Intervista a Ugo Riccarelli

Ugo Riccarelli
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Ha studiato Filosofia presso l'Università di Torino e si è occupato per anni di azioni culturali in campo scolastico, cinematografico e teatrale, diplomandosi come Operatore Culturale nel 1976, e lavorando anche presso l’ufficio stampa del comune di Pisa. Nella sua carriera di scrittore si è aggiudicato una marea di riconoscimenti, tra i quali nel 2004 il Premio Strega con la saga familiare de Il dolore perfetto. Da sempre gli umili, i diversi, gli apparentemente sconfitti sono al centro della sua scrittura, come ci racconta lui stesso.




Come nasce l'idea di parlare di un argomento ancora tabù, imbarazzante per gli italiani quale il manicomio come hai fatto nel tuo Comallamore?
E' sempre difficile dire come nasce un libro, non essendoci un effetto scatenante unico, ma una serie di avvenimenti reali (succede sempre così per i miei libri). L'evento principale fu l'incontro casuale con un signore anziano, che abitava in un paese toscano dove mi trovavo in quel momento, e che aveva allestito, nella sede della Misericordia, una specie di museo con documenti e reperti storici inerenti al manicomio di Arezzo. Mi raccontò di come ci fosse l'uso di sfollare i degenti fuori dal manicomio, durante l'ultima guerra mondiale, man mano che il fronte si spostava ed io immaginai nella bellezza della campagna toscana questa situazione. La follia parcheggiata lì in mezzo al verde, o quella che veniva, a volte spacciata per pazzia, che si scontra con la normalità della guerra.

 


Chi erano, chi sono "i matti"?
Mi è sempre interessato scrivere dall'ottica dei più piccoli, i deboli anche perché si sa chi è vincente la storia se la riscrive da sé. Chi è più in basso non ha perso la capacità di ascoltare l'altra persona, di comprenderla veramente come dice anche Krishnamurti. Il disagio riguardante i manicomi era proprio dovuto al fatto che spesso vi venivano rinchiusi non solo casi effettivamente incontrollabili, ma anche chi non rientrava in schemi prefissati. Da qui l'evolversi medico che ha portato all'apertura dei manicomi anche se poi la situazione latita ancora nei fatti con difficoltà di attuazione delle leggi che abbiamo. La creatività, di cui oggi abbiamo bisogno, si abbandona totalmente ad un punto di vista che è diverso dal solito, all'intuizione dell'artista che spesso lascia che un guizzo di "follia" lo porti a creare, cantare, dipingere, recitare qualcosa che nella "normalità" sfugge. In questo libro cercavo non di fare un'elegia della follia, ma di far capire che c'è uno stadio di questa malattia che non si può emarginare od allontanare. Infatti oggi, per fortuna, vi sono diversi approcci a questa problematica. Tra questi interessantissima è quella attuata dalla Città del Teatro di Cascina in collaborazione con i pazienti del Centro Diurno di San Frediano a Settimo.. Il teatro è finzione, tutto vi è possibile, dove siamo liberi di esprimere noi stessi, di liberarci totalmente e la frase finale che il protagonista, invitato a ricordare, dice alla giornalista si riferisce alla Liberazione post-guerra ma è anche la liberazione dalla follia che, se vogliamo, è anche sperimentazione di qualcosa di diverso che ci mostra un altro mondo, un'altra ottica da parte di chi non indossa maschere. Noi amiamo il teatro e lo andiamo a vedere, ma in realtà noi tutti i giorni facciamo teatro. Indossiamo maschere, vestiti, atteggiamenti, regole sociali che magari ci stanno strette. Fingiamo di essere mentre il matto non finge, si dimostra per quel che è, quello che percepisce rifiutando di fare del teatro nella vita quotidiana. Beniamino, il protagonista di Comallamore, ad un certo punto del romanzo capisce che, dopo anni che spiava affascinato la vita dei matti (mentre la madre e la nonna, le voci della ragione, lo rimproveravano e lo allontanavano da essi) fa parte di loro ed ecco che entra in cucina ed inizia la pantomima di mangiare i petali dei fiori. Che poi se ci pensiamo cosa ci sarebbe più naturale di mettersi un petalo in bocca per sentirne il sapore, il profumo, gustare della natura come si faceva una volta?

