Intervista a Sandra Milo

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Donna bellissima dal fascino davvero unico: sexy, ironica, infantile, eccessiva, sincera e autentica. Tanto è stato detto e scritto su Sandra Milo, e tanto ci ha raccontato anche lei stessa. Amata da tanti o meno amata da altri, ma sicuramente non indifferente a nessuno. Dopo un passato da modella, divenne musa dei più importanti registi italiani, e una vera icona del cinema degli anni 60, consacrata definitivamente con i due film di Fellini e Giulietta degli Spiriti. Ma Fellini, come sappiamo, è stato anche un grande amore per lei, un rapporto profondo che andava ben al di là del set, e di cui l’attrice non fa segreto. La sua vita sentimentale è stata infatti tanto intensa e discussa quanto la sua carriera. Oltre al cinema e al teatro, infatti, Milo approdò alla televisione e, anche in quel caso, quel suo personaggio che, oltre alla bellezza, faceva dell’ironia il perno del suo fascino, non passò certo inosservato. Con la sua voce acutissima e i suoi modi sempre affabili, la sua bellezza diventava infatti molto più accessibile e, anzi, sembrava trovare il consenso di tutti, dagli uomini, alle donne e ai bambini. E poi è venuta la militanza con il Partito Socialista, il rapporto con Craxi, il finto matrimonio a Cuba, la famosa vicenda dello scherzo telefonico che ha reso il nome di suo figlio, Ciro, talmente popolare da rimanere impresso nella storia del costume italiano. Una figura quantomeno sfaccettata, dunque, un po’ donna e un po’ bambina, determinata ma sempre dolcissima, simpatica, leggera eppure sempre molto lucida e acuta. Una diva-non diva che mai sembra essersi presa sul serio fino in fondo, vivendo ed esplorando, come essa stessa dice, la sua vita emotiva e sentimentale prima di qualsiasi altra cosa. Con l’occasione della sua prima raccolta di poesie, edita da Morellini, Sandra ci racconta di questa sua nuova esperienza letteraria e dei suoi, inevitabili, intrecci col cinema e col costume. Anche se, chiaramente, dalle poesie emerge non tanto la diva, ma davvero il nucleo di quella sensibilità che l’ha resa una star del tutto atipica, e difficilmente rimpiazzabile.




La tua raccolta di poesie si apre con la ripetizione ossessiva della parola “tanto”. Tanto il pianto vissuto dalla donna per un uomo violento, tanto amore e tanto dolore, tanti sorrisi e un cielo “sfranto”. Una sorta di trionfo del corpo e dell’anima, appunto, vissuti entrambi attingendo al fondo della linfa vitale. Ma tutto questo dirompente turbinio di emozioni e sensi, anche violenti o, se vogliamo, a tratti feroci, sfocia e termina nel quasi serafico e disarmante sostantivo “canto” (“ma io sono qui/ e tu sei qui/ e questo è il senso/ di questo canto”). I lettori entrano dunque nel tuo mondo poetico e hanno, immagino, l’impressione, di entrare in un mondo estremamente ottimista, nonostante tutto. Sei davvero così ottimista?
Sì, è vero. Sono una donna che ha vissuto “tanto”, in tutti i sensi. E sono ancora carica di speranza, lo sono sempre stata, e ora anche di fiducia verso gli altri. La vita ti può travolgere. Le tragedie ti travolgono e ti annientano, ma anche gli eventi più belli ti travolgono, con una bellezza che può stordire, che può destabilizzare. Dopo tutte queste esperienze, anche contrastanti, sento in questo di aver raggiunto un equilibrio. E ne sono molto orgogliosa.

Lo credo bene, e hai ragione di esserlo. Oltre alla tua vita però e alle rutilanti esperienze emotive che l’hanno caratterizzata e che, come vedremo, tu riporti nei tuoi versi, le poesie trattano anche di vite “altre”, di altre persone. Penso allo struggente ricordo per l’amica Marina Ripa di Meana, ma soprattutto a vite davvero distanti dalla tua, come quella dei migranti…
Mi sono sentita molto vicina a loro, e la poesia mi ha permesso di immaginare e vivere le loro storie, in modo reale.

