Intervista a Sahar Delijani

Sahar Delijani
Articolo di: 

Finalmente è arrivata l’estate a Torino. Dopo lunghi mesi di aria grigia il sole risplende sul grigio dell’asfalto della zona universitaria di Palazzo Nuovo, colorandolo di venature argentee. Un bel segno. Aspetto Sahar Delijani al tavolo di un caffè proprio davanti al palazzo dell’università dove la conobbi anni fa durante un’esperienza comune di lavoro. Di lei ricordo soprattutto il sorriso e gli occhi, scurissimi e insieme pieni di luce. Ma anche conversazioni su letteratura e critica letteraria e sui suoi primi tentativi nel mondo editoriale, quando pubblicava brevi testi per importanti riviste letterarie come “The Battered Suitcase”, “SliceMagazine”, “Berkeley Poetry Review”, e per la rivista politica “Iran-Emrooz” (“Iran di Oggi”). Ora è finalmente diventata una scrittrice full-time e il suo romanzo d'esordio è stato pubblicato in settanta Paesi e tradotto in più di venti lingue. E nonostante sia stato scritto in inglese, la prima edizione è stata quella italiana per Rizzoli. Sahar è infatti italiana di adozione, vive a Torino (nel quartiere di San Salvario) ed è sposata con un semiologo e docente all’Università. Ma come si vede dai suoi lineamenti e dai colori ambrati del viso, le sue origini sono mediorientali. È nata infatti a Teheran 29 anni fa. Per la precisione, è nata in un carcere di Teheran, dove sua madre era stata fatta prigioniera perché oppositrice al regime di Khomeini. Dopo il parto, Sahar è stata cresciuta dai nonni e successivamente si è trasferita in California, per poi approdare a Torino. Ma l’Iran, la storia dei suoi genitori e dei suoi parenti, le rivoluzioni e le lotte dei suoi conterranei le sono evidentemente rimaste dentro. Quando arriva al caffè, con qualche minuto di ritardo, è sorridente e luminosa come sempre. Ha dei modi molto infantili e allo stesso tempo è molto elegante. Mi colpisce molto il suo cambiare repentinamente e naturalmente espressione quando parla della sua scrittura: il suo sguardo  assume mille forme nell’arco di pochi secondi, da serissimo si fa faceto e viceversa. Così come il suo tono di voce. Che sempre risponde e si adegua perfettamente e profondamente agli stimoli della conversazione.




Come ti senti a seguito di questo improvviso successo planetario?
Sono molto felice! Ma anche, ancora, molto sorpresa. Ho molte più cose da fare e faccio davvero moltissime cose ma ancora mi sembra che  tutto stia accadendo a qualcun altro! È comunque una sensazione molto bella, e sono sempre molto curiosa rispetto alla ricezione del pubblico. È uno stimolo costante.


Parliamo della Sahar scrittrice e dei suoi esordi nel mondo delle letteratura. Che puoi dirci?
Ho sempre amato scrivere e scrivo da quando sono molto giovane. Prima di cimentarmi nel romanzo ho scritto articoli e racconti. Poi scrissi anche altri due o tre romanzi (non pubblicati) ma si trattava di storie pressoché inventate che, a dirla tutta, non andavano da nessuna parte. Ci ho messo un po’ a trovare la mia voce e soprattutto a trovare la mia storia. Poi mi ritrovai a scrivere un racconto sulla storia dell’Iran, ispirato alle vicende della mia famiglia, e da lì tutto ha preso il via. Mi sono resa conto che era proprio di quello che volevo scrivere, la mia ispirazione continuava a tornare lì, in quei luoghi e in quei tempi attraversati dalla mia famiglia e dal popolo iraniano.


