Intervista a Salvatore Basile

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Salvatore Basile è nato a Napoli e vive a Roma, dove lavora come sceneggiatore e regista. Tra le sue sceneggiature ricordiamo Ultimo, La cittadella, Giovanni Paolo II. È ideatore di serie tv come Il giudice Mastrangelo e Una pallottola sul cuore. Ha curato, inoltre, la regia di alcuni episodi di Don Matteo 8 e Un passo dal cielo 2. Collabora abitualmente con Terence Hill, Gigi Proietti, Raoul Bova, Beppe Fiorello e Sergio Castellitto. Dal 2005 è, inoltre, docente del Master di Sceneggiatura televisiva e cinematografica presso l’Università Cattolica di Milano.




Una vita tra piccolo e grande schermo. Perché questa incursione nella letteratura con il tuo romanzo Lo strano viaggio di un oggetto smarrito?
Dopo tanti anni di sceneggiature ‒ lavoro che si svolge in gruppo, con mille varianti ‒ ho sentito il bisogno di immergermi in un racconto solitario e libero. La storia di Michele e del suo diario è arrivata a poco a poco, la sentivo crescere come se avesse una vita propria. E allora mi sono detto che era arrivato il momento di provare a scrivere un romanzo e cimentarmi in un campo tutto nuovo.

Il pubblico della narrativa e quello della tv: che differenza hai trovato?
Quando scrivi per la tv sai che ti troverai di fronte a milioni di persone che guardano il televisore, di sera, magari mentre si cena. Numeri talmente grandi da perdere, poi, una connotazione specifica. Il lettore, invece, mentre legge è solo, così come sei solo mentre scrivi. Il risultato, davvero emozionante, è sentire un rapporto stretto, personale. Quasi come raccontare ciò che senti a un amico che verrà...

Nel tuo romanzo ognuno, in fondo, cerca il proprio orso polare. Qual è il tuo?
Sorrido. Ne ho avuti tanti, di orsi bianchi da inseguire, nel corso della vita. Lo stesso romanzo, in fondo, è stato un orso polare da inseguire. A pensarci bene, però, il mio orso bianco sono le mie figlie, la loro felicità, per la quale sarei disposto a sacrificare qualunque cosa.

Un’ambientazione particolare tra mare e montagna, in una zona d’Italia sconosciuta ai più. Perché questa scelta?
I paesi descritti nel corso dello “strano viaggio” sono immaginari, non esistono, anche se sono collocati tra il litorale laziale e gli Appenini d’Abruzzo. Volevo raccontare una fiaba e mi sono detto che non esiste fiaba che inizi con “C’era una volta a Ladispoli...”, ma “C’era una volta in un paese incantato…”. Quindi ho deciso di inventare i nomi dei paesi e delle cittadine che Michele avrebbe incontrato lungo il suo viaggio. Ciò mi ha permesso anche di immaginare la loro conformazione e rendere il panorama della storia sempre più impervio, e le condizione meteorologiche sempre più gelide, mano a mano che la storia andava avanti, come a sottolineare le difficoltà di Michele nella sua ricerca.

Lavori anche come insegnante. Cosa consigli più spesso ai tuoi studenti?
Ai miei studenti consiglio sempre una cosa buffa: un pupazzetto animato e immaginario da mettere sulla spalla, che ripete, dopo ogni periodo scritto: “E a chi interessa quello che hai scritto?”. Finché il pupazzetto ha ragione, è meglio cancellare quanto scritto e riprovarci, anche cento volte, finché lo stesso pupazzetto decide di tacere. Oltre a ciò, consiglio di avere sempre il massimo rispetto per il proprio lavoro, il che vuol dire, ogni volta, gettare il cuore oltre l’ostacolo.

Ne Lo strano viaggio di un oggetto smarrito hai raccontato un’esperienza insieme intima e corale. Cosa dobbiamo aspettarci per futuro? Narrativo, s’intende...
Grazie all'incoraggiamento della Garzanti, che non smetterò mai di ringraziare, ho iniziato la stesura di un secondo romanzo. Sarà la storia del rapporto difficile tra un padre e un figlio. E il mare come sfondo. Spero di far tacere il pupazzetto, che si è già piazzato sulla mia spalla.


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