Intervista a Valentina Giambanco

Valentina Giambanco
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Valentina Giambanco è cresciuta a Firenze, ma si è trasferita a Londra dopo la maturità. Per anni ha lavorato come assistente cinematografica e da poco ha deciso di lanciarsi nel panorama letterario con un thriller che ha già ottenuto l’attenzione di lettori e critica. Di lei non si sa molto, se non che ha collaborato alla realizzazione di grandi pellicole come "Donnie Brasco" e "Quattro matrimoni e un funerale". Anche il web deve ancora scoprire questa giovane e brillante scrittrice, quindi abbiamo deciso di intervistarla in occasione dell’uscita del suo romanzo d’esordio.




Dal cinema alla carta. Cosa ti ha portato alla decisione di scrivere un romanzo?
La storia stessa. Sono sempre stata interessata alla scrittura, ma quando i primi dettagli della storia hanno cominciato a venire alla luce, la scelta era fra scrivere una sceneggiatura o un romanzo. Avendo lavorato per anni nel cinema mi sono resa conto che sarebbe stato difficilissimo creare il mondo di personaggi e vicende che volevo in sole due ore. Scrivere un romanzo era la scelta più naturale.


Il dono del buio è un romanzo complesso e intenso, dalle tinte scure e dalle ambientazioni noir. Come è nata la storia?

La storia si è sviluppata intorno a un’idea: la relazione fra un poliziotto e un criminale che danno la caccia allo stesso assassino. Era un’occasione per conoscere dei personaggi interessanti e inaspettati, che devono fare delle scelte difficili in situazioni estreme. Ma era anche un modo di esplorare alcuni recessi nascosti nell’ombra dell’animo umano e quello che definiamo come Bene e Male. Per me la vera sfida era poter vedere questi personaggi in azione in una storia avvincente.



Talvolta capita che gli scrittori “regalino” qualcosa di personale ai protagonisti dei loro libri. C’è qualcosa di te nel detective Alice Madison?
Madison è arrivata abbastanza ‘completa’ come personaggio. Sono sicura che c’è parecchio di me in lei ma abbiamo avuto vite completamente diverse in situazioni completamente diverse, e non c’è niente di autobiografico. Ma, piccola confessione, abbiamo gli stessi gusti – cibo, libri, film, musica. 



Il romanzo è stato scritto in inglese e hai poi partecipato alla stesura della traduzione italiana. Quali sono state gioie e dolori di questa collaborazione?
Questa è una domanda interessante, perché è stata una vera avventura dal punto di vista emozionale. La lingua inglese e quella italiana sono diverse come temperamento e ritmo. L’inglese è incredibilmente ricco di sfumature e ha un’eleganza tersa e diretta che è quasi impossibile tradurre in italiano. La difficoltà è stata mantenere lo stile originale in una lingua che preferisce usare 17 parole dove in inglese ne ho usate 5. La traduzione di Giovanni Arduino mi ha dato la possibilità di concentrarmi sulle sfumature e cambiare le parole necessarie per preservare il senso della narrazione. Ho il più grande rispetto per i traduttori, la loro è un’arte a sé.



Ne Il dono del buio hai dato molto spazio alle descrizioni, che portano il lettore a “vedere” la storia come se fosse un film. Il cinema ti ha seguito anche sulla carta?
La mia immaginazione ha generalmente un punto di partenza visivo e il mondo della storia per me è completamente tridimensionale. Più che vedere la storia come un film, penso a un’immersione totale in questo universo. I libri che amo di più sono sempre quelli che mi trasportano completamente nel mondo creato dallo scrittore.



Il romanzo è molto preciso a livello di terminologia, tecnica e ricostruzione delle situazioni. Le indagini della polizia sono dettagliate e rappresentano una parte importante della storia. Quanto tempo hai impiegato nella preparazione di questa parte e quanto la ritieni importante?
È molto importante anche se non è il cuore della storia. Ho fatto molte ricerche su libri e su internet perché la terminologia e le procedure tecniche non si possono improvvisare. Se i personaggi si muovono in quel mondo bisogna dare un senso di autenticità a quello che fanno tutti i giorni, specialmente perché i lettori di gialli sono particolarmente ferrati in quel campo. 



