Intervista a Simon Toyne

Simon Toyne
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Simon Toyne è un uomo decisamente affascinante, spicca davvero tra i tanti ospiti arrivati a Pietrasanta in occasione del Festival Anteprime. Sguardo penetrante, occhi chiarissimi e sorriso educato. Parla solo inglese, ma la redazione di Mangialibri al Festival è arrivata in forze e non si fa certo spaventare dalle barriere linguistiche. Abbiamo conversato lo stesso serenamente in tre, ospiti della Galleria Cardi. Ecco cosa ci siamo detti.
Hai lasciato il lavoro per scrivere il tuo romanzo Sanctus, trasferendoti dalla Gran Bretagna alla Francia, facendo insomma una grande svolta nella tua vita. Com’è nata questa tua decisione e cosa ti ha spinto a tanto?
Volevo fortemente scrivere questo libro. Mi sono occupato di sceneggiature per la televisione per 16 anni, programmi, soap opera ma alla fine volevo scrivere una grande storia tutta mia. A quel punto della mia vita avevo due figli che stavano per iniziare la scuola e stavo per compiere il mio quarantesimo anno. Mi sono detto o ora o mai più, dovevo trovare del tempo, troppe cose stavano per prendere una piega nuova e definitiva, ho capito che dovevo partire in quel momento. Diventò un lavoro, prima non avevo mai creato qualcosa di così grande. Parlai con mia moglie, le dissi “Scusa ma lascio il lavoro, affittiamo la casa in Inghilterra, in inverno che è più economico ci trasferiamo in Francia e in sei mesi devo scrivere il libro cosicché i bambini possano tornare a scuola eccetera eccetera: tra sei mesi torniamo a casa con o senza libro”. E così ci siamo trasferiti: abbiamo vissuto con i nostri risparmi, andando a fare la spesa nei discount e tirando la cinghia su tutto. È stato un rischio ma alla fine il libro è venuto fuori: ovviamente non sono bastati i sei mesi, mi sono portato a casa 180 pagine e sono tornato con soldi finiti e con i ragazzi pronti per andare a scuola. Ho continuato a scrivere di sera, di notte e nei weekend per un anno e mezzo, lavorando free-lance per la tv. Ed è nato il romanzo.


Ho letto che ti ha impressionato molto la cattedrale di Rouen e ti sei ispirato ad essa per il romanzo: cos’è che ti ha colpito tanto?
Mi riferisco a quella cattedrale nel mio libro, quando scrivevo avevo ben in testa la sua immagine che fin da subito mi ha lasciato un’impressione fortissima. Sarà stato il momento particolare in cui l’ho osservata per la prima volta, da solo con tanti pensieri in testa: quell’immagine si è cristallizzata nella mia testa per sempre.


Il tuo romanzo è intriso di spiritualità. Qual è la tua idea di religione?
Sono affascinato dalla filosofia delle religioni, penso che le idee dietro essa siano molto affascinanti poiché rimandano alle grandi domande dell’uomo, da dove vengo, chi sono, perché sono qui, eccetera. Dal momento che la religione ha iniziato a essere organizzata in strutture precise e gerarchiche è venuta meno la sua naturalità, qualcuno ha pensato che con la religione bisognasse sancire quello che è giusto o sbagliato. Resta comunque affascinante scrivere di religione e di religioni, raccontare il loro prendere forma, notare differenze ed elementi che si ripetono nelle varie credenze: non penso in realtà che ciò che stia dietro a ogni religione differisca molto.


Non è un caso quindi probabilmente che un tuo personaggio si chiami Gabriele. C’è qualcosa di legato alla spiritualità anche nella scelta dei nomi?
Sì, è una scelta connessa alla spiritualità, elemento portante del libro, ma anche un modo per rendere quasi sospesa nel tempo la storia narrata. Il romanzo è ambientato in Turchia che è una terra antica, più di Roma: nonostante la vicenda si svolga ai giorni nostri ho voluto creare un sorta di scenografia senza tempo e un'atmosfera surreale.


Quali sono secondo te gli elementi più adatti a generare suspence, e come definiresti la suspence?
Per ogni scrittore la suspence è un elemento cruciale perché vuoi e hai davvero bisogno di avvincere il lettore, di appassionarlo. La mia intenzione è che il lettore quando legge la pagina 1 sia curioso di leggere immediatamente la 2 e così vale per quella successiva: vorrei che il mio romanzo fosse letto in una volta sola, tutto d’un fiato. Per fare questo c’è bisogno di grandi idee che rendano un libro appetibile e vendibile. In questo la tv è stata un ottima maestra: è un mezzo commerciale che deve studiare i metodi migliori per attirare spettatori e interessarli a ciò che vedono. Si crea una sorta di prospettiva multipla devi essere contemporaneamente nella testa di chi legge e nella tua. La tv è stata un allenamento al romanzo.


La tecnica per affrontare il romanzo l’hai trovata nel tuo lavoro precedente, insomma...
Sì, alla fine devo dire di sì. Lavori, lavori e devi produrre: ho imparato il ritmo e la tenacia ma anche il senso dell’audience, le maniere migliori per descrivere un ambiente in maniera suggestiva e creare un’atmosfera avvincente.

I libri di Simon Toyne

 

 
 
 
 
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