Intervista a Tilman Rammstedt

Tilman Rammstedt
Articolo di: 

Tilman Rammstedt è una giovane promessa della letteratura tedesca contemporanea, nonché musicista nel gruppo Fön. Trame particolari e una scrittura raffinata ci rivelano un autore abile nel coinvolgere i suoi lettori: inevitabile fargli alcune domande sulle sue insolite scelte narrative.

Scrittore e musicista: in quale delle due vesti ti identifichi di più? Pensi che la musica abbia influenzato la tua attività letteraria, o viceversa?
Faccio musica molto volentieri, ma purtroppo sono un pessimo musicista. La musica che faccio funziona solo in rapporto ai testi delle canzoni. Tuttavia per me la musicalità di un testo scritto è estremamente importante: un ritmo, un suono specifico. E posso solo sperare di possedere un più spiccato senso del ritmo nella scrittura di quanto non ne abbia per la musica. 


Quali scrittori hanno influenzato maggiormente la tua formazione?
Gli scrittori che amo – per esempio Franz Kafka, Wenedikt Jerofejew o Dave Eggers – hanno sempre un pessimo influsso su di me, perché in confronto la mia scrittura mi sembra sempre così piccola. Quindi sono stato soprattutto influenzato dai molti libri che mi hanno annoiato o fatto arrabbiare, con i quali ho avuto la sensazione di doverli urgentemente migliorare. Ma qui eviterò di fare nomi.


Il nonno de L’imperatore della Cina è ben lontano dall’immaginario comune che si ha dei nonni. Com’è nata l’idea di creare questo particolarissimo personaggio?
Più particolare è una figura e tanto più facilmente mi viene in mente. Ho piuttosto dei problemi con il realismo. Mi sono molto divertito a scrivere di questo nonno e lo rimpiango ancora, non perché mi sia tanto affezionato a lui, ma perché mi ha reso la vita facile.


Dal romanzo emerge il forte potere evocativo della parola scritta, in grado addirittura di far percepire come reale un viaggio mai compiuto. Questo denota una sorta di fiducia tua personale nei confronti della scrittura e della sua forza, è così?
Per me in quanto lettore l’apparente potere magico della lingua letteraria consiste non solo nel godere di una descrizione elaborata da altri, ma anche nell‘immergersi in una determinata atmosfera, nella possibilità di una reazione emotiva alle parole, solo perché sono combinate in un determinato modo. In quanto scrittore questo non ha più niente a che fare con la magia, ma con i tentativi, con la lotta e le ansie per la giusta formulazione. Ho fiducia nella forza della lingua, ma non sempre nella forza della mia lingua. Dunque posso solo sempre sperare.


A questo punto mi sorge spontaneo domandarti, tu sei mai stato in Cina? Le suggestioni evocate dal protagonista nascono da un tuo reale viaggio o dalla tua fantasia?
No, non sono mai stato in Cina. E non avrei mai potuto scrivere il libro, se fossi davvero già stato in Cina. D’un tratto ci sarebbe stata una realtà che mi avrebbe limitato. Come base mi sono servito, proprio come il mio protagonista, solo di una guida turistica, che però ho usato sempre più raramente nel corso della scrittura: per me è stato semplicemente molto più divertente immaginarmi un paese. E ne L’imperatore della Cina ciò che mi interessa è proprio il potere della finzione, le bugie e il rappresentare una verità che non ha niente a che fare con la realtà.

I libri di Tilman Rammstedt

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER