Intervista a Shahd Abusalama

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Shahd è poco più che ventenne, eppure ha già visto tanto della vita. Forse il peggio. La disperazione e il massacro del popolo palestinese è l'oggetto quotidiano del suo blog Palestine from my Eyes, che rappresenta uno strumento moderno di cronaca e denuncia. Shahd doveva venire a trovarci in Italia, per la precisione a Roma, alla fine di ottobre, in occasione della presentazione del libro tratto dal blog. Ma gli imprevisti non sono mai troppi, e il viaggio è saltato. Ci siamo accontentati di un'intervista realizzata per e-mail. Nonostante i problemi di connessione, le risposte di Shahd, in fondo, sono arrivate presto. Direttamente da Gaza.




Perché un blog in lingua inglese?
Il fatto che mi sia trovata ad assistere al massacro durato 22 giorni che l'esercito israeliano ha perpetrato contro il mio popolo a Gaza nel periodo in cui andavo al liceo ha giocato un ruolo decisivo nella mia decisione di studiare Letteratura inglese all'università. Durante quel periodo orribile e triste, mentre rimanevamo al buio sotto un continuo bombardamento e mentre lo sterminio di massa ai danni dei palestinesi e la distruzione andavano avanti senza sosta, avevo la terribile sensazione di essere isolata da tutto il resto del mondo. Non esisteva sicurezza in tutta la Striscia di gaza, ognuno sentiva di poter diventare un bersaglio in qualsiasi momento. Sopravvissuta a quell’inumano attacco militare, ho sentito con forza il bisogno di studiare Inglese, perché - essendo il linguaggio internazionale per definizione – mi avrebbe permesso di costruire un ponte tra la mia Gaza sotto assedio e la comunità internazionale. Poco dopo aver iniziato i miei studi universitari, ho iniziato a scrivere in inglese sul mio blog “Palestine from My Eyes”  usandolo come una piattaforma per tradurre il dolore della mia gente, per comunicarlo al mondo facendo in modo che la voce soffocata dei palestinesi potesse essere finalmente ascoltata. Non potevo resistere osservando come i media sionisti venivano e vengono impiegati in modo massiccio per distorcere e manipolare la realtà palestinese invertendo i ruoli di vittime e oppressori. Volevo disperatamente combattere questa ignoranza, questo processo di disumanizzazione sistematica del mio popolo e quindi mia, che ha spinto il mondo a rimanere inerte mentre la mia gente veniva massacrata, umiliata, violentata, arrestata, assediata e privata dei suoi diritti umani basilari. Ho quindi scritto storie ispirate alla vita reale, cercando di raccontare la Palestina attraverso i miei occhi: storie sulle sfide quotidiane che dobbiamo affrontare per sopravvivere giorno dopo giorno. Ho scritto riguardo alla vita di incertezze che ogni palestinese deve condurre sotto l’occupazione israeliana. Ma nonostante le difficoltà ho sempre cercato di evidenziare che la fede profonda nella nostra causa che tutti coltiviamo dentro di noi nutre la nostra determinazione a sfidare l’oppressore, a resistere e a non abbandonare mai la speranza che verrà un’alba in cui il sole della libertà sorgerà e la giustizia prevarrà.