Il tuo romanzo è autoconclusivo, ma il finale sembra lasciare spazio ad un sequel. Hai un nuovo progetto per Alice?
Sto scrivendo il secondo libro che comincia sei settimane dopo la fine del primo, ma non posso dire di più...



Chi è stato il primo a leggere il libro? E quali sono state le sue impressioni?
La prima persona che ha letto il libro è stata una mia carissima amica. Lo ha letto capitolo per capitolo mentre lo scrivevo – l’unica persona a leggerlo così. Il suo entusiasmo e la sua passione per la storia sono stati assolutamente fondamentali per me. Ogni scrittore, specialmente agli inizi, ha bisogno di qualcuno che aspetta letteralmente la pagina che esce dalla stampante per leggere il prossimo paragrafo. La cosa interessante è che lei non è una gran lettrice di gialli e ha letto il mio libro come una storia drammatica nascosta dentro a un thriller.



Il romanzo ha già attratto l’attenzione di critica e lettori ancora prima della sua uscita. Ti aspettavi un grande successo?
Assolutamente no. È un campo difficile e con enorme competizione. Vedremo come andrà nei prossimi mesi ma io sono ancora scioccata del fatto che sia stato pubblicato.



Ma parliamo un po’ dei tuoi interessi letterari. Cosa c’è adesso sul tuo comodino?
Sto per cominciare Tu sei il male di Roberto Costantini, ho appena finito Gone Girl di Gillian Flynn e La breve favolosa vita di Oscar Wao di Junot Diaz. 



Quali sono gli scrittori o i generi che hanno creato la tua identità letteraria? Cosa non potrebbe mai mancare nella tua libreria? 
Ogni libro che ho letto ha lasciato un’impronta in qualche modo. Leggevo moltissimo da ragazzina ma ho cominciato con la fantascienza e mi sono indirizzata sui classici da adolescente. Ho frequentato il liceo classico, quindi non potrebbero mancare l’Iliade e La Divina Commedia, vicino a Jane Austen, Charles Dickens, Raymond Chandler, John Wyndham, Stephen King, Harper Lee e, naturalmente, William Shakespeare... per dire solo alcuni nomi.



Quando hai deciso di scrivere il tuo primo romanzo, ci sono stati momenti di difficoltà? Cosa ti ha permesso di superarli?
Ci sono stati sicuramente alcuni momenti di difficoltà. È una storia complessa e mi sono chiesta spesso se sarei riuscita a completarla nel modo giusto. Quello che mi ha aiutato moltissimo è stato il supporto dei miei amici e della mia famiglia che avevano fiducia nelle mie scelte, e anche il credere che se mi trovavo davanti un ostacolo, un muro diciamo, era lì per una ragione e che ogni difficoltà può essere utile e può rendere la storia migliore.    

 

Non è facile mettersi in gioco e decidere di scrivere un romanzo, forse anche per la paura di non riuscire ad emergere o di non essere presi in considerazione dagli esperti del settore. Hai un consiglio per i giovani scrittori?
Forse non bisogna pensare troppo alla reazione del mercato o degli esperti nel momento che hai la penna in mano. In quell’istante il tuo lavoro è mettere su carta la tua storia nel modo migliore possibile. Una volta che hai il manoscritto in mano devi sapere a chi mandarlo, chi sono le persone giuste nel settore – in Inghilterra c’è un libro utilissimo con i nomi di tutti gli agenti e le case editrici. E poi bisogna perseverare e cercare di farsi coraggio dopo che hai ricevuto le lettere di rifiuto – e io ho ancore le mie!

I libri di Valentina Giambanco

 

 

 
 
 
 
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