Intervista a Stefano Raffaele

Stefano Raffaele
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Stefano è una delle matite più prestigiose del fumetto italiano. Da Lazarus Ledd alla Valiant, dalla Dark Horse alla DC, dalla Marvel a Les Humanoïdes Associés il suo percorso artistico e professionale ha toccato e continua a toccare le realtà editoriali più prestigiose. Una delle tappe più recenti è stata l'edizione italiana di una graphic novel nella quale il disegnatore milanese ridefinisce uno degli archetipi della narrativa horror: la figura dello zombi (perdonatemi se mi ostino a utilizzare questa dicitura anziché "zombie": è un vezzo, lo so, ma sono un fan di Lucio Fulci - che volete farci), che diventa nello sguardo di Stefano protagonista di un amore che va oltre la tomba. Anzi, parte proprio da là.

Il percorso che ha portato alla pubblicazione italiana di Fragile è stato diciamo così... complesso - forse addirittura tormentato: vuoi spiegarci perché?
Domanda difficile. Nel senso che non posso entrare nella testa degli editori, però so benissimo che un prodotto come Fragile non è semplice da proporre, e quindi poteva far paura, in termini di possibilità di venduto. Se però è vero che Fragile è stato da me realizzato in un periodo dove gli zombie non erano di moda, poi negli anni la situazione si è ribaltata, e questa è stata una gran fortuna. Infatti Fragile è stato poi inserito nella collana Z della SaldaPress, grazie al fatto che nel frattempo avevano visto la luce anche altre serie di zombie che avevano avuto successo all’estero, come lo stesso Fragile.
 

Da cosa nasce la scelta di occuparsi di zombi e soprattutto di occuparsene in modo così innovativo?
Sono un grandissimo appassionato di tutti i film di Romero, che ho visto più e più volte. Inoltre, la figura dello zombie mi ha sempre affascinato, fin da piccolo, ed è poi da lì che è nata tutta la mia passione per il genere horror. In Fragile volevo mettere tutto questo, e molto di più. Volevo soprattutto una storia d’amore, e volevo costruire proprio attorno al concetto di amore senza barriere fisiche, passando per la vita, la speranza, e la possibilità di innamorarsi della vera natura delle persone, indipendentemente dal loro aspetto fisico e genere di appartenenza. Mi è sembrato quindi “naturale” l’idea di far innamorare due zombie, consapevoli della loro condizione, e del fatto che il loro tempo è molto limitato, avendo corpi in veloce decomposizione. I due personaggi principali si ritrovano attaccati alla vita, e davvero innamorati come mai prima accaduto, solo dopo la loro morte. 
 
Tra tutti i personaggi ‘americani’ che ti è capitato di disegnare qual è quello che graficamente ti è sembrato più interessante e quello che ti ha emozionato meno?
Senza dubbio il personaggio americano che ho più amato disegnare è stato Conan il Barbaro, perché fin da piccolo ero rimasto estasiato dagli incredibili disegni di John Buscema e dalle magnifiche storie di Roy Thomas, e ho avuto la fortuna di collaborare proprio con Roy su entrambe le miniserie che ho realizzato per la Marvel (“Conan, il Signore dei Ragni” e “Conan, la Spada Scarlatta”). E’ stata un piccolo sogno che si è avverato, e una grande emozione. Il personaggio che mi ha emozionato meno è difficile dirlo. Se proprio devo immaginarmi una scaletta di preferenze, allora diciamo che metterei all’ultimo posto Superman, che ho disegnato durante un run sui New Gods, per la DC Comics.
 

Ti trovi più a tuo agio con le serie regolari o con le graphic novel?
Senza ombra di dubbio con le graphic novel, dove i tempi sono diversi, decisamente più rilassati, e dove quindi posso concentrarmi sulla qualità del lavoro, senza stare ad impazzire dietro a ritmi di lavoro indiavolati. Inoltre, preferisco comunque lavorare su storie che iniziano e finiscono, potendo poi avere in mano un volume autoconclusivo.
 

Quanto si è evoluto il tuo tratto da quando eri definito “il Jim Lee italiano” a oggi? Ti senti un autore più maturo (ci mancherebbe, ovvio che lo sei) e perché?
Mi reputo un autore non solo più maturo, ma che ha anche trovato un suo stile che adesso è molto personale, e privo di tutte quelle influenze che nei primi anni di lavoro è normale che siano così evidenti. Inoltre, sono al punto di svolta, nel senso che sto iniziando adesso a portare avanti una strada parallela a quella più commerciale, e quindi anche due stili di disegno molto diversi l’uno dall’altro, e la cosa verrà differenziata tramite l’utilizzo di uno pseudonimo, in modo che il lettore abbia ben chiaro, a seconda della firma presente in copertina, quale stile di disegno e soprattutto anche quale tipo di storia si troverà davanti. 
 
Perché il mercato dei fumetti d’autore non riesce a decollare in Italia come accade in Francia e in altri paesi europei? Perché gli italiani sono magnifici fumettisti ma sono un po’ ‘distratti’ come lettori e acquirenti di fumetti?
Questa è una domanda alla quale è quasi impossibile rispondere, perché i motivi sono molteplici. Sicuramente in Italia il fumetto non si è ancora staccato da quell’idea stupida che sia solo un prodotto per bambini o adolescenti. Basta entrare in qualsiasi libreria per vedere il piccolo angolino dove i fumetti vengono relegati. In primis, credo sia una questione culturale, quindi. Però ci sono anche una infinità di altri motivi. Dal poco coraggio degli stessi editori, ad una mentalità da, come dire, “pollaio dei poveri”. In Italia è difficile riuscire a guadagnare abbastanza per vivere, se si escludono due o tre case editrici grosse, e allora è normale che chi ha uno stile più particolare decida di emigrare. Le cose, comunque, stanno lentamente cambiando, e se il mio fiuto non mi inganna, credo che in Italia stia per ritornare un vero e proprio periodo d’oro.
 
I fumetti di Stefano Raffaele

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