Come ti senti ad essere un’autrice tradotta? Pur essendo ormai praticamente “trilingue”, includendo cioè l’italiano in una delle tue voci quotidiane, mantieni l’inglese come la tua voce narrativa principale. Che effetto ti ha fatto vedere i tuoi scritti tradotti in italiano? Hai provato un senso di straniamento o hai riconosciuto subito le “tue” parole?
Sono molto felice della traduzione italiana! Children of the Jacaranda Tree è stato magistralmente tradotto da Federica Aceto che ha fatto davvero un ottimo lavoro. È rimasta molto fedele alla scrittura. All’inizio era strano: le mie frasi erano sì le mie frasi ma in un certo senso non lo erano più! L’italiano poi è una lingua così diversa rispetto all’inglese, è così poetica. Ho collaborato con la traduttrice in modo proficuo direi, ho risposto ai suoi quesiti e sono intervenuta soprattutto sul ritmo della prosa. Talvolta riconoscevo immediatamente una parola che non era la “mia”, ossia una parola che io non avrei mai usato in italiano. È stato davvero un processo interessante. 


Interessante ciò che dici del ritmo. Cosa cerchi di fare durante la scrittura di un romanzo, quali sono i tuoi propositi compositivi?
Non mi interessano storie che abbiano semplicemente un inizio, uno svolgimento e una fine. Mi interessano più dei nuclei narrativi indipendenti che abbiano tra loro un collegamento. Per L’albero dai fiori viola ho operato così, da un racconto ne sono venuti fuori altri – sette –  che avevano tra loro dei nessi tematici legati alla storia dell’Iran e della mia famiglia negli ultimi 20 anni. Mi sembra una forma letteraria molto più dinamica.


Ti sei ispirata a qualcuno per questo, a qualche modello letterario del passato, o del presente?
Soprattutto a Milan Kundera.


Per quanto riguarda l’aspetto più autobiografico della tua scrittura, quello che coinvolge la tua vita e quella soprattutto dei tuoi genitori, come hai proceduto? Hai lavorato sui tuoi ricordi, hai condotto interviste, ti sei documentata presso archivi o consultando documenti autentici?
Ho pensato molto alle storie dei miei genitori, quelle che in famiglia si sentivano spesso raccontare. Gli aneddoti del carcere ad esempio. Mi ha guidata la volontà di comunicare vicende davvero “reali”, non semplici riproduzioni asettiche degli eventi storici. E dunque ho parlato a lungo con i miei genitori.


È stato facile o hai incontrato reticenze o pudori da parte loro?
Per mio padre è stato molto più facile parlare di quegli episodi. Per mia madre meno. Le storie che sentivo da piccola erano le storie più positive e comunque rimanevano sempre in superficie. Conoscevo molti fatti ma solo in generale, e non ne conoscevo i dettagli. E, sì è vero, mia mamma era abbastanza reticente, specie perché raccontare per lei era anche rivivere quelle atroci sofferenze. Poi un giorno ci siamo trovate su un aereo per Vancouver e, con la cintura di sicurezza allacciata al sedile, ho potuto farle tutte le domande che volevo! E alla fine è stato un processo molto naturale.


Immagino che sia stato davvero una bella occasione di scambio e di conoscenza con i tuoi genitori...
Sì, senza dubbio. Accresciuto dal fatto che ora mio padre e mio fratello stanno traducendo il romanzo in fārsì per il mercato iraniano.


Davvero? Mi pare una bellissima cosa! Credi sia stato terapeutico, anche per loro?
Sì senza dubbio, “collaborare” con la mia famiglia per la mia scrittura è stato molto bello per tutti.


Ci sono scrittori persiani che ti piacciono o che ti hanno influenzata?
Soprattutto i poeti. Amo molto le poesie che affrontano il tema del cambiamento sociale e politico. Abbiamo avuto molti scrittori davvero ispirati, come ad esempio Ahmad Shamloo, la cui opera sperimentale è molto intensa. Fa parte di quella generazione di artisti e di intellettuali che si sono formati in Iran durante il periodo del cambiamento, portavoce di rivolte e di libertà, di qualcosa che aveva fermentato a lungo per poi risultare in una forma molto violenta di poesia.


E ci sono autori non persiani che ti hanno formato?
Un libro che mi ha segnata è Il dio delle piccole cose di Arundhati Roy, anche lei una scrittrice impegnata politicamente e socialmente.


E invece un romanzo che da piccola ti ha colpito? Uno di quegli innamoramenti in tenera età che, come vuole il cliché, “restano nel cuore”?
Senza dubbio Victor Hugo e il suo L’uomo che ride, che lessi da bambina. È un libro così grande così monumentale… ne rimasi affascinata.

I libri di Sahar Delijani

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER