Intervista a Valeria Parrella

Valeria Parrella
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Autrice giovanissima, ancor più pensando al suo esordio licenziato alle soglie dei trent’anni, Valeria Parrella è anche scrittrice prolifica. Mente metodica, capace di calcolare e suddividere le parole scritte in mille giustificazioni e scansioni. Una forma quasi geometrica, alla quale fa da contraltare una sostanza che è la sua vita e la sua storia. A tanto criterio, corrisponde però una lingua confusa e magmatica. Piena di pause, ripensamenti e spiegazioni. Un sangue vivo il suo, che racconta e tanto ha da raccontare. E stupisce vedere che dietro tanta mescolanza sta invece una chiarezza netta: mai una divagazione o un fraintendimento. Prima ancora del punto interrogativo, Valeria ha già pronta una risposta, sempre migliore di quella che ci si vorrebbe aspettare. Una replica chilometrica, ma che coglie il nocciolo della questione anche se parte da lontano, forse perché ha capito che è in quel luogo che si trova il materiale più giusto e buono. E non per noi lettori, ma per se stessa.

Lettera di dimissioni compone un chiaro albero genealogico. Come sei riuscita a narrare il passaggio tra generazioni che è il centro del romanzo?
Posso rivelare di aver scritto per prima la seconda parte del racconto – che è diviso in tre movimenti – quella che narra della formazione della protagonista, Clelia. Ho ragionato in questi termini perché avevo fortemente bisogno di imprimermela nella mente. È una persona forte del passato, il suo e quello della sua famiglia, una donna che si arma degli affetti rivolti a lei dai suoi genitori.  Importanti sono anche i racconti dei nonni, che l’hanno aiutata a disegnare e creare il suo passato, soprattutto la sua infanzia. Ho deciso, perché ne avevo necessità, di andare a scavare quel passato tornando indietro di circa trent’anni. Il periodo giusto precedente la nascita di Clelia, così che potessi spiegare la sua crescita come persona. Non a caso all’ultima parte del romanzo ho dedicato una scrittura molto più veloce. Il cambio di passo non è stato del tutto voluto, bensì molto naturale e ha creato una particolare simmetria: prende in considerazione solamente tre anni della vita della protagonista, mentre l’inizio, più posato e studiato, ben cinquanta. È il sintomo dello sforzo che ho impiegato nel scriverla, poiché era una parte, quella finale, che non volevo davvero raccontare. È dove spiego perché Clelia non può essere indicata come una vittima in balia degli eventi, ma soprattutto colpevole di ciò che le è accaduto.


Lo scarto tra la prima e la seconda parte è violento. Ma quanto spazio ha in realtà il passato? Quanto è ingombrante per il presente?
Innanzitutto è bene definirlo, questo passato: inizia nel 1914 a Napoli. Essendo così remoto, Clelia ci si orienta nell’unica maniera possibile, tramite le foto e i racconti di famiglia. Il passato stesso è un racconto che lei costruisce per sentito dire. Forse anche per questo motivo è sfocato e rallentato: non perché duri così tanto, ma perché è indefinito e non fa parte della sua vita vissuta. Di preciso neppure io conosco la vera durata di questo tempo lungo. Discutendo con il mio editor siamo venuti alla conclusione che Clelia sia nata all’incirca nel 1970. Il presente, invece, è esattamente l’opposto, a fuoco e accelerato.


Il teatro gioca un ruolo importantissimo: quando il sogno della drammaturgia svanisce, lei si rende ben conto che ormai è una semplice amministratrice. Cosa significa esattamente per Clelia fare teatro?
Per parlare di teatro sono stata aiutata dalla mia esperienza, poiché ho e ho avuto numerose connessione con questo genere. Sono di Napoli, la città più teatrale d’Italia, conosco diversi addetti ai lavori e ho anche scritto delle pièces teatrali. Per quanto mi riguarda, il teatro è il luogo del racconto per eccellenza. Il drammaturgo scrive con un unico scopo, raccontare sé stesso, che infine è lo scopo del teatro stesso. Molière, un borghese, non facevo altro che parlare della borghesia a cui apparteneva. Il palcoscenico è una specie di auto rappresentazione e infatti in Lettera di dimissioni parlo molto di me. Sia chiaro, io non ho comunque vissuto mai un’esperienza simile a quella della mia protagonista. Quando Clelia si accorge di aver scelto la carriera più facile e remunerativa, prende coscienza soprattutto di un evento: per lei, è più facile starci dentro che fuori. Non diniega l’aver abbandonato i suoi propositi artistici, aver rinnegato in maniera così drastica e senza possibilità di ritorno il suo senso ideologico e la mentalità dei suoi genitori. Semplicemente prende coscienza, ma non fa niente per ritornare sui suoi passi.


Quale strada hai dovuto percorre per passare da un discorso ideologico politico alla convinzione che un’ideologia non esiste più?
Con un mio compagno del nord spesso mi capitava di utilizzare questa espressione: “sono una persona verace”, e mi sentiva sempre ripetere che “avevo collera”. Lui si preoccupava perché credeva fossi arrabbiata, mentre in realtà ero semplicemente affranta. “Prendersi collera” significa infatti essere dispiaciuti. Ecco, io non ho mai smesso di prendermi collera, di essere profondamente amareggiata. Questa che ho raccontato è una storia autobiografica. Quello che fa Clelia mi punge sul vivo. C’è un avvenimento della storia politica italiana che spiega bene come mi sento, l’ho inserito anche nel libro non curandomi però della reale cronologia dei fatti. Durante il primo governo D’Alema, Abdullah Öcalan, capo dei Curdi, chiese asilo politico all’Italia. D’Alema, pur contravvenendo all’articolo 10 della Costituzione che garantisce l’effettività dell’asilo, infine decise per l’estradizione e tutt’oggi Öcalan è prigioniero in Turchia. Il romanzo inoltre si svolge tra Napoli e Pompei e termina due giorni dopo il crollo della casa dei gladiatori. In entrambi i casi, ammetto d’aver pianto. È da questi eventi che si percepisce il crollo della moltitudine, dell’assenza di un’ideologia.

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