In effetti sembra che la voce narrante percepisca quella sofferenza e partecipi ai guizzi di coscienza e alle fugaci rivelazioni dei migranti (“un lampo, una visione, il mio cielo africano, infuocato al tramonto”; enfasi aggiunta, ndr). Entri nell’interiorità di queste persone con una forte, innegabile, empatia. È la stessa empatia che deve avere un’attrice nel momento in cui si cala, mentalmente, emotivamente e fisicamente in un personaggio?
Ah, interessante! Dunque… direi che è molto simile, ma è anche diverso. È una doppia pratica, ma qualcosa che esiste in me da sempre. Ho sempre amato immedesimarmi negli altri, sin da bambina. Cercare di capire gli altri, entrare in loro, spiegarmi il perché di un determinato comportamento. È sempre stato così. Ma adesso ho anche compreso che è un esercizio che mi ha aiutato moltissimo a capire meglio me stessa. Vedi, ad esempio, perfino se qualcuno fa un commento negativo sul mio conto, io non mi arrabbio. Cerco di capire, certo, ma mi dico che quella è la sua ottica, il suo modo di vedere le cose, e un motivo ci deve essere. E considero plausibili tutte le prospettive. E le rispetto.

Nella poesia Le tue mani colpisce il punto di vista della donna che osserva i gesti quotidiani del suo amato: le mani mentre si rade, mentre sceglie la cravatta, mentre sfoglia il giornale sotto lo sguardo osservatore e costante della donna. La stessa donna poi torna col pensiero a quelle mani maschili che, “appendici furiose”, di notte la “frugano prepotenti”. È un punto di vista squisitamente femminile, nel senso più alto e ancestrale del termine, e si inserisce nel discorso amoroso e nel rapporto ancora conflittuale tra i due sessi e i vari generi che li abitano…
Ho cercato di raccontare i problemi ma anche la bellezza del rapporto uomo/donna. Mi sono battuta moltissimo anche io per la parità dei diritti delle donne, certamente. Ma credo che il difetto di certe femministe sia stato quello di pretendere di essere comprese appieno dagli uomini. Per me non è possibile. Siamo diversi, abbiamo sensibilità diverse, modi diversi di pensare e riflettere sulle cose. Ho amato tanto, e ho cercato di farmi comprendere, ma poi ho capito che “lui” è sempre diverso da me, non sentirà mai quello che davvero sento io e non posso proprio farci niente. Comprendo la diversità e devo accettarla. Anzi, amo proprio questa diversità. È anche questa la bellezza dell’amore. Che per me è sempre la cosa più importante di tutte. E questo ho cercato di scrivere.

Sempre in questa poesia ti rivolgi anche al passato e definisci la memoria in termini dicotomici: “lieve e dolorosa”. Perché?
Perché i ricordi sono bellissimi ma anche sempre dolorosi, sia quelli belli, sia quelli brutti. Quelli belli lo sono perché pensi a qualcosa del passato che ti ha dato tanta gioia e realizzi che non c’è più. Quelli brutti perché rivivi esperienze orribili.

Eppure, correggimi se sbaglio, mi sembra sempre, il tuo, un processo costruttivo, sempre, anche quando l’esperienza è, appunto, “dolorosa”. No?
Sempre. È sempre costruttivo. Anche i ricordi negativi sono certamente importantissimi. Fanno parte della vita stessa.

Anche in altre poesie, come Il dubbio o La fine, emerge questo lato più malinconico, più triste, ma sempre consapevole. Nella prima in particolare il contrasto è atroce: una donna che va verso il suo uomo “vestita a festa e avvolta di luce” e poi si chiede e chiede all’uomo “ma tu c’eri?”, lasciando i lettori sospesi e attanagliati dallo stesso dubbio vissuto dalla voce narrante…
[Ride, e poi sospira a lungo, ndr] Riflettevo sull’illusione. Chi non è mai stato illuso o illusa? Specie nei rapporti amorosi. Ci si immagina che l’altro sia proprio lì per te, che ti entri dentro, che legga il tuo pensiero, il tuo desiderio. E invece, capita che non l’abbia mai nemmeno sospettato. Oppure, come dicevo prima, che non abbia mai capito. Sono momenti importanti quelli, di grande consapevolezza.