Qual è il senso e il ruolo della cosiddetta “Electronic Intifada”? Cosa significa la parola “Intifada” per voi palestinesi?
Ci sono state due Intifada nella storia della Palestina. Io sono nata durante la prima, scoppiata nel 1988, mentre la mia consapevolezza della causa palestinese e del mio possibile ruolo si è formata durante la seconda, del 2000. L’Intifada simboleggia la rivoluzione contro l’ingiustizia e la violenza. È la resistenza di un popolo oppresso contro circostanze ingiuste e inumane che non possono più essere tollerate. È il grido soffocato di un popolo dimenticato che esplode dopo tanta sopportazione per rompere le barriere dei senza voce, un disperato anelito di libertà. Intifada è il nostro urlo diretto alla coscienza della comunità internazionale affinché si schieri al fianco della giustizia per far cessare i crimini contro l’umanità commessi dall’entità sionista che agisce in Palestina da più di sei decenni.  Se poi mi soffermo più a lungo sul senso del termine “Intifada” mi appare chiaro che il significato rivoluzionario è stato presente sin dall’inizio, da quando il progetto sionista minaccia la nostra terra natia. La nostra Nakba (da Wikipedia: النكبة‎, an-Nakbah, letteralmente “disastro”, “catastrofe” o “cataclisma”, è il nome che viene assegnato nel mondo arabo e in Palestina in particolare all'esodo delle popolazioni arabe - iniziato a partire dalla Dichiarazione Balfour (1917) e intensificatosi a partire dal 15 maggio 1948 - che colpì i residenti della regione palestinese quando il Regno Unito, ritiratosi dalla medesima, attribuì ad Israele, secondo il Piano di partizione della Palestina contenuto nella Risoluzione 181 sanzionato dall'ONU il 29 novembre 1947, la sovranità su quei luoghi) non è un singolo evento nella storia palestinese. È un processo che non si mai arrestato e che finirà soltanto quando l’occupazione sionista verrà sradicata dalla terra palestinese. Dunque c’è una Intifada che assume tante forme: ovunque ci sia ingiustizia e oppressione forme di ribellione devono esistere in risposta. L’Intifada va da un grido di una donna in faccia a un soldato sionista a un checkpoint di apartheid a un sasso tirato da un bambino palestinese a un tank israeliano, da un dipinto a un poema pieno di rabbia: la resistenza è ovunque e può essere portata avanti da chiunque.

Oltre che sul blog sei molto attiva sui i social network. Che ruolo ha il web come strumento di denuncia? È una denuncia fine a se stessa, oppure internet è effettivamente uno strumento di libertà?
Con la Primavera Araba abbiamo notato quanto il web riesca ad influenzare i movimenti popolari nel mondo arabo e quanto i social media siano efficaci nel mettere in contatto le persone di tutto il mondo. Internet fa parte della mia vita da sempre, e questo vale per tanti altri giovani palestinesi, soprattutto nella Striscia di Gaza. Là c’è un dolore sotterraneo che nasce dalla sensazione di essere isolati, soffocati, sotto assedio: il web e i social media ci permettono di esprimere i nostri sentimenti liberamente, di condividere le nostre storie, di far sentire le nostre voci. Attraverso internet personalmente sento di poter rompere le catene che bloccano le mie mani e i miei piedi vivendo nella prigione a cielo aperto della Striscia di Gaza. Catene che sono anche psicologiche: l’assedio ci fa sentire meno che umani, assottiglia i nostri orizzonti e uccide la speranza dentro di noi. Uno dei motivi per cui Israele continua a terrorizzarci e opprimerci è il silenzio del mondo, che gli dà l’impunità, il coraggio di oltrepassare tutte le linee rosse. Credo che internet giochi un ruolo essenziale nell’aumentare la coscienza e la conoscenza in tutto il mondo riguardo alla tragedia palestinese. Sempre più persone attraverso i social media comprendono che i palestinesi sono solo esseri umani che combattono per la libertà, non terroristi come li dipinge la propaganda sionista. In quanto popolo che vive sotto un’occupazione straniera, noi abbiamo tutto il diritto di usare ogni mezzo di resistenza contro gli occupanti e i colonizzatori, e questo diritto è persino garantito dalle leggi umanitarie internazionali e dalle Risoluzioni ONU. Israele investe una grande somma di denaro nella propaganda per nascondere le sue politiche di occupazione delle terre e di colonialismo: è quindi del tutto ovvio che noi abbiamo bisogno di un’autodifesa intellettuale su quante piattaforme informative possibili per presentare il punto di vista palestinese. E nel nostro raccontare dovremmo sempre provare a  incoraggiare la mobilitazione e l’azione, cioè fare boicottaggi e dimostrazioni, collegarsi alla Palestina o sfidare Israele legalmente e politicamente.

