Intervista a Stefano Santarsiere

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Vive e lavora a Bologna e grazie alla scrittura, come scrive sul suo sito ufficiale, “si sposta sulle latitudini dell’immaginazione”. Ama le storie e i protagonisti che lottano per difendere ciò che hanno di più prezioso. Lui è Stefano Santarsiere e la sua carriera come scrittore inizia con l’autopubblicazione, per poi approdare nel grande mondo della “narrativa che conta”. L’inizio di un’avventura. Come nel suo libro d’esordio.




Come nasce l’idea di scrivere un romanzo sugli Oltolechi, un popolo scomparso che avrebbe lasciato delle tracce che cambierebbero in modo significativo le conoscenze antropologiche?
Nasce per lo più dalla lettura di una biografia, quella dell’esploratore britannico Percy Fawcett, che si perse nella giungla brasiliana agli inizi del secolo scorso proprio mentre era alla ricerca dei resti di una civiltà scomparsa. Era una figura che già ai suoi tempi aveva guadagnato l’amicizia e l’interesse di scrittori come H. Rider Haggard e Arthur Conan Doyle; ispirati dal fascino di Fawcett, il primo scrisse Le miniere di re Salomone e il secondo Il mondo perduto. Nasce inoltre dall’interesse per le grandi esplorazioni geografiche e dal desiderio di scoperta e di avventura che accompagnava quelle imprese. Una parte del romanzo, infine, è debitrice delle mie vecchie passioni per la geologia e la storia fisica del pianeta. L’idea che questa storia abbia interferito con lo sviluppo umano mi ha sempre affascinato e talvolta mi sono chiesto se la turbolenta evoluzione geologica della Terra abbia potuto interrompere, nell’arco di esistenza dell’homo sapiens, lo sviluppo di civiltà avanzate precedenti alla nostra. Proprio questa è la domanda centrale de La mappa della città morta.

Nel romanzo La mappa della città morta affronti temi importanti. Quali sono state le fonti principali?
Ho lavorato in molte direzioni. La ricerca geografica, il clima, le fauna e la flora amazzonica. Mi sono documentato sulle popolazioni indigene del Brasile, scoprendo fra l’altro l’immensità delle ingiustizie loro inflitte. Una parte interessante della ricerca è stata leggere alcuni libri su Charles Hapgood, lo storico statunitense che ha formulato la teoria della dislocazione della crosta terrestre, che viene citata nel romanzo. Le sue ipotesi infatti propongono una ricostruzione alternativa della storia umana o del passato geologico della Terra, evidenziando come questa contro-storia emerga perfino da antiche carte navali che proverebbero conoscenze impossibili per i tempi in cui furono disegnate. Temi, per me, decisamente affascinanti.

Il tuo romanzo è stato associato a nomi di mostri sacri del genere come Clive Cussler e James Rollins…
Non so cosa dire, salvo che arrossisco. Si tratta giganti della moderna narrativa di avventura, oltre che vere e proprie macchine da bestseller. Mi accontenterei di molto meno: divertire un pubblico sufficientemente ampio da giustificare la scrittura di un libro in più.

In Italia, spesso, si tende a leggere, soprattutto nel romanzo di genere, autori stranieri mentre il tuo è il caso lampante che il genere action nel nostro paese è vivo e vegeto. Cosa ne pensi?
Penso che in Italia, come nel resto del mondo, la letteratura di evasione – e quella di azione, in particolare – risponda al desiderio di immaginare una vita più interessante, più eccitante ed esotica di quella che spesso dobbiamo vivere. Il desiderio, ancora, di scoprire un “quid pluris” oltre l’orizzonte visibile, che ci faccia dimenticare crucci, difficoltà e amarezze della quotidianità. Credo inoltre che la narrativa di avventura, con la sua attenzione esasperata alle trame e agli sviluppi, rifletta meglio di altre la nostra tendenza a drammatizzare, a costruirci la realtà in senso narrativo.

Uno dei personaggi del romanzo è Josef Mengele…
Quando il libro è stato pubblicato su Amazon, qualche lettore ha criticato la scelta, un po’ perché è dai tempi di Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta che i nazisti sembrano essere diventati un cliché fisso delle storie di avventura, un po’ perché si tratta di un personaggio troppo legato al male assoluto per farne materia da romanzo. Personalmente sentivo il bisogno di incarnare in un individuo solo il disprezzo per la vita dimostrato dalla compagnia mineraria che brama mettere le mani sul tesoro nella giungla, e in generale da chiunque antepone il profitto all’umanità. Qualunque lettore sa che Mengele è stato la disumanità per antonomasia. La sua identificazione con la EMMG estende il giudizio all’intera compagnia e a chiunque agisce calpestando i diritti umani. Ovviamente amplifica anche i timori del lettore verso le sorti dei protagonisti, ma credo sinceramente che ciò sia secondario. Quello che conta è il giudizio etico, che volevo privo di ogni ambiguità. La distruzione della natura e delle popolazioni che vivono in essa è un crimine assoluto contro l’uomo, al pari di ciò che è stato l’olocausto.

Credi che romanzi come il tuo possano spingere il lettore a documentarsi maggiormente sui fatti narrati?
A volte accade. Qualche lettore de La mappa della città morta mi ha già confessato di volerne sapere di più sulle teorie citate. Personalmente credo sia una dimostrazione di come il libro, almeno con quei lettori, abbia suscitato quella sana curiosità che un buon romanzo dovrebbe accendere.

Rivedremo Charles Fort?
Spero di sì. Il secondo romanzo è già pronto…


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