Intervista a Sami Michael

Sami Michael
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Sami Michael, Presidente dell’Associazione per i diritti umani in Israele e candidato al Nobel per la Letteratura, è nato a Baghdad nel 1926. Militante comunista, nel 1949 è stato costretto all'esilio in Israele. Per quattro anni è stato opinionista per Al Itihad e Al Jadid, i giornali in lingua araba del Partito Comunista israeliano, ma nel 1955 ha lasciato per sempre il Partito. Ha lavorato per anni come idrologo, amministrando le risorse idriche al confine con la Siria. Nel frattempo è riuscito a laurearsi in Idrologia, in Psicologia e in Letteratura araba all’Università di Haifa. Con perseveranza e volontà, senza averlo precedentemente studiato, Michael ha imparato l’ebraico perfettamente, e nel 1974, all’età di 48 anni, ha pubblicato il suo primo romanzo, al quale ne sono seguiti numerosi altri. Un vero onore per Mangialibri fare due chiacchiere con un uomo e uno scrittore così.

Perché in Palestina si guardano sempre troppo spesso le differenze tra i popoli e non si vedono quasi mai invece le somiglianze?

In un lungo conflitto come quello tra palestinesi e israeliani avviene qualcosa che accade quando a litigare è una coppia, una famiglia. Ci si dimentica dell’altro, delle virtù dell’altro, delle ore d’amore, di felicità, viene a mancare l’attenzione per l’altro e l’unica cosa che si ricorda sono le parti negative. Così è oggi per i due popoli, ognuno dei quali vede solo la parte più meschina dell’altro e decide di dipingerlo come un mostro.

 

Come vivi la tua storia di iracheno-israeiano? Non ti sembra quasi che dentro di te convivano due persone differenti?

Questo è un conflitto molto vivo dentro di me che affiora ogni volta che sento di autobus che esplode, sopra al quale potrebbe esserci uno dei miei nipotini, oppure ogni volta che sento di qualche uccisione tra i palestinesi da parte dell’esercito israeliano o quando sento che i coloni infieriscono sugli arabi palestinesi. Io sono un arabo tra gli ebrei e un ebreo tra gli arabi. Era così quando sono nato a Bagdad nella comunità ebraica ed è stato così quando sono arrivato in Israele da arabo, portando con me la lingua del nemico, le tradizioni del nemico, e persino il colore del nemico sulla mia pelle. Ambientarmi in Israele non è stato facile e quando sono arrivato a Haifa sono andato ad abitare nel quartiere arabo, lo Uadi. Di sicuro, ero convinto che non sarei mai potuto essere uno scrittore, perché la mia lingua era l’arabo. Mi sono detto: “pazienza, si può vivere in maniera diversa”. E per 15 anni ho fatto l’idrologo. Poi, un giorno, mi sono seduto alla scrivania, ho preso un foglio e ho scritto la mia prima frase in ebraico. Da quel giorno, da quel miracolo, dedico la mia scrittura a mostrare agli ebrei la parte bella degli arabi e agli arabi la parte bella degli ebrei.

 

Nel romanzo Una tromba nello uadi ci sono magnifiche figure di donne: Huda, Mary, loro madre Umm-Huda, l'anziana Jamilla, l'anticonformista Shirli. E' proprio vero che nella cultura araba la donna ha un ruolo subalterno, o si tratta solo di luoghi comuni? E qual è invece il ruolo nella società delle donne israeliane, delle quali in Europa si sa ben poco?

Se c’è una cosa che mi rende orgoglioso di Israele è il ruolo della donna nella società. E in particolare nei movimenti che si sforzano di raggiungere la pace. Ad esempio il ritiro dal Libano di Israele è avvenuto grazie alle pressioni del gruppo Quattro madri, composto dalle madri dei soldati che morivano in quella guerra. Tuttavia non si può dire che nel mondo occidentale le donne hanno raggiunto la piena uguaglianza e ancora oggi vengono sfruttate e represse, e io sono convinto che fino a quando la donna non diverrà libera, una vera democrazia non sarà possibile, dal momento che metà della popolazione mondiale non possiede gli stessi diritti. Nel mondo arabo, la situazione è ancora peggiore, perché le donne sono totalmente sottomesse e non possiedono nemmeno la libertà di scegliere il proprio amato, di studiare, di vestirsi come vogliono, di esprimersi. Per dare voce a questa ingiustizia, spesso scelgo nei miei romanzi figure femminili, ma do loro indipendenza, forza, sicurezza, in modo che possano esprimere il loro disagio e pretendere i loro diritti. In generale, penso che se nel mondo arabo dovesse arrivare una salvezza, questa non arriverà da fuori, dall’America o dall’Europa, ma arriverà dal coraggio delle donne di questi paesi.

 

Una tromba nello uadi è ambientato nel 1982, lo stesso anno dell'estate di sangue in Libano. Oggi, più di vent'anni dopo, la pace è più vicina o più lontana?

Ogni tanto ci sono delle scintille che danno speranza e fanno pensare che ecco, finalmente si può raggiungere una soluzione definitiva pacifica, ma poi queste scintille vengono subito spente. Io, nonostante le delusioni, cerco di contribuire con la mia attività di scrittore e di presidente dell’associazione per i diritti dell’uomo in Israele. Una delle cose che mi da speranza è sapere che ci sono tanti uomini nel mondo arabo, tanti intellettuali, che lottano, che rischiano la vita, per condannare il fondamentalismo, la violenza. Io cerco di fare lo stesso in Israele, ma non sono certo un eroe come i miei compagni arabi, perché Israele è una democrazia e se parli di certe cose, magari vieni stigmatizzato, ma non vieni certo condannato a morte. 

 

Sei contento che un tuo libro venga finalmente tradotto in Italia? Pensi che le tue storie possano piacere al pubblico italiano, che gli italiani possano capirle?

Sono contento che La Giuntina abbia pubblicato il mio libro, come non potrei esserlo? E sono sicuro che il pubblico italiano capirà e apprezzerà il libro. Una tromba nello uadi è una storia d’amore nella quale echeggia forte la volontà di convivenza e di dialogo, è un concetto che vale per tutti.

 

Che ne pensi della riduzione cinematografica del romanzo ad opera di Lina e Slava Chaplin?

Il film tratto dal libro mi è piaciuto molto e penso che i messaggi principali che il libro propone vengano trasmessi anche tramite le immagini. Naturalmente, la parola scritta ha una dimensione diversa rispetto allo schermo, meno immediatezza ma più profondità psicologica. E io preferisco rimanere con i libri. 

 

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