Intervista a Valerio Massimo Manfredi

Laureato in Topografia del Mondo Antico all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Valerio Massimo Manfredi ha insegnato in moltissime università, ha pubblicato moltissimi articoli e saggi e ha scritto note opere di narrativa - soprattutto romanzi storici - tradotte in tutto il mondo (oltre 6 milioni di copie vendute a livello internazionale). Alcuni dei suoi libri sono stati portati sul grande e sul piccolo schermo. Ha condotto i programmi televisivi "Stargate - Linea di Confine" e "Impero". Tutti i suoi lavori sono volti alla divulgazione storica comprensibile a tutti senza mai scadere nel banale o nella fiction fine a se stessa. In un comodo salotto di Palazzo Panichi a Pietrasanta - sede della sala stampa in occasione del festival Anteprime 2011 – circondati da libri e scaffali, ci sediamo accanto a lui e facciamo due chiacchiere.




Il tuo romanzo Idi di marzo racconta uno dei momenti più famosi di tutta la storia. Come mai l’assassinio di Cesare ha colpito così tanto l'immaginazione di tutti (basti pensare a Shakespeare) quando il regicidio non era certo una pratica inconsueta?
Intanto perchè Cesare non era un re né aveva alcuna intenzione di diventarlo e poi per le circostanze della sua morte, il groviglio di interessi, minacce, vendette, faziosità, lotte che ruotavano attorno alla sua persona e al suo progetto politico. Inoltre per i non pochi enigmi che restano praticamente ancora insoluti, basti pensare al fatto che licenziò la sua guardia del corpo poco prima di essere assassinato.

Cesare, Alessandro, Dionisio. Tre figure potenti