimento profondamente reazionario in cui una classe borghese che aveva i privilegi ha bloccato i figli degli operai che potevano diventare qualcosa studiando. L’unico modo per bloccare quei figli di operai e garantire il potere a quella borghesia che poi l’ha detenuto in questo Paese era quello di abolire la meritocrazia e il 18 politico è l’esempio più eclatante. Abolendo la meritocrazia vince chi è più ricco, non chi è più bravo.

Ho isolato alcuni concetti dal libro e ti chiedo di darmi delle definizioni fulminee: c’era una volta la civiltà della carta, dei mobili in noce, delle bottiglierie e poi? Cos’altro c’era?
C’era una società collettiva culturale che si riconosceva e parlava la stessa lingua. Il dramma della velocità di questi ultimi anni è che la lingua è diventata diversa e quindi le nuove generazioni non si capiscono tra di loro.

I segreti?
Erano appannaggio di quasi tutte le famiglie. Il pro era che non dicendo tutto, alcune cose rimanevano riservate, i contro erano che i rapporti tra i figli e genitori di quella generazione, che parlavano molto poco, erano racconti fittizi. Oggi i rapporti sono quasi paritari e pur con tutti i difetti sono dei rapporti reali. Noi ancora abbiamo il ricordo di coloro che tornavano dai campi di concentramento e per tutta la vita non han detto una parola di quello che avevano subito. Oggi un padre lo racconterebbe al figlio fino allo sfinimento.

Tu stesso in Niente di personale dici di aver fatto ricorso agli archivi parrocchiali per scoprire la data del matrimonio dei tuoi, è vero?
In realtà è un dettaglio romanzesco del libro, non l’ho fatto, anche se avrei potuto.

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