Intervista a Simona Baldanzi, Giordano Tedoldi, Sergio Nazzaro, Alessandra Amitrano, Stefano di Leo, MIchele Cocchi

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Gli autori presenti nella raccolta di racconti Padre sono giovani, ma spesso già con pubblicazioni di successo alle spalle. Al fine di dare tridimensionalità e spessore al tema portante dell’ottima pubblicazione di Elliot è cosa buona e giusta intervistarne alcuni.

Simona Baldanzi: un uomo di poche parole, il padre del tuo racconto. Uno che non perde tempo, che massimizza le risorse, che concretizza e infonde sicurezza a chi gli sta intorno, almeno pare. Un padre eroe, dunque? Quale è l’immagine che desideravi trasmettere?
Non c’è una celebrazione di un eroe, semmai c’è il rischio che il padre protagonista  diventi un eroe, ma viene scansato, rifiutato, schernito in una parte importante del racconto. La difficoltà e la sfida è stata nel mettere a confronto questa figlia che ha studiato, che scrive, che rischia sempre di cadere nel mucchio dei buoni a nulla con un padre che sa fare tante cose, vicino alla terra, al bosco e agli animali, concreto, schietto  e che non butta via neanche un gesto. Volevo raccontare mio padre poi si è creato tutto il resto mentre costruivo questa sorta di favola. I continui confronti fra il silenzio e le parole, fra il passato e il futuro, fra i successi e i fallimenti, fra la tradizione e la modernità, fra lo sviluppo e l’ambiente volevo renderli simili proprio ai rapporti fra padri e figli, intensi e irrisolti.
 

Giordano Tedoldi: il tuo sembra tutto tranne che un padre. Ha più i contorni dello sfruttatore, anche se in realtà è una figura fragile e instabile. Il padre di Antinoo, il tuo racconto, organizza l’agenda di incontri a luci rosse per il figlio. Insieme al racconto di Stefano di Leo è il più forte, il più estremo della raccolta…
Antinoo, il protagonista del mio racconto, è un bellissimo ragazzo che fa l’amore a pagamento. Il padre, che non è tanto uno sfruttatore, quanto un vero e proprio agente, lo segue ovunque. È un rapporto ovviamente simbolico di un’inversione di potere rispetto alla natura, dove il padre è tale perché è un fallo attivo, e il figlio è un fallo nevrotico, imitativo. E’ un racconto di castrazione subita dal padre da parte di un figlio più forte, più adatto, più intelligente. E più bello. In fondo Antinoo non ha bisogno di un agente, l’agente, in quanto mediatore di rapporti economici, è la figura castrante che gli impedisce di fare l’amore davvero, in profondità. I padri che “procurano” denaro ai figli, che li bombardano di ossessioni economiche stanno tentando di ucciderli, di ossificarli. Antinoo, la sua corporalità innanzitutto, si ribella con forza e da qui segue la storia.
 

Sergio Nazzaro: i figli sperano sempre di avere il sostegno di un genitore. Il padre del tuo racconto disprezza la vena letteraria del figlio, lo schernisce, lo accusa addirittura di plagio. Anziché incoraggiarlo lo smonta. Questo tipo di meccanismo rappresenta, a mio avviso, una delle macchine più potenti per la produzioni di nevrosi a lungo termine…
Dai contrasti profondi nascono le convinzioni più salde. Mio padre non disprezza la mia scrittura, soprattutto dopo questa antologia. Gli piace la fantascienza che scrivo! Certo, appena uscì il primo libro ci furono forti scontri. Una sorta di vecchia scuola, quella di coloro che erano ragazzi durante la seconda guerra mondiale. Sudore e sacrificio, poca riconoscenza dei meriti e duro lavoro. Un continuo contrasto che mette a dura prova le tue convinzioni profonde. E quando alla fine ce la fai, non c'è soddisfazione personale. Hai semplicemente fatto il tuo dovere. Così la scrittura diventa come una fonderia, la stessa in cui ha lavorato mio padre prima di diventare un ingegnere. Il ferro prima di diventare liscio e splendente, richiede il sangue delle mani, la fatica più bestiale. E quando vedi un aereo volare con quel pezzo di ferro, gusti di più il sangue delle mani che il manufatto finito. E si andrà avanti così per sempre, perchè alla fine siamo specchio di ciò che non sopportiamo, ma in definitiva amiamo e rispettiamo. E non ci sono sostegni. Ci si vuole bene, ma non così la vita e devi farcela da solo. Solo in quel momento si comprenderanno le paure di un gentiore, paure che non credevi possibili per loro e che invece hanno agitato tantissime notti, ed oggi agitano le mie di notti. E ci si fuma un sigaro per non pensarci, insieme.
 

