Intervista a Sudhir Kakar

Sudhir Kakar
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In viaggio in Italia per presentare il suo ultimo romanzo, lo scrittore e psicanalista indiano Sudhir Kakar fa tappa anche a Roma. Cappelli bianchi, sorriso gentile e statura piccola, dietro cui si nasconde  un uomo dal grande carisma, forza e intelligenza. Ci accoglie così uno degli scrittori indiani più noti e apprezzati a livello mondiale,  pronto a rispondere a tutte le nostre domande.

Qual è il motivo che ti ha spinto a scegliere due narratori europei per riportare in vita una pagina di storia indiana nel tuo Il trono cremisi?
Per prima cosa, ho deciso di avvalermi di due resoconti di quell'epoca storica che sono i più esaurienti. Niccolò Manucci  e François Bernier, infatti, sono due personaggi realmente esistiti. In secondo luogo, l'epoca di cui tratto è l'epoca in cui vengono proprio ad incontrarsi per la prima volta un Europa in ascesa e un India in declino. Mi è parso, quindi, interessante inserire il punto di vista di un continente più orgoglioso e più arrogante – quello europeo – dando così alla storia un tono ed una prospettiva più obiettiva e neutrale. Bisogna tener presente, infatti,  che quasi tutti i resoconti indiani di quel periodo provengono direttamente dalla corte di Shah Jahan quindi, non contenendo alcuna nota negativa o critica, sarebbero risultati anche meno interessanti. Infine, penso che sia più piacevole per chi scrivere mettersi nei panni dell'altro: in questo caso mi sono divertito a mettermi nei panni di due europei, visto che i miei panni (quelli indiani) li conosco fin troppo bene. È stato sicuramente un lavoro molto difficile, ma anche interessante.


Le voci narranti appartengono ad un francese e un italiano. Mi chiedevo, c'è per caso qualche richiamo nascosto alle Lettere Persiane o ai resoconti di Marco Polo?
No, ho scelto semplicemente di narrare la storia attraverso due voci di due viaggiatori con atteggiamenti in contrasto tra loro: fondamentalmente uno  animato dalla simpatia per ciò che vede, per il paese, per la gente, e un altro animato da un atteggiamento molto più critico. Uno, l'italiano, che veramente simpatizza per il paese – e chiaramente risulta anche più simpatico – e un altro, il francese, che ha un atteggiamento molto più distante, che si esprime con queste frasi lunghe e complicate e che parla con una voce molto diversa, perché in realtà ha delle sue aspirazioni di ascesa all'interno di questo mondo con cui si viene ad incontrare. L'italiano, invece, è una simpatica canaglia che parla con la sua voce, molto più carica di empatia ed emozione per ciò che vede. Due punti di vista diversi, uno più  canagliesco, mentre l'altro è più serio da cui traspaiono due simpatie diverse nei confronti dei due personaggi principali, il principe Dara e il principe Aurangzeb.


Niccolo appoggia Dara, mentre Bernier appoggia Aurangzeb. Se tu fossi vissuto in quell'epoca, quale dei due principi avresti appoggiato?
È molto difficile da dire, perché io stesso sono un po' diviso. È chiaro che Dara, come persona,  è  molto più simpatica: è una persona  aperta,  generosa e soprattutto è una persona che avrebbe voluto quello che  qualsiasi progressista sognava, cioè che indù e musulmani potessero vivere in pace. Tuttavia Dara aveva un grande difetto: da lui traspare quel narcisismo e quella vanità che poi furono la causa della sua stessa fine. Aurangzeb, al contrario, non è un uomo che ispiri simpatia. Ha una mentalità molto più ristretta, è un fondamentalista a modo suo, però possiede una buona qualità: è un ottimo giudice quando si tratta di giudicare le persone. Quindi, se da una parte le mie preferenze e le mie simpatie potrebbero andare a Dara, che è una persona magnifica, la verità è che questo non fa di lui un buon leader. Aurangzeb possiede invece tutte le qualità che ogni buon leader dovrebbe avere.


