Intervista a Sumia Sukkar

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Quando incontro Sumia Sukkar al Pisa Book festival 2016 davanti a un caffè sono piuttosto spiazzata dalla ragazza giovane ed elegante che mi guarda da sotto le larghe falde di un impegnativo cappello di feltro. Sumia, classe 1992, è inglese, figlia di padre siriano e madre algerina. Ha studiato scrittura creativa alla Kingston University e il suo romanzo d’esordio ha catalizzato l’attenzione della critica di mezzo mondo.




Ne Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra hai scelto di trattare l’esperienza più dolorosa che un essere umano possa vivere e di farlo dalla prospettiva incrociata di un ragazzino con la sindrome di Asperger e di colei che se ne prende cura, sua sorella Yasmine. Sei stata ispirata da qualcuno che conosci o questi personaggi sono il frutto di intense ricerche?
Quando ho iniziato a pensare al libro, lui era solo uno dei personaggi e ho fatto qualche ricerca, per cui sapevo in partenza che nella mente di una persona malata di Asperger tutto è bianco o nero, non ci sono sfumature. Per documentarmi ho incontrato persone autistiche, ho visitato centri che se ne prendono cura, ma, soprattutto mi sono ispirata al fratello di un mio amico che ha la sindrome di Asperger, l’ho intervistato, osservato, studiato. Man mano che studiavo la sindrome, il personaggio prendeva sempre più spazio nella trama che andavo costruendo nella mia testa, fino diventarne il protagonista.

Adam in un certo senso è un essere senza pelle: ogni emozione, ogni esperienza impatta direttamente sui suoi nervi scoperti, sulla sua carne indifesa. I colori sono il suo modo di categorizzare il mondo e decifrare le emozioni, l’alfabeto attraverso cui disegna le cose con cui viene a contatto…
Esattamente! Adam è un ragazzo senza filtri, grezzo, che vive tutte le situazioni per quello che sono, senza mediazioni, è come privo di difese, di pelle, come dici tu, e Yasmine è il solo filtro tra lui e il mondo. Un mondo che lui vede e interpreta con occhi diversi dagli altri, attraverso i suoi dipinti, i colori che dà alle esperienze. È un ragazzo che vive moltissime emozioni ma non sa come affrontarle, esprimerle. È per questo che dipinge tanto, per dare loro voce.

La casa è per Adam il suo santuario, un luogo dove coltivare le proprie ossessioni. Un luogo in cui sa come muoversi, sa esattamente quante mattonelle saltare, come attraversare con un balzo il tappeto davanti al suo letto, dove non ha bisogno di parlare con nessuno eccetto Yasmine…
La sua casa è il suo castello, la conosce in ogni minimo dettaglio: l’aspetto del suo letto, il disegno del tappeto, sa su quali mattonelle può camminare, è il luogo in cui si sente più sicuro, che lo protegge da un modo esterno che lo terrorizza, popolato com’è di persone con cui non sa interagire, che non lo capiscono, lo giudicano, lo spaventano. La casa lo protegge e man mano che la situazione fuori si fa più minacciosa, il suo legame con la casa diventa più forte, non vorrebbe mai uscirne e quando lo fa, non vede l’ora di tornarci. Penso che la casa gli ricordi sua madre, la sicurezza, l’amore; la casa lo accoglie come solo le braccia di una madre sanno fare, mentre il mondo esterno è terribile e sconosciuto.

Quando i pilastri di questo suo rifugio iniziano a scricchiolare e sbriciolarsi (perde Isa, Yasmine scompare, Khaled perde le mani, la mente del suo baba si annebbia) stranamente lui si adatta con sorprendente velocità. È come se nonostante la sua mente confusa lui tirasse fuori una sorta di istinto che lo porta a capire che per sopravvivere al dramma e aiutare i suoi cari deve adattarsi, non trovi?
C’è un detto nella religione islamica: “Dio non ti dà nulla che tu non possa affrontare” . Tutto quello che viviamo riusciamo per forza di cose ad affrontarlo. Vale anche per Adam. Man mano che la guerra si intensifica, che la sua famiglia si disintegra, diventa una persona indipendente, che nonostante le limitazione dell’Asperger diventa più capace di affrontare le situazioni, esce dal proprio guscio perché non ha altra scelta dato che quel guscio è ormai distrutto. Impara ad adattarsi per non morire.