È sufficiente un blog per esprimere il flusso creativo di un’artista?
Un’artista non tollererà mai che qualcuno la rinchiuda in una scatola impedendo alla sua mente di andare oltre. Un blog è uno strumento potente per esprimersi, ma non è abbastanza per soddisfare la tensione creativa. Gli artisti dovrebbero utilizzare qualsiasi modo e qualsiasi tecnica per sviluppare ed esprimere la loro creatività, senza limiti.

Quanto spazio hanno la cultura e l’arte in un Paese occupato?
Nella perdita e nella durezza, la creatività e il talento emergono ancora. Anzi, oppressione e conflitto sono spesso un catalizzatore per il lavoro artistico. L’arte è una forma espressiva. Un popolo oppresso sviluppa la sua propria forma d’arte che ha le sue radici nelle tradizioni del passato ma è anche abbastanza creativa da produrre nuove forme d’espressione e significati. La Palestina ha una cultura ricca, il suo retaggio culturale va indietro al IV secolo. Ma l’occupazione prova a deformare questa antica cultura in molti modi, per esempio imponendo politiche razziste e restrizioni ai movimenti di studiosi, accademici, pensatori, artisti, scrittori. Mentre in queste condizioni difficili molti grandi artisti non riescono a esprimere tutto il loro potenziale, ce ne sono alcuni il cui talento non può essere ignorato. È estremamente importante che i giovani artisti emergenti palestinesi ricevano un supporto per poter esprimersi creativamente e sostenersi. L’arte palestinese ha una bellezza universale che può toccare tutti: possiamo tutti trarre beneficio dal fatto che prosperi e cresca.

Come ti immagini fra 10 anni? Quale sarà il tuo futuro e quello del tuo blog? Progetti per il futuro?
Nel mio futuro mi piace immaginarmi in un luogo da cui possa contribuire alla ricchezza della narrativa palestinese, possa essere una voce potente per il mio popolo, ovunque io viva. Sogno di continuare a studiare Scrittura creativa nel mio Master in Arte. Spero di diventare una scrittrice capace di parlare per una giusta causa e per i popoli oppressi, capace di raccontare l’aspirazione della gente a vivere semplicemente in sicurezza e pace. Ma mi piacerebbe anche che la mia scrittura potesse rappresentare e presentare la profondità e la diversità della vita in Palestina in un modo che il semplice reportage giornalistico non permette di raccontare. Vorrei produrre fiction letteraria ispirata alle mie esperienze di ragazza cresciuta a Gaza, oppure alle storie di altre persone che vengono da altri posti fuori da qui, che ancora non conosco e non ho incontrato. Tra molti anni vorrei scrivere romanzi e racconti con tecniche narrative e di sviluppo del plot che possa colpire il pubblico del mondo anglosassone. Uno storytelling che possa penetrare le barriere culturali, sociali e politiche che ci distraggono dalla nostra comune umanità, qualcosa che è stato centrale sin dal primo giorno che ho iniziato a scrivere in inglese. Credo moltissimo nel potere della Letteratura di trasportare scrittore e lettori nella vita, nella pelle di altre persone e di permetterci di abbracciare l’universalità della nostra umanità. Vorrei essere il tipo di scrittrice che riesce a intrattenere i suoi lettori ma al tempo stesso li educa e informa sulla vita in Palestina e sulla causa palestinese. E naturalmente mi piacerebbe che i miei lavori venissero tradotti in tutto il mondo: in ciò che scrivo ci sono tante voci dalla Palestina che spero tanto che i lettori in Italia possano apprezzare leggendo questo mio primo libro. Spero che i movimenti di solidarietà italiani possano leggere con interesse queste mie testimonianze da Gaza. In tutta Europa, il supporto alla causa palestinese sta crescendo. E l’UE ha una profonda influenza su quanto ci accade in Palestina: un’azione decisa della UE porterebbe a un cambiamento nella politica Usa di appoggio a Israele, che è la sfida più grande da affrontare per noi. Ma una sfida che – come la lotta all’apartheid in Sudafrica ha dimostrato – non è insormontabile.

I libri di Shahd Abusalama

 

 

 

 
 
 
 
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