Intervista a Simone Buchholz

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Alla vigilia della chiusura di Pordenonelegge 2019, in una radiosa giornata di sole, incontro Simone Buchholz in compagnia di Francesca Rosini, dell’ufficio stampa Emons. L’appuntamento è fuori dall’hotel dove alloggia e già da lontano scorgo un’affascinante signora bionda intenta a fumare una sigaretta: una specie di visione che ricorda il personaggio di Ches, protagonista del romanzo di cui andremo a parlare. Grazie al marito di origini pugliesi, mi accoglie con alcune parole in italiano ma è la sua risata calda e cristallina a rendere subito l’atmosfera molto famigliare e distesa. Simone, poi, è una scrittrice con le idee chiare e una gran voglia di raccontare del suo personaggio e del suo libro, così come io di ascoltarla.




Com’è nato il personaggio di Ches e com’è nata l’idea di Uomini in gabbia?
Capitalismo e patriarcato: questi sono i concetti di fondo. Per quindici anni ho lavorato per una grande rivista tedesca che apparteneva a una famiglia molto ricca e importante, nella quale i maschi erano stati educati a comandare. Un’educazione al comando impartita già nell’infanzia e sui banchi di scuola con lo scopo di imparare a predominare sugli altri e prevalere sui più deboli. Perciò ho cercato di raccontare una storia che parlasse proprio di questo. Invece il personaggio di Ches è nato dalla mia passione giovanile per alcuni autori americani come Raymond Chandler, Ernest Hemingway e Dorothy Parker e per un autore tedesco recentemente scomparso, Jacob Arjouni, creatore di Kemal Kayankaya, un detective tedesco di origine turca. Da loro ho attinto per creare il mio personaggio, il mio personale detective, ispirandomi al loro stile e al suono del loro linguaggio. Ches, infatti, ha originali americane.

C’è qualcosa di tuo, a parte la città di Amburgo, dentro questo romanzo?
Penso che in ogni personaggio ci sia un ensemble di miei elementi personali, come d’altro canto fanno tutti gli scrittori. In effetti possiamo dire che la visione che Ches ha del mondo sia tutto sommato anche la mia.

Ad Amburgo gli uomini sono davvero tutti spudoratamente lentigginosi e prodotti in serie? A parte questo, come definiresti la città dove vivi?
C’è una parte di Amburgo abitata da antiche e ricche famiglie, che detengono molto potere e, è vero, lì molte ragazze sembrano prodotte in serie. Vestono abiti e gioielli costosi, sembrano tutte uguali. Ma nella parte di Amburgo dove vive Ches, la zona del parto, risiedono persone provenienti da tutto il mondo. Si sentono parlare molte lingue e questa è la zona che ho scelto per ambientare la mia storia. Ho usato il tempo meteorologico di Amburgo per caratterizzare anche i miei personaggi. La nebbia, la pioggia, il freddo mi servono per descrivere meglio le loro emozioni senza necessariamente dichiararle.

La frase “questo è un sistema ben definito: perché gli uni possano garantirsi un posto al sole, gli altri devono stare nell’ombra e morire di freddo. (..) Salvo poi spalancare gli occhi stupiti quando quelli che stanno nell’ombra si levano e fanno fuori il nostro sole” sembra rappresentare il senso principale del tuo romanzo e forse è anche il leitmotiv dei tuoi romanzi. È così?
Nessuno nasce cattivo: io sono partita da questo concetto e che chiunque lo diventi ha una storia alle spalle che lo spiega. Non sono le persone ad essere cattive ma è il mondo che le ha trasformate. Questa cattiveria ritornerà, prima o poi. Chi un tempo fu vittima ora è diventato il carnefice. Questo romanzo è il primo di vera vendetta, ma in effetti è un pensiero che caratterizza tutta le mie storie. Ma c’è un altro leitmotiv che si ritrova nei miei romanzi: che c’è sempre una finestra illuminata che brilla nel buio. I miei personaggi camminano per la strada e vedono questa finestra con una luce, magari grigia e fioca, ma che loro scorgono e che è una sorta di luce di speranza, insomma.

In Uomini in gabbia il “vagabondare” per la città diventa una sorta di terapia. Non ci sono luoghi del cuore, case accoglienti e posti dove stare in pace, ma sembra che sia il movimento stesso, il viaggio, la cura per i dolori degli uomini…
Sì, è assolutamente vero. I miei personaggi camminano per le strade, assieme, e questo li fa sentire meglio. Anche per me è così. Camminare per le strade della città mi dona un senso di pace. Il rumore dei miei passi sulla strada è qualcosa che mi fa sentire più fiduciosa, a mio agio.

Cosa simboleggiano i gabbiani? A quanto dici sono i tuoi animali preferiti perché, sostieni, non sanno cosa vogliono. No?
Sì, è vero! Sono i miei animali preferiti. Sono liberi, sono in grado di cavarsela in qualsiasi situazione e poi stanno assieme, in gruppo e, nonostante questo, rimangono dei solitari.

I personaggi seriali come Ches di solito impongono che da una storia all’altra esso cambi, evolva, maturi, invecchi. Insomma, si trasformi. Com’è cambiata Ches dalla prima indagine e come pensi diventerà, se prevedi di scrivere altri casi per lei?
Sì, Ches rispetto al primo romanzo è invecchiata. In questo libro ha anche una delusione d’amore e soffre molto la solitudine. Nel prossimo, diventerà ancora più solitaria, come un vero cowboy e perderà le poche illusioni che ha. Soffrirà per questa situazione politica. In ogni città, ovunque, ci saranno macchine in fiamme: un segnale, una specie di allarme per ciò che sta accadendo nel mondo.

Da dove viene il titolo originale del libro, Beton Rouge?
Il titolo del primo libro, in Germania, era Blaue Nacht, Notte blu. Una sera, stavo passeggiando e sopra un muro ho visto questa scritta, Beton Rouge, e mi sono detta: accidenti, blau-rouge è magnifico. Così, ho chiamato il mio editore e ho detto: questo sarà il titolo del prossimo romanzo. Pochi giorni dopo, quella scritta era sparita, cancellata. L’ho preso come un segno.

In questo romanzo si parla anche di editoria, di giornalismo puro o pseudo-giornalismo. Dunque, puoi dirmi com’è lo stato di salute della letteratura in Germania?
Penso che in Germania siamo fortunati perché il prezzo dei libri è fisso, cioè non può essere scontato. Ciò significa dare un vero valore al libro, un valore che non può essere scontato. Significa cioè dare importanza alla lettura, dare un valore all’opera. Dopo il nazismo, e il fascismo, si è capito che la letteratura e la lettura aiutano a condividere e veicolare le idee, servono cioè alla democrazia.

Quali sono i tuoi scrittori di riferimento? A chi ispiri?
In questo periodo leggo molti romanzi gialli, perché secondo me questo è il genere di letteratura che rappresenta e che nasce da una crisi, la crisi che in questo momento viviamo, che il Regno Unito sta vivendo, così come negli anni Trenta e Quaranta. In particolare, seguo molto alcune scrittrici come Denise Mina, scozzese di Glasgow, oppure Lisa McInerney, irlandese di Galway.

Rimanendo il tema, tempo fa Nicola Lagioia, scrittore e attuale direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino, disse che a suo parere i giornalisti culturali sono dei mediatori e che oggi, in Italia, non sono più ascoltati dal pubblico, con i loro articoli sulla carta stampata non influenzano più lettori e la collettività con le opinioni come accadeva un tempo. Ma che sono invece certi influencer, con un semplice tweet, a lasciare una traccia. Tu cosa ne pensi e cosa accade nel tuo paese?
Non sono molto attenta a ciò che dicono i social. Non sono su Facebook, non mi interessa entrarci. Ma credo che la crisi delle testate giornalistiche sia un problema europeo. Contano più i tweet e i post che gli articoli delle grandi testate giornalistiche. Questo perché i social sono gratuiti, ma la gente ha dimenticato che l’intelligenza ha un costo.

I LIBRI DI SIMONE BUCHHOLZ



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