La guerra è generalmente descritta da punti vista maschili e le donne entrano nel quadro solo per l’impatto che essa ha sulle loro vite, ma nel tuo libro fai di Yasmine una protagonista in prima persona, una combattente appassionata che è stata marchiata a fuoco dalla guerra. Perché?
La guerra non riguarda mai tutti, non in quanto uomini o donne ma in quanto genere umano, senza discriminazioni di età e di genere. Come femminista penso che i libri oggigiorno non abbiano molti punti di vista femminili ed è anche per questa disparità letteraria che per me è importante mostrare che, invece, anche le donne soffrono e combattono armi in pugno per difendere le proprie famiglie e ciò in cui credono.

Leggendo il tuo libro si ha l’impressione che ogni singolo dettaglio sia denso di significato, anche quelli tipografici come la scelta delle maiuscole o delle minuscole. È come se la grandezza dei caratteri di ogni singola parola riproducesse il modo in cui quella parola risuona nella mente di Adam. Come mai, ad esempio, hai scelto di usare sempre la minuscola per il nome di nabil?
È nabil l’unico vero amico di Adam, l’unica persona al di fuori della famiglia da cui può sempre correre, con cui può sempre essere se stesso. L’uso della maiuscola lo renderebbe una figura più formale, estranea. Nella mente di Adam nabil è come un cuscino, qualcosa su cui si può saltare sentendosi sicuri, protetti, è la sua zona protetta.

Sei un’immigrata di seconda generazione, nata a Londra da un siriano e un’algerina e questo libro è chiaramente un omaggio alla Siria, Paese di origine di tuo padre. Come ti relazioni con questi Paesi, li consideri anche tuoi?
Sono cresciuta in Inghilterra con genitori di nazionalità diverse, eravamo multiculturali, aperti alle influenze inglesi ma conservavamo le tradizioni di entrambi i paesi dei miei genitori. Penso di aver preso molto da tutte e tre le culture, parlo tre lingue e ho imparato che è fondamentale rispettare le diversità nelle persone, valorizzarle. Sono stata cresciuta nella religione islamica ma mio padre ci leggeva anche passi della Bibbia perché essenzialmente le religioni giudaica, islamica e cristiana hanno la stessa origine e insegnano gli stessi principi fondamentali. Religione significa umanità, pace, rispetto.

C’è un dialogo bellissimo nel tuo libro Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra. Yasmine rassicura Adam dicendo “presto arriveremo a Damasco e saremo al sicuro per un po’ e lui risponde “Quanto dura un po’?” “Il più possibile”. Penso che questo dialogo rappresenti la sintesi perfetta dell’incomprensibile irrazionalità della guerra. L’incapacità del cervello umano che non sa processare l’orrore di cui è testimone…
Infatti sintetizza i miei sentimenti sulla guerra in Siria. Questa guerra è iniziata 5 anni fa e la gente dice che finirà presto, che tornerà la pace ma quanto ancora deve durare? Quando sarà abbastanza? I siriani hanno dovuto nel corso degli ultimi cinque anni lasciare il loro Paese, trasformarsi in esuli, rifugiati, hanno perso tutto e quelli che sono rimasti sono compressi in aree sempre più piccole, sempre più pericolose, non hanno scelta, vengono uccisi senza poter cercare scampo, senza poter far sentire la loro voce. Non voglio sapere quanto deve ancora durare, quando i morti saranno abbastanza, quanto deve durare un “altro po’”. Questa guerra che è iniziata come una reazione spropositata del regime alla richiesta di riconoscimento dei diritti umani fondamentali da parte del popolo, ormai è solo un grido di aiuto.

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