Da un punto di vista stilistico, le tue poesie sono cariche di immagini e di molte metafore, e spesso favoriscono la visualizzazione, da parte di chi legge, dei gesti e dei movimenti. C’è un forte livello di “visibilità”. È corretto affermare che tu sia stata, più o meno consciamente, influenzata dal cinema? Penso soprattutto alla poesia Lei in bicicletta, in cui l’effetto visivo e di movimento è evidente…
Il cinema sì, senza dubbio, ma senza pensarci. È stato una scuola per me. Ed evidentemente fa parte di me. La poesia mi piace tanto per la sua capacità di sintesi. È rapida, sintetica, veloce e molto emozionale. Ma anche narrativa: in poche immagini si riesce a raccontare una storia.

Tra l’altro ho apprezzato molto la scelta di affiancare i testi stampati con stralci delle poesie scritte a mano di tuo pugno. E ho notato che ci sono pochissime correzioni. È davvero così? Scrivi di getto? Ed è vero che scrivi di notte?
Sì, sì, di getto! Il più possibile! Ed è vero, correggo pochissimo. Perché poi correggendo troppo subentra il pensiero, la costruzione, il finto, si perde la vera ispirazione. Scrivo solo di notte, quando non sono disturbata dal telefono e da niente, e sento solo i rumori in strada. E penso. Tengo sempre con me un taccuino e una matita e appena mi viene in mente qualcosa lo scrivo. A volte mi addormento, magari, poi mi ricordo di dover scrivere qualcosa e mi affretto a trascrivere per paura di dimenticarlo.

Un po’ come i sogni quindi, che a volte scompaiono del tutto anche quando vorremmo ricordarli…
Sì, proprio la stessa cosa!

Dunque, c’è sempre qualcosa di felliniano diciamo… la poesia che più mi ha fatto pensare a Fellini è L’allegria dell’amore. L’immagine finale (“io ti cercherò sempre/ e un giorno/ da un’altalena di fiori/ salterò fra le tue braccia”) ricorda davvero la tua memorabile interpretazione in Giulietta degli spiriti … è proprio quella l’immagine?
Sì, è quell’altalena di fiori. Bellissima. E tanto poetica. Sai, Fellini è ricordato in maniera stereotipata, a volte mi pare non sia stato compreso. Si pensa spesso alla sua cupezza, e soprattutto si parla sempre del suo amore per i grandi seni e i grandi sederi, eccetera. Poco si ricorda invece la sua profonda spiritualità, la sua allegria e generosità, la sua purezza. Bisogna sempre ricordare, e lo dico sempre, che nonostante tutti i suoi film fossero pervasi di un fortissimo erotismo e di sensualità, non ci sono mai persone che si baciano davvero sulla bocca: oggi invece vediamo le lingue, le salive degli attori… lui no. Raccontava il sesso e l’erotismo in modo totalmente spirituale.

In un video, Federico Fellini ti ha descritta con delle parole che sembrano, a mio avviso, anche descrivere il tuo approccio alla poesia: “La Sandra vive e si atteggia nella vita con una forma di curiosità e passività insieme, come una che stesse dicendo: vediamo un po’ come va a finire... la cosa mi interessa”…
Ah, ricordo quell’intervista. Che bella! Devo avere il video da qualche parte... sì, sono d’accordo. Era proprio un genio. Aveva capito di me cose che al tempo forse non avevo capito nemmeno io. Una sensibilità e una intelligenza fuori dal comune.

Sappiamo molto del tuo rapporto con Fellini, ci hai raccontato molto. Ci ricordi magari qualche evento negativo sul set, o una situazione particolarmente difficile in cui Fellini perse la calma, o si arrabbiò, o dava segni di stanchezza o evidente fastidio?
No, non sul set. Davvero quasi mai, direi. Semmai prima di iniziare il lavoro del set, a causa di contrasti, questioni coi produttori e cose simili. Sul set era tutt’altro, sembrava che vivesse lievemente qualsiasi cosa, anche la rabbia. Aveva un’empatia profonda, qualcosa di fortissimo, magari esagerato dire “magia”, ma era proprio così, e la instaurava con tutti. Mi ricordo che una volta giravamo una scena, lui mi aveva spiegato tutto e io iniziai dunque a recitare seguendo le sue indicazioni. Da lontano notai che mi guardava con uno sguardo particolare e indecifrabile. Poi si avvicinò, e a qual punto già sapevo che, nel frattempo, aveva cambiato idea e che voleva la scena in un altro modo. C’era una comunicazione silenziosa tra noi, che andava ben oltre il linguaggio verbale.

