Intervista a Sergio Claudio Perroni

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Editor, traduttore di narrativa inglese e francese, romanziere dalla penna lieve e profonda al tempo stesso, Sergio Claudio Perroni ha seguito Elisabetta Sgarbi nell’avventura de La Nave di Teseo. Vive da sempre attorniato dalle parole, ma è anche un personaggio che non ama le luci del palcoscenico, preferisce un approccio schivo, lontano dagli eccessi narcisisti(ci) dell’era dei social network. A maggior ragione lo ringraziamo di aver accettato di rispondere alle nostre domande.




Da dove nasce la scelta di offrire al pubblico Entro a volte nel tuo sonno, un libro che sembra così... intimo? Si percepisce come si trattasse di frammenti di un diario, pensieri che rivelano un mondo interiore…
Più che voci da un diario sono variazioni sul tema della vita: la mia vita ma soprattutto quella di persone che mi colpiscono e di cui nel libro tento di immaginare la storia, i pensieri, le emozioni. Quindi se un diario è, è un “diario di ognuno”. O, almeno, spera di esserlo.

Pensi che la lunga esperienza di traduttore affini la sensibilità, soprattutto nell’uso delle parole? E questo ha favorito la vena lirica dei tuoi scritti? In questo ultimo libro è particolarmente accentuata, ma era evidente anche nel tuo precedente, Il principio della carezza
La consuetudine con la parola tradotta da una lingua all’altra è sicuramente un ausilio per tradurre sulla pagina ciò che si pensa, per passare dalla lingua mentale a quella scritta.

Posso permettermi una domanda che può sembrare un po’ leziosa se non banale? Va bene, io ci provo. Qual è, davvero, il peso delle parole?
Potrei cavarmela dicendo che per rispondere ci vorrebbe un intero volume. Ma la verità è in tre ‒ pesantissime ‒ parole: non lo so.

Scrivere un libro così, soprattutto per un addetto ai lavori come te, può essere considerato un modo di avvicinare il grande pubblico alla poesia, di solito considerata “una cosa di nicchia”?
Mi piacerebbe vantarmi di essere così lucido e generoso da scrivere per una missione tanto nobile. Ma purtroppo quando scrivo lo faccio per un’esigenza interiore, non a scopo pedagogico. Comunque, e per fortuna, ad avvicinare il grande pubblico alla poesia hanno già provveduto autori di ben altra levatura, come la Szymborska.

Fai un sacco di cose: sei editor, agente letterario, traduttore, autore di teatro, scrittore e forse tralascio altre cose importanti. Secondo te, qual è la dimensione nella quale ti esprimi meglio?
Per fortuna ‒ o per furbizia ‒ mi cimento solo con cose che mi riescono bene, quindi non ho graduatorie.

Forse sarai stanco di sentirtelo chiedere, ma vorrei tanto che lo raccontassi ai nostri lettori. Che significa tradurre un autore come David Foster Wallace? Che esperienza è stata?
Insieme allo Steinbeck di Furore, quella de La scopa del sistema è stata la traduzione che mi ha appassionato di più. A questo punto dovrei aggiungere “perché era difficilissima”, ma in realtà quando un autore ti piace ne vedi solo la bellezza.

A volte hai un po’ “bacchettato” qualche autore. Posso chiederti, da brava mangialibri, i libri di quali autori “divori” con più gusto?
Mi limito a citare due romanzi recenti che mi sono piaciuti così tanto che, per avendoli finiti, continuo a tornarci sopra per godermeli ancora un po’: L’arminuta di Donatella Di Pietrantonio e Il passato di Alan Pauls.

I LIBRI DI SERGIO CLAUDIO PERRONI



 

 

 
 
 
 
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