 


Recentemente è stato ripubblicato Stramonio, romanzo nel quale affronta la problematica del lavoro (e a distanza di anni vediamo come la situazione
italiana non sia mai cambiata) dove ancora una volta il protagonista è uno fuori del coro e si ritorna a parlare di incomunicabilità tra le persone, dello scontro tra 'anime candide' e la realtà schiacciante che può essere la guerra come una siituazione avversa nella vita quotidiana...

Stramonio è diverso perché lui ascolta il suo cuore. Non segue le convenzioni sociali, le regole del quotidiano che ti fanno inquadrare nella patina della rispettabilità. Anche lui non indossa maschere, non fa teatro, vive secondo quello che percepisce e sente istintivo nei contatti con le persone. Oggi non riusciamo più a conoscerci fino in fondo, a trovare un punto di dialogo con gli altri. I mezzi che abbiamo a disposizione ci permettono di contattare in un secondo le persone che stanno all'altro capo del mondo, ma poi lì la cosa si esaurisce. Non andiamo oltre. Invece di allargarci sempre più, in realtà, ci stringiamo in situazioni locali. Viviamo con l'ansia della propria identità tutti i giorni e soffriamo per questa carenza che abbiamo nel conoscere noi stessi e glia ltri interlocutori. I rapporti si fanno più impersonali sia tra colleghi che tra amici. Beniamino, il protagonista di Comallamore, è affascinato dalla normalità dei matti e capisce che per poter parlare veramente con essi si deve unire a loro nella follia, trovare un punto di contatto che sia un gioco, un modo di fare teatro, di ricreare situazioni, di fingere di essere un'altra persona come fanno i bambini. Da adulti ci si sentirebbe stupidi a fare questo gioco di finzione. Ma per comunicare veramente a volte è necessario smettere di indossare la nostra maschera e cercare di capire cosa ci dice l'altra persona, di cosa ha bisogno. Un noto psichiatra che studiava casi di schizofrenia aveva un paziente che dava testate continue al muro. Si mise accanto a lui ed iniziò a picchiare la testa contro il muro; ad un certo punto il paziente si accorse di lui, che c'era un'altra persona che picchiava la testa contro il muro, che parlava la sua stessa lingua. Si instaurò così un rapporto tra di loro.

 

In Comallamore il protagonista non solo riesce ad instaurare un rapporto con i suoi pazienti, ma si scoprono anche i motivi per cui ci sono certi atteggiamenti in loro, le cause della loro sofferenza. Qual è il percorso di questa scoperta?
Quelli che noi consideriamo matti, sono piccole crepe nella facciata dell'umanità, sono solo persone più sincere, spontanee, che pagano il prezzo di questo loro intendere la vita. Restano schiacciate nella loro semplicità e fragilità dalla durezza del mondo che definiamo razionale anche quando in realtà è solo spietato. L'importante è che queste persone non siano gettate nelle discariche e scordate, come un po' avveniva nei manicomi. Per questo sono state create la case-famiglia, abbiamo leggi splendide, ma ancora di difficile attuazione. Ecco, in Comallamore ho provato ad immaginare come sarebbe stata una casa-famiglia, diciamo che poteva essere un prototipo di quella che poi sarebbe stata la casa-famiglia. Una casa nel sole della campagna toscana dove le persone vivevano in rapporto davvero, dialogavano e si capivano. Per questo il protagonista, oramai anziano, si trova in difficoltà a rispondere alla domanda della giornalista. Non può in poco esprimere tutti i concetti, le emozioni, gli esperimenti, i rapporti di un'intera vita.

I libri di Ugo Riccarelli

 

 

 

 
 
 
 
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