In Giulietta degli Spiriti hai un ruolo, anzi tre ruoli molto importanti, a mio parere “elettrici”, e la tua interpretazione è stata davvero molto lodata. Ma ricordo una tua intervista di tanto tempo fa in cui raccontava che in realtà sul set nessuno ti rivolgeva la parola. Ma è vero?
Oh sì, verissimo!

E come mai? E come è stato lavorare in quel modo?
C’era stata una scissione, molto dolorosa. Tra me, e Federico e Giulietta. Io ero molto amica di Giulietta, ero legata a lei da profondo affetto e stima. Una sera dovevo andare a cena da loro. Venne un amico comune e mi disse “Stasera non devi venire… guarda, Federico e Giulietta sono molto dispiaciuti perché hanno letto su un giornale che tu avresti detto di essere l’unica vera musa di Federico”. Ma non era affatto vero! Era qualche notizia inventata dai giornalisti. Entrai in una crisi profonda. Mi ammalai, dovetti persino fare la cura del sonno. Nel frattempo, Federico stava già lavorando a Giulietta degli spiriti e seppi che voleva me per una parte. Il mio agente mi disse di non farlo, assolutamente. Ricordo bene le sue parole: “Non lo fare! non lo fare!”. “Io invece lo voglio fare!”, gli risposi. E così arrivò il momento dell’inizio delle riprese. Arrivata sul set, né lui né lei mi salutarono. “Oddio mio”, mi dissi, “ma perché??? Questo non lo accetto, e anzi voglio fargliela pagare”. Nella troupe c’erano moltissimi uomini e così iniziai a civettare con tutti. Lei era molto triste, sempre in disparte, lui seccatissimo. Finché a un certo punto si avvicinò e mi disse “Beh, la vogliamo piantare?”. E ci riparlammo. Poi mi disse anche “Ti prego, stai vicina a Giulietta, lo vedi che è triste?” e dunque feci la brava ragazza, rimasi sempre vicino a Giulietta e le riprese andarono tranquillamente avanti.

In effetti, tu stessa hai dichiarato di avere amato tanto Federico ma anche di aver amato tanto Giulietta. Ma di Giulietta Masina che cosa amavi?
Era una donna molto particolare. Aveva accettato il personaggio pubblico della moglie borghese e questo è quello che di lei appariva, più o meno. Era intelligente, molto colta, piena, davvero piena di fantasia, anche lei del segno dei Pesci, come me. Una sera ero a casa loro ai Parioli. Ad un certo punto mi prese per mano dicendo “Vieni, ti faccio vedere una cosa”. Aprì una porta ed entrammo in una stanza piena zeppa di vestiti da sera me-ra-vi-glio-si! Paillettes, luccichini, strass, stoffe bellissime… il tesoro di Ali Babà! Era un sogno. Ed era la sua stanza segreta. Le dissi subito “Ma che belli, ma perché non te li metti mai?”. E lei mi disse “A Federico non piacciono molto”. Dunque lei si comprava quei vestiti favolosi e li teneva in quella stanza chiusa, tutta sua. Mi venne da piangere dall’emozione. Pensai che fosse un atto di amore straordinario. Un atto che richiede tanta forza.

Senza dubbio, e credo racconti bene quel carattere del tutto unico, immagino. Passando invece ad Amarcord, proprio la scorsa estate ho visitato una mostra su Fellini a Perugia e avevano un lungo video delle teche Rai in cui, per la prima volta, ho visto il provino che tu facesti per il ruolo leggendario della Gradisca. Ma perché poi non recitasti nel film? E soprattutto, ti è piaciuta poi l’interpretazione di Magali Noël?
Ah, sì certo, come no. Feci il provino vestita e truccata di tutto punto ma poi fui costretta a rifiutare all’ultimo momento, avevo conflitti familiari, mio marito non era d’accordo in quel momento, e dunque decisi di non farlo. Federico aveva immaginato quel ruolo per me e non poteva accettare il mio rifiuto. Si ammalò, rimase a letto per 20 giorni, interrompendo le riprese. Un finimondo! Poi si riprese e fu scritturata Magali Noël. Lei era bravissima, e lo è stata senza dubbio anche in quel ruolo. Ma credo che fosse come condizionata dal mio fantasma. Fellini le fece vedere il mio provino e le disse “Cerca di essere il più possibile simile a lei”. E lei fece di tutto, poverina, per somigliarmi. Si mise pure della bambagia nel naso per allargare le narici.

