Intervista a Stuart Turton

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Successo di pubblico e critica, vincitore del Costa for first novel Award, il suo romanzo d’esordio - riuscito mystery ambientato negli anni Venti in Inghilterra - ha fatto scoprire al panorama internazionale la voce letteraria di Stuart Turton, autore dalla formazione filosofica, giornalista freelance di tecnologia e viaggi, ex libraio a Darwin e docente di inglese a Shanghai. Mangialibri l’ha intervistato per voi durante Pordenonelegge 2019.




Cosa rappresentano per te gli Hardcastle del tuo Le sette morti di Evelyn Hardcastle e in generale la famiglia come istituzione sociale, culturale, politica?
Non so bene come fosse la situazione in Italia in passato, ma nel mio Paese i figli erano una proprietà della famiglia, venivano commerciati, venduti per aumentare il potere della famiglia, per esempio attraverso un matrimonio, e un figlio doveva semplicemente assecondare questo volere, obbedire. C’è poi un’idea, soprattutto ora nel Regno Unito, per cui adesso si dovrebbe guardare - a maggior ragione in tempo di Brexit - al passato, ritenuto grande e glorioso, con nostalgia. Un passato in cui le famiglie erano più numerose e c’era rispetto fra le generazioni: adesso sembra che non ci siano più vincoli, quindi un ritorno al passato è considerato auspicabile. Io dico no: a quell’epoca c’erano abusi, aspettative sbagliate nei riguardi dei figli, cose niente affatto belle.

Domanda di prassi: perché una storia così? Hai avuto qualche modello di riferimento e ispirazione?
Ho scelto di scrivere Le sette morti di Evelyn Hardcastle perché volevo raccontare una storia nello stile del mystery ma mi sono poi reso conto che Agatha Christie, il mio primo modello di riferimento e ispirazione, aveva già scritto tutto, non c’era nulla che potessi inventarmi in termini di narrativa, trovate, scoperte sensazionali. Così ho cercato qualcosa di speciale che rendesse la mia storia, che ha avuto una gestazione lunghissima (ho cominciato a pensarla a 21 anni e ci ho lavorato su per dodici: adesso poi ne ho 39), interessante da leggere: e l’idea è stata questa struttura particolare per cui tutto si ripete ogni volta. Il secondo riferimento è Kafka, di cui mi piace molto che i protagonisti siano sempre indietro, siano quelli che sappiano meno di tutti gli altri di ciò che capita. E Kafka poi non ha mai un finale, lascia sempre tutto aperto, non spiega mai. Io invece alla fine ho dovuto spiegare. La terza ispirazione viene da tutta la letteratura gotica, con le sue atmosfere paurose, in particolare Stoker, l’autore di Dracula.

La storia ci ha insegnato che le categorie sociali cambiano: la nobiltà ha fatto il suo tempo, in parte anche la borghesia. I problemi climatici lasciano presagire che sia proprio l’umanità ad avere fatto il suo tempo. Molti tuoi colleghi scrivono romanzi sul cambiamento climatico. Tu invece hai scelto una storia di un tempo passato, o meglio di un tempo che si ripete: che valore hanno anche alla luce della tua formazione filosofica per te il tempo e la ciclicità?
Questa è una domanda che ne vale quindici! Dal mio punto di vista, e analizzando la filosofia come una scienza, il tempo non è lineare, tutto avviene assieme, noi abbiamo solo un’impressione di linearità, ma la percezione non è corretta e usarla in un romanzo secondo me è molto noioso. È invece più interessante un ciclo di eventi in cui i protagonisti possano correggere, sapendo quello che accadrà, gli errori fatti, commettendone però magari di nuovi: questo per me è un vero tesoro e un protagonista che cerca di non far accadere qualcosa che sa che succederà è un personaggio molto interessante. Per quanto concerne il cambiamento climatico non so cosa potrei scriverne in realtà, perché ora come ora il grande arbitro della questione è il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: è lui che racconta la storia, che dice che il riscaldamento globale non esiste, che tutto va bene, che tutto andrà bene. Quando io avevo 21 anni ci si preoccupava forse con un po’ di ingenuità del buco dell’ozono e basta, si pensava che il problema fosse buttare il frigo in discarica e non per strada, ma la crisi in realtà è semplicemente dietro l’angolo, reale.

Tu hai scritto anche di tecnologie. Pensi che la tecnologia stia allontanando le persone dalla letteratura?
In epoca vittoriana si pensava che i libri allontanassero dalla spiritualità, poi che la radio allontanasse dai libri, poi la televisione dalla radio, poi internet dalla televisione: io penso che ogni nuova tecnologia venga vissuta allo stesso modo da ogni generazione che si trova a incontrarla, e i libri si collocano in questo ciclo. Io penso che siamo in realtà anzi davvero fortunati ad avere così tanti libri nonostante il rock, il cinema, la radio, internet…

Hai vinto il Costa for First Novel Award: i premi letterari certamente aiutano il mercato editoriale in certi contesti, ma secondo te quanto influenzano realmente i gusti dei lettori?
Non credo che li influenzino, anzi, è il contrario, com’è accaduto per esempio con La ragazza del treno. Non credo che i grandi premi come il Costa o il Pulitzer favoriscano i libri, perché sarebbe come mettere i premi davanti ai lettori, e invece è l’opposto, ciò che importa è la risposta del pubblico. Anzi, sono le vendite che incidono sui premi.

I LIBRI DI STUART TURTON



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