Alessandra Amitrano: il padre di niente è morto in maniera sbagliata. Non solo non ha saputo trattare come una principessa sua figlia, ma si è anche tolto la vita prima di vederla crescere, prima di poter stringere un nipote al petto. Un titolo emblematico e una fortissima sensazione di amarezza, scoramento, quasi l’incapacità di perdonare…
Il suicidio è un atto di rimprovero al mondo, in questo senso perdonare chi si suicida non è semplice. Ma c’è la comprensione del gesto esasperato, disperato, la comprensione di una grande solitudine, quella di mio padre, e c’è l’elaborazione di un senso di colpa, il mio, dichiarato nel racconto. Senso di colpa per non aver capito prima, anzi per non aver voluto capire, meglio ancora, per non aver voluto condividere. Il perdono avviene reciprocamente. Attraverso il racconto ho voluto perdonare mio padre e contemporaneamente farmi perdonare da lui. Un dono, una benedizione reciproca. Questo racconto ci unisce come non ci ha mai uniti niente finora. Sono le parole che non gli ho mai detto, è il futuro che di me non ha mai visto.
 
Stefano di Leo: la figura del "tuo" padre è un uomo di cui si ha compassione, tenerezza. La sua testardaggine illimitata, il suo rifiuto della malattia e di conseguenza dell'amore famigliare lo rendono ancora più fragile. Sembra trovare conforto in una realtà quasi surreale, sotto il tetto di una scuola abbandonata, vicino a un marocchino che parla un italiano stentato e che assume i contorni di un figlio acquisito...
La compassione, dici. In fondo è ciò che il personaggio cerca per tutta la vita. Trasgredendo, sbagliando, fino a incarnare una macchina perfetta di autodistruzione. E anche quando riesce nel suo intento, attirando finalmente l’attenzione della sua famiglia, produce un ultimo atto di rifiuto. È l’esperienza dei figli rifiutati che rifiuteranno i propri figli, in un meccanismo ereditario che si interrompe solo con l’intrusione di un amore vero. Quel padre sostiene il peso di un errore reiterato, e la sua tragica esperienza di vita lo porta a riconoscere la primordialità del sentimento e ad apprezzarla nello smarrimento del figlio acquisito che, guarda caso, è uno straniero. Quel padre non è fragile, è un duro. 
 
Michele Cocchi: "Animali" è un racconto fortemente cinematografico. Lo stile concitato, le frasi brevi a scansare le subordinate per dare l’idea delle azioni nel loro svolgimento colpiscono. Immagini violente, di morte e accanimento. Come è nata l’idea del racconto? Qualche ispirazione particolare?
Ritengo che dietro ogni racconto ci sia una storia: quando ho conosciuto Massimiliano Governi, gli ho parlato dell’idea di un romanzo che ha come tema principale il conflitto padre-figlio. Lui mi ha domandato di provare a trarne un racconto per Padre. All’epoca la raccolta era praticamente conclusa, per cui, in pochi giorni, ho dovuto scrivere "Animali". Per me scrivere in pochi giorni significa lavorare ad un livello di superficie - che non significa superficiale - anziché poter affondare l’analisi e far emergere corde più profonde. Ecco che allora "Animali", come tu osservi, è assimilabile a una macchina da presa che entra nel punto esatto in cui la tragedia si conclude: non sappiamo cosa sia venuto prima, cosa verrà dopo, e soprattutto non sappiamo quale sia il tessuto sociale e relazionale dietro l’evento. Tutto questo è lasciato all’immaginazione del lettore. Ma posso dire che la relazione padre-figlio, avendo io una formazione psicoanalitica e lavorando coi bambini e gli adolescenti, è per me motivo quotidiano di pensiero, in tutte le sue forme - concrete, fantasticate, oniriche, metaforiche, fisiologiche o patologiche. 
 
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