Mi viene davvero da dire che è stato un peccato, pur avendo amato molto anche io Magali Noël. Ci sono altri film di Fellini, oltre a questo, a cui avresti voluto partecipare?
Mamma mia, tanti! Ne avrei potuto fare un altro ma poi nulla. Un giorno Federico mi disse che stava lavorando a un film: “Vorrei raccontare la donna come non l’ho mai raccontata”. Stiamo parlando ovviamente de La città delle donne. “Bene, vediamo”, dissi io. Mi diede un copione in mano. Mai visto un copione prima con lui, al massimo qualche foglietto, qualche breve indicazione. Poi mi disse: “Non so, forse non mi è venuto bene. Sono tutti frammenti di donna. Se vuoi, li puoi fare tutti tu”. “Cosa??? Frammenti di donna???”. Mi offesi a morte. “Ma quale frammento di donna? Ma io sono una donna di un certo spessore, non certo un frammento!!! Ma tu chi hai amato??”. Mi arrabbiai moltissimo e gli buttai il copione in faccia. Un disastro… mi chiamava Marcello: “Sandra, dai non fare così, ma perché te la sei presa tanto? Federico ti vuole nel film, lo sai”. “No, no, no, non sono un “frammento”!

Si è parlato tanto dei tuoi rapporti con gli uomini. E con le donne? Che rapporti avevi? Oltre a Gulietta Masina, hai lavorato con attrici memorabili come Anouk Aimée, Claudia Cardinale, Rossella Falk, Valentina Cortese, Sylva Koscina… tanto per citarne alcune…
Rossella era stupenda davvero, una donna totalmente priva di cattivi pensieri, senza invidie, senza brutti sentimenti. Anche Anouk Aimée era fantastica, e bravissima. Aveva una nonna di cui parlava spessissimo, e raccontava storie bellissime su di lei. Ne parlava proprio sempre, credo avesse imparato molto da quella nonna. Di Valentina Cortese ho anche un ricordo molto bello, era una donna molto generosa. Noi eravamo, tutte, molto amiche. Tutte molto diverse le une dalle altre e, allo stesso tempo, molto simili. E molto legate, mai in competizione.

Torniamo ancora indietro tra le tue memorie. Cosa ricordi della sua prima esperienza al cinema con Pietrangeli ne Lo scapolo?
La mia primissima esperienza… a Roma. Venivo da Milano, al tempo facevo la modella. Roma era così diversa, a Roma c’è un’ironia a volte pesante. L’ironia romanesca è sì bonaria, ma a tratti poteva essere pesante. E in più Pietrangeli proprio non mi poteva vedere! Non mi sopportava proprio. Pensa che quando mi vedeva arrivare diceva: “Ecco Eleonora Duse!”. Non fu certo facile. Però uno degli assistenti alla regia era Franco Zeffirelli, che fu molto carino con me. Mi incoraggiava sempre. Mi diceva “Non te la prendere, tu vai avanti, non pensare e nulla e vai avanti”. E così feci. Poi anche i miei rapporti con Pietrangeli, nel tempo, migliorarono molto.

E di Rossellini cosa ricordi?
Che era un genio! Un genio a tutto tondo, una specie di Leonardo da Vinci. Era un genio anche nella tecnica. Costruiva delle scenografie disegnate, grandissime, dei fondali veri, intere vedute di città. Fu anche uno dei pionieri per l’uso dello zoom. Ricordo che si ingegnava sempre con i macchinisti con strani strumenti per ottenere il massimo risultato. Nessuno ne parla davvero in questi termini, e me ne dispiace.

Mi piace terminare invece con un esempio contemporaneo. Un po’ come Giulietta degli Spiriti che fu aspramente criticato in Italia ma ottenne grandi consensi all’estero, così è in parte successo a La grande bellezza di Sorrentino, per poi arrivare al successo internazionale, all’Oscar, eccetera. Un film definito spesso “felliniano”. Sei d’accordo con questa definizione?
Mah, non saprei, non credo si possa essere “felliniani” in quel senso. Un artista deve avere la sua ispirazione, deve essere totalmente personale. Se si prende ispirazione da altri, non è più autentica ispirazione.

Dunque non ti è piaciuto?
Al contrario, mi è piaciuto molto. È un bellissimo film e il regista è molto bravo. Ma diciamo che Fellini rimane Fellini. Unico e irripetibile!

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