Intervista a Tom Drury

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Tom Drury è nato nello Iowa, ma vive a Berlino. Nei suoi acclamati romanzi unisce le ambientazioni da provincia americana che hanno segnato la sua infanzia e la sua giovinezza con un certo sguardo glaciale sui personaggi che potrebbe derivare dalle atmosfere europee che ha imparato a respirare da adulto. Sia, come sia, è uno tra gli scrittori contemporanei più interessanti, ed è stato quindi un privilegio incontrarlo durante una tappa del suo tour italiano organizzato da NN editore, assieme ad un gruppo di blogger e giornalisti in quel di Milano.




Nel tuo processo di scrittura ci sono elementi autobiografici?
Ci sono episodi della propria vita che possono essere molto interessanti e quindi prestarsi in maniera convincente alla scrittura. Su questi si può iniziare a fantasticare per poi innestarci episodi di fantasia, così da arricchirli. Nasce così una sorta di nuova narrazione della propria vita e così il processo di narrazione diventa una specie di “revisione” del proprio vissuto, che però può rivivere nei personaggi dei romanzi. Un vero e proprio mosaico insomma.

Come è nato il progetto della Trilogia di Grouse County?
La trilogia è nata con un racconto del 1990, dato che ero stato sollecitato molte volte dal “New Yorker”. Avevo già scritto qualcosa per loro senza però mai convincerli in modo definitivo e per questo mi invitavano in continuazione a provare ancora. Questi rifiuti mi hanno spronato a fare sempre di meglio ed è così che poi è nato La fine dei vandalismi. Chiesi quindi alla direttrice dell’epoca di poter continuare a scrivere degli stessi personaggi, e così è nato il romanzo. Questo stesso meccanismo si è verificato poi con i romanzi successivi.

La tua è una letteratura del quotidiano, molto semplice e molto piana. Parla sempre di vite minori con alterne fortune. Il tuo stile narrativo nasce già in partenza così semplice o passa attraverso un processo di depurazione dai fronzoli, per così dire?
La mia scrittura è sempre di fatto una riscrittura. L’editing è una parte fondamentale della mia produzione. Ci sono ad esempio delle scene che riscrivo più e più volte finché non mi convincono completamente. Il risultato di una voce che sembri spontanea arriva solo dopo tantissimi tentativi.

Dalla produzione de La fine dei vandalismi a quella di A caccia nei sogni sono passati molti anni. Mentre il primo è un vero e proprio romanzo corale, questo è più intimistico. Come mai questa virata? Sei cambiato come scrittore o semplicemente volevi cimentarti in altro?
Tutti noi cambiamo e quindi anche lo stile di uno scrittore inevitabilmente cambia e si evolve nel tempo. Almeno lo spero, perché non vorrei mai scrivere sempre le stesse cose anche a distanza di anni. Sono affezionato ai miei personaggi ma ho voluto sperimentare uno stile diverso. A caccia nei sogni ha una struttura diversa rispetto al precedente romanzo perché si sviluppa in un lasso di tempo molto più ristretto e non ha sulla scena tanti personaggi come in passato. Mi sono concentrato quindi su un solo nucleo familiare e quindi ho avuto maggiore libertà che in passato nella descrizione dell’universo interiore dei personaggi.

È più difficile quindi popolare un intero mondo di personaggi appena abbozzati o concentrarsi su alcuni, descrivendoli però in profondità?
È difficile rispondere, sinceramente non mi sono mai soffermato, scrivendo, su cosa sia più facile e su cosa lo sia meno. So che mi sono divertito molto a scrivere A caccia nei sogni e non ci ho impiegato tanto tempo nel farlo. Questo è comunque un romanzo più dark e pessimista rispetto al precedente, con tanti scenari notturni e abbandonati, e il mio scopo è stato quello di rappresentare la precarietà della vita. Per questo mi serviva una descrizione emotiva molto approfondita.

Perché il mondo onirico per te ha così tanta importanza?
Non è importante tanto per me quanto per i miei personaggi. C’è sempre fluidità tra sogni e realtà anche se io preferisco non scadere mai nella simbologia. È vero che i sogni possono avere un significato, ma possono anche rappresentare semplicemente uno sfogo della mente senza alcun senso.

Da lettore il fascino del tuo stile è abbandonarsi alla lentezza e al dettaglio. Da scrittore quale fascino trovi, nel raccontare storie così semplici?
Io sono cresciuto in un posto molto simile alla contea che descrivo. Ho convissuto con un certo tipo di agricoltori, poliziotti, uomini e donne. C’è una parte di me che quindi appartiene all’universo che descrivo. Ho lasciato quei luoghi poi per andare al college e non ci ho più messo piede se non per qualche mese nel 2014, ma ovunque vada è inevitabile che li porti sempre con me. I miei ricordi di quel periodo sono sempre molto vivi, anche se ero un bambino. Tutte queste memorie confluiscono quindi nella mia scrittura ed è sempre un piacere riportare in vita la propria infanzia.

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