Intervista a Silvia Ronchey

Silvia Ronchey
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Il plauso della critica per i suoi testi fa di Silvia Ronchey, oltre a un'emerita studiosa della civiltà bizantina, una scrittrice di successo. È appena sbarcata da un volo aereo che la riporta in Italia dalla "sua Costantinopoli". L'aeroporto è un vasto brulicare di rumori, suoni e folle agitate di viaggiatori. La scrittrice appare trafelata, stanca ma felice e disponibile a rispondere alle nostre domande. Ci appartiamo in un bar limitrofo, ordiniamo due caffè e iniziamo la conversazione.
Quando e da quali circostanze è nato l'amore per lo studio del mondo antico e in particolare dell'epoca bizantina?
A quindici anni, al liceo Visconti di Roma, l’ex Collegio Romano di Ignazio di Loyola. Erano gli anni 70, e mentre studenti e professori facevano continuamente quello che chiamavano sciopero (del conoscere? Non capivo) e passavano il tempo nei cosiddetti collettivi (collettivizzando cosa? Non capivo), io passavo il mio nell’adiacente Biblioteca Casanatense,o mi spingevo fino all’Angelica. Ho continuato per tutti i tre anni del liceo, e quando mi sono accorta che la letteratura greca non finiva con quella che all’epoca si chiamava ellenistica, come poteva sembrare dai manuali scolastici, ma continuava per undici secoli, appunto a Bisanzio, ho cominciato a inoltrarmi con emozione in quella frontiera sconosciuta.
 

Quali sono gli elementi della civiltà bizantina che ti appassionano maggiormente?
Mi accomunav ai bizantini l’amore per gli stessi autori: i greci classici, appunto, specialmente i poeti ma anche i filosofi, in particolare Platone, e gli storici, specialmente Tucidide. Inoltre, mi pareva, all’epoca, di vivere in un’età di decadenza della vita della Polis. Un’età in cui la cosa più urgente e importante era la trasmissione di un sapere passato che rischiava di venire tradito o dimenticato nell’entusiasmo per il futuro. Una percezione tipicamente bizantina.
 

Quali i personaggi che ti hanno maggiormente affascinata? 
Gli intellettuali, tutti.  In particolare Michele Psello, filosofo platonico e monaco eretico, alto funzionario di corte e insieme grande critico del potere. Appena laureata, dietro incarico di Pietro Citati, ho trascorso anni immersa a tradurre la sua immensa opera storica, la Cronografia, che sarebbe uscita nel 1985  in due volumi per la Fondazione Valla con il titolo Imperatori di Bisanzio. Prima ancora di laurearmi avevo  tradotto, insieme a Paolo Cesaretti, un altro testo bizantino che mi aveva affascinato molto: il cosiddetto Romanzo di Barlaam e Ioasaf, ossia la vita bizantina del Buddha, dietro incarico di Raffaele Crovi, che all’epoca dirigeva la Rusconi. Entrambe queste traduzioni stanno per essere ripubblicate, rispettivamente da Mondadori e da Einaudi.
 

Per quale ragione un'epoca assai ricca di fermenti culturali non ha mai esercitato adeguato fascino nel mondo occidentale?
I motivi sono tanti e complessi, ma principalmente una sorta di censura collettiva è stata esercitata, consciamente o inconsciamente, dalla chiesa cattolica e dalla storiografia confessionale. Dal punto di vista dei papi di Roma, una civiltà lunga undici secoli, come quella bizantina della “Seconda Roma”, in cui il clero fu stato sempre estromesso dal potere temporale e lo stato rimase sempre sostanzialmente laico, ancorché dominato da un’ideologia ultraterrena come quella cristiana, rappresentava non solo un avversario politico e religioso, ma un esempio temibile, da non propalare. Dopo l’unità d’Italia, all’epoca del costituirsi delle discipline universitarie, a soffocare gli studi bizantini e a ridurli — a differenza che in altri paesi europei, come la Francia o la Germania — a esercizi di storia locale, principalmente tra studiosi di estrazione lucana e calabro-sicula, c’era inoltre l’imbarazzo della storiografia ufficiale rispetto alla questione meridionale: l’influenza di Bisanzio sottolineava  una volta di più le differenze di tradizione politico-amministrativa in un’Italia che si voleva fantasticare invece come entità unitaria sul piano culturale oltreché etnico- nazionale.


E come viene percepita invece dai intellettuali e cittadini dell'odierna Tuchia?
L’odierna Turchia sta tornando a riscoprire le sue radici bizantine, insieme al suo passato ottomano, che le aveva inglobate molto più di quanto abbia in seguito fatto il nazionalismo kemalista. Oggi Istanbul è gremita di studiosi, di archeologi, di storici che si dedicano allo studio di Bisanzio. In particolare la Koc University e il Koc Institute — ma non solo — sono veri e propri centri propulsivi di cultura bizantinistica, all’avanguardia nel panorama scientifico internazionale. Possiamo davvero parlare di un revival. Ne è prova la grande mostra che insieme alle istituzioni culturali e allo stato turco, oltreché al patriarcato ecumenico greco-ortodosso di Costantinopoli, stiamo organizzando a Roma, alle Scuderie dei Quirinale, per la fine del 2012: la prima grande mostra storica bizantina in Italia, che vedrà ricongiungersi a quelli della Prima Roma dei papi inestimabili, spesso monumentali reperti archeologici della Seconda Roma, emersi anche dai recenti, importanti scavi favoriti dalle autorità turche, o provenienti dai più remoti e inviolati monasteri greci.
 

Ne L'enigma di Piero ti sei confrontata con un mistero, lungamente dibattuto dai critici d'arte, senza alcun timore reverenziale. Come hanno accolto la tua versione?
A dire il vero nel mio più che decennale lavoro su Piero non sono mancati né timore né reverenza. Come per qualsiasi ricerca pluridisciplinare, ho lavorato a stretto contatto con i miei colleghi studiosi delle varie altre discipline implicate: la storia dell’arte anzitutto, e, al suo interno, esponenti di vari orientamenti. Proprio dagli storici dell’arte mi sono arrivati i maggiori stimoli a proseguire la mia ricerca, e proprio con loro ci sono stati i più proficui scambi. Anche quanti da tempo avevano idee completamente diverse sull’interpretazione della Flagellazione di Piero — come, ad esempio, Antonio Paolucci o Carlo Bertelli, per fare solo due nomi  di studiosi italiani insigni — mi hanno invitato a esporre la mia lettura bizantina in conferenze e saggi da loro promossi.  E’ questa, d’altronde, l’etica degli studi: quella della discussione e dello scambio di idee anche divergenti. Quanto all’”accettazione” della teoria, la stessa etica scientifica la sconsiglia: ogni ipotesi dev’essere sempre e continuamente sottoposta a critica, anzitutto da chi l’ha avanzata, ed è sempre suscettibile di cambiamento e miglioramento. E’ la “falsificabilità” di una teoria a sancire la sua scientificità, per dirla con Karl Popper. Ho sempre seguito e seguo questo principio cardine nel mio lavoro.

 
In Ipazia oltre a restituire spessore umano e verità storica al personaggio, ci è parso che tu abbia inteso intonare un inno alla libertà del sapere. Giusto?
Non c’era bisogno di me per farlo. Ciò che mi sono principalmente proposta in quel libro è stato fornire le basi esatte per un corretto dibattito su un argomento che era tanto al centro di polemiche — specie dopo l’uscita del film “Agorà” di Alexandro Amenabár — quanto pochissimo, in realtà, conosciuto nei suoi termini oggettivi, ricavabili dalle fonti antiche e dalla loro elaborazione sia nella storia degli studi, sia in quella della filosofia e della letteratura. Un inno alla libertà del sapere, dunque, ma soprattutto un invito tout court al sapere — e una petizione di metodo sull’uso del passato.

 
Qual è il tuo rapporto con la religione?
Ottimo. Sono una persona religiosa — se per religio (dal latino re-ligare) si intende l’attenzione ai legami interni a tutte le cose, al legame di tutto col tutto. E’ per questa mia indole, probabilmente, che da sempre mi occupo di storia delle religioni, soprattutto di quelle antiche, e delle loro dipendenze e relazioni reciproche. E anche di ciò che ne resta nelle religioni che dominano il mondo moderno, in particolare nel cristianesimo lungo tutta la storia del suo pensiero e della sua chiesa, che non solo studio ma insegno. Credo anche di essere una persona pia, sempre nel senso latino del termine. Alberto Melloni, un illustre storico cattolico, ha definito la mia Ipazia “un libro pio”.

 
Il romanzo di Costantinopoli costituisce di fatto più un tributo letterario o una cartografia del cuore?
Entrambe le cose. Ma costituisce anche e soprattutto il frutto di un lungo lavoro, che ho portato avanti per anni e che negli ultimi cinque ho condiviso con un giovane studioso, Tommaso Braccini, mio allievo (ma anche di altri insigni colleghi, e soprattutto di se stesso) Ciò che ho provato a costituire è stato un gran collage, o meglio un grande mosaico, in cui ciascuna tessera brillasse non solo per se stessa, ma anche della sua relazione, di contrasto o affinità, con ciascun’altra. Soprattutto, come già nel mio Il guscio della tartaruga (Nottetempo), ho cercato di sottrarre dal libro quanto possibile me stessa. In un’epoca in cui l’archivio del sapere si dilata tanto quanto l’ego narcisistico dei sempre nuovi scrittori, credo che la creatività letteraria debba cercare di esercitarsi sempre più nell’evocazione del già scritto, nel culto, già bizantino, della citazione e dell’antologia.

 
I tuoi testi coniugano rigore scientifico e abilità narrativa. Qual'è la categoria di lettori a cui ti rivolgi ogni volta che scrivi un libro? 
A tutti, nessuno escluso. A tutti gli uomini, e le donne, di buona volontà.
 

Oltre alle ricerche e agli studi di settore, quali altri generi letterari frequenti?
Oltre a quelli già menzionati, la poesia, da sempre, come tutti. Ma credo vada tenuta rigorosamente chiusa nel cassetto, e portata nella tomba.

 
Quanto tempo dedichi alla lettura?
Quando non scrivo, tutto. Quando scrivo, nessuno. Eccezion fatta, ovviamente, per le letture di documentazione scientifica. Ma quella non è lettura vera. La vera lettura è disinteressata: è abbandono e uscita dal (proprio) mondo e dall’io.

 
Quale libro stai leggendo in questo momento?
Sto rileggendo il Fedro di Platone.
 

E quale sarà il tuo prossimo libro?
Non lo so: se sto leggendo significa che non sto scrivendo, no?

I libri di Silvia Ronchey

 

 

 
 
 
 
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