Intervista a Stefania Auci

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Stefania Auci, narratrice dalla loquela formidabile, dal carattere magnetico e dai modi gentili, è nata in Sicilia, terra che le appartiene in modo viscerale, dove vive e lavora come insegnante. L’abbiamo incontrata a Torino, al Salone internazionale del libro 2019. Ecco cosa ci ha raccontato.




La protagonista de I leoni di Sicilia è la famiglia Florio, ma gli accadimenti storici ottocenteschi sono altrettanto presenti, quasi protagonisti. Si tratta di un romanzo storico o il tuo fine precipuo era un altro, nella stesura del romanzo?
Lo avevo pensato esattamente così. Volevo realizzare un testo che, attraverso la storia di questa famiglia, parlasse della storia d’Italia e dell’evoluzione della Sicilia soprattutto dall’Ottocento fino agli anni Venti. L’opera infatti prevede due volumi. Questo è il primo, ne uscirà un altro che affronterà la decadenza della famiglia Florio, arrivando proprio alle soglie del fascismo. Quello che ho pensato è stato: parliamo dell’Italia di allora per capire cosa ci troviamo davanti nell’Italia di oggi. Per me, ad esempio, è stato importante sottolineare il fatto che i Florio venissero da un contesto differente e che quindi ci fosse anche un fenomeno di emigrazione. All’interno dello stesso Paese, certo, si è trattata di una migrazione tra regioni, ma si è comunque trattato di un contesto ancora più povero di quello che poteva essere la Sicilia alla fine dell’Ottocento. E io qui ci vedo un parallelo col contemporaneo, in un certo senso.

Come mai hai scelto proprio la famiglia Florio?
Perché è molto immaginifica. Per le sue caratteristiche, per le sue peculiarità, per le sue contraddizioni e per come ha forgiato la propria fortuna. Tutte cose che la designano come una famiglia dai tratti epici. Ecco, da questo punto di vista la narrazione è stata semplice, ma allo stesso tempo anche molto rappresentativa di un determinato tipo di evoluzione sociale in Italia. Parlare di una famiglia nobile qualsiasi avrebbe determinato una certa fissità, ecco, ma dal momento in cui posso narrare l’ascesa, il culmine e la caduta di questa, posso anche permettermi di descrivere la mobilità sociale, il modo in cui la società prima del periodo borbonico e poi dell’Italia andava modificandosi, declinando via via le varie modalità in cui la posizione sociale veniva vissuta dai Florio rispetto agli altri e dagli altri rispetto ai Florio.

Ciò che colpisce, leggendo il romanzo, è l’ampiezza di informazioni storiche che, per forza di cose, deve aver comportato una mole impressionante di lavoro, di studio. Come hai proceduto?
Ci ho lavorato per tre anni. Come prima cosa ho letto tutto il materiale che sono riuscita a trovare. Ce n’è tanto di storia economica, e anche tanto meramente geografico. Il problema più grosso si è presentato al momento di decidere come narrare la famiglia. La loro storia è incredibile e ci sarebbero molte chiavi di lettura attraverso cui analizzarla. C’è quella sicilianista, che vuole i Florio vittime del potere centrale dell’Italia di allora. O quella economica, che parla del modo in cui hanno dilapidato il loro vasto patrimonio. La realtà, ovviamente, come sempre, sta nel mezzo. La difficoltà maggiore che ho vissuto e che sto vivendo nella stesura del secondo romanzo è questo elemento del cercare, del mediare. Il giusto mezzo insomma per narrare la mia versione romanzata. La base storica comunque c’è, mi sono rivolta a storici assolutamente equanimi – il professor Lentini, i testi del professore Cancida e poi tanta archivistica. Certo, pensare di parlare di tutti gli affari dei Florio all’interno di un romanzo è oltre le forze, ma non le mie, di chiunque! Bisogna sempre ricordare che alla morte di Ignazio, figlio di Vincenzo – quindi il senatore Florio –, il bilancio della famiglia e delle sue imprese era pari a quello di uno Stato di medie dimensioni. Un bilancio statale, una cifra enorme.

Parliamo della questione del Mezzogiorno. Nasce bene o male nel periodo della tua narrazione. Pensi che sia un problema che ci siamo trascinati fino ad oggi? E se sì, pensi che non si sia mai trovata una soluzione perché manca la volontà da entrambe le parti? Come a dire che ormai si sono creati due sistemi separati?
Sì, certo, ce la siamo trascinati fino a oggi e ce la trascineremo ancora. Sulle ragioni, poi, si potrebbe scrivere un trattato, non è materia che possiamo sviscerare adesso. Quello che penso è che il divario abbia origini storiche ed economiche antiche e profonde. Oggi probabilmente c’è un’economia viziata dalla presenza dello Stato – sovvenzioni europee, statali e così via – e c’è poca imprenditorialità al Sud. C’è anche un problema di ordine pubblico, e parlo naturalmente del pizzo, che al Nord è meno diffuso. Non ultimo il fatto che andare a recuperare un gap così forte, probabilmente pretenderebbe di effettuare delle scelte politiche che ora come ora, soprattutto in questo momento storico, non sono priorità.

Torniamo ai Florio. Perché i palermitani non vedevano di buon occhio, e anzi cercavano di screditare, la famiglia e le loro attività? Si trattava di pura e semplice invidia? Odio per chi ce l’ha fatta o avversione per lo straniero?
Entrambe. Questa è una delle parti su cui la porzione del romanzato è maggiore. Per quanto la Sicilia fosse avanti rispetto alla Calabria, era ovvio comunque che si trattava di immigrati. Persone non appartenenti a quel contesto, sia sociale sia economico. Quindi si è necessariamente creata all’inizio una frattura, durata poi per via della loro fortuna. Insomma, non si perdona agli altri di essere arrivati lì dove tu hai fallito. L’invidia è nata con l’essere umano. L’invidia, la reticenza, il tenere lontani sono tutti legati all’animo umano, oggi come allora.

Si dice che dietro ogni grande uomo ci sia una grande donna. Parliamo di Giulia e Giuseppina, le protagoniste del tuo romanzo…
Sono donne forti perché stanno dietro uomini forti. Sono sempre stata convinta che le donne dei Florio abbiano avuto delle caratteristiche che le hanno rese fuori dal comune. Di Giulia e Giuseppina sappiamo poco, quello che c’è arrivato l’ho ricostruito tramite atti notarili o matrimoniali – quello di Giulia e Vincenzo, ad esempio: un matrimonio riparatore, fatto col buio – e il problema è proprio questo. Queste due donne, costrette in questo ambito sociale determinato, non avevano spazio. Una si teneva un passo indietro, facendo pugno di ferro e guanto di velluto, l’altra, essendo un’amante, era in una posizione se non di illiceità quantomeno non conforme ai canoni dell’epoca. Insomma, era ovvio che avessero a testa un fegato grande quanto un palazzo.

Il libro verrà tradotto in moltissimi Paesi ed è in classifica tra i più venduti in Italia. Come ti senti a riguardo?
Ho lavorato a testa bassa. Mi sono beccata tanti, tanti no. Avendo anche, e per me è importante dirlo, accettato felicemente di fare un editing sul mio romanzo che per me è stato fondamentale come lavoro. È stata una bella esperienza, e sono molto contenta.

I LIBRI DI STEFANIA AUCI



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