Nel romanzo si tocca un tema importante e anche molto attuale: quello del contrasto tra religioni – la religione musulmana, portata in India dei sovrani Moghul, e quella indù. Cosa ci puoi dire a riguardo?
La divisione tra indù e musulmani è realmente cominciata con Aurangzeb. Prima, sotto altri imperatori Moghul,  il conflitto non si era mai fatto così forte e così acuto. Sicuramente Dara non avrebbe condotto a questo tipo di conflitto così aperto. Il grosso di questa divisione storica lo dobbiamo proprio a Aurangzeb, il quale non a caso era considerato ed è considerato a tutt'oggi  da molti indù una figura negativa proprio per il fatto di essere diventato una sorta di emblema di un Islam più fondamentalista e più intollerante, e noi stiamo ancora pagando in qualche modo per i suoi peccati . A me sembrava importante fare per lo meno uno sforzo di riportare al centro della considerazione e della coscienza storica la figura di Dara e far capire che sarebbe stato possibile – e sarebbe possibile anche oggi –  un atteggiamento diverso nei confronti di queste due grandi fedi che sono compresenti in India. Cercare, cioè, di incarnare un islam più morbido, più accogliente, più tollerante nei confronti degli indù.


Leggendo il tuo romanzo, mi è sembrato di ritrovare nell'atteggiamento che i musulmani avevano verso gli indù, un atteggiamento simile a quello che gli stessi indù hanno nei confronti delle loro caste più basse. Com'è possibile?
È stano ma è vero. È stato così e continua ad essere così. Questo delle caste, della differenziazione dei livelli sociali, è ancora oggi un grosso problema per l'India. Ed è anche uno dei motivi per cui gli indù non si sono sufficientemente ribellati verso questo atteggiamento che hanno mostrato nei loro confronti prima i mussulmani e poi i britannici: sono talmente abituati all'idea di una struttura a caste, all'idea che ci sia qualcuno che ti è superiore o per  forza o per appartenenza ad una casta, che gli ha impedito di lottare con sufficiente determinazione come forse avrebbero potuto (e dovuto) per ottenere una maggiore eguaglianza.


La storia, quindi, non è servita da insegnamento...
In realtà noi dovremmo dire che queste invasioni – prima quella mussulmana e poi quella britannica – non hanno comportato soltanto conseguenze negative, perché effettivamente hanno sollevato un gran numero di dubbi e di domande riguardo questa struttura castale, tipica dell'induismo. I mussulmani una cosa positiva l'hanno fatta, la stessa che in parte hanno fatto i britannici successivamente: la grande differenza, all'epoca, tra la fede mussulmana e quella indù era che la prima si reggeva su una scala del principio di uguaglianza tra tutti i fedeli. Gran parte dei dubbi  e delle questioni che sono state sollevate riguardo il sistema delle caste, sono state in gran parte una conseguenza dell'arrivo dell'Islam. Lo stesso è avvenuto con l'arrivo dei britanni e, quindi, della religione Cristiana, una religione basata principalmente sulla fratellanza. Questi invasioni, alla fine, non hanno sortito solo un effetto negativo sul nostro paese.


L'influenza occidentale, dovuta in gran parte al tuo percorso di studi sia in Europa che in America, ma anche all'influenza della psicanalisi, hanno cambiato il tuo modo di vedere il tuo paese?
Nel complesso, l'esperienza di aver passato lunghi periodi lontano dall'India per me è stata molto feconda, sia dal punto di vista lavorativo che personale.  Quando rimani sempre fisso in uno stesso posto sei indotto a perdere il contatto con la tua identità. Solo quando ti allontani dal tuo luogo natio cominci a vedere la tua patria più chiaramente, a metterla più a fuoco ed eventualmente anche a metterla in questione. Direi che quando sei all'estero cominci a dire “aspetta un attimo, ma noi pensiamo certe cose, loro qui cosa pensano? Noi ci comportiamo in certi modi, loro qui come si comportano?”.  Credo di essere diventato sempre più consapevole della mia identità indiana solo nel momento in cui, varcati i confini, ho cominciato a passare tanto tempo lontano dall'India. Ho cominciato ad impegnarmi molto di più nell'affermazione “della risurrezione” dell'identità indiana di quando vivevo in India. Diciamo che è un pò la questione delle molteplicità dei punti di vista e delle prospettive, che sposò anche Borges quando ad un certo punto fece quell'osservazione che “nel Corano non ci sono cammelli”. Quando ti guardi dall'esterno cominci a vedere delle cose che prima non vedevi o davi per scontate. Per quanto riguarda la psicanalisi, in generale, già questa ti aiuta a mettere in discussione tutto quanto.  Per quanto riguarda la mia esperienza personale,  mi ha indotto a mettere in questione la stessa psicanalisi, o meglio, a cercare di capire quanta parte dell'approccio psicanalitico è legato inscindibilmente all'occidente e quanta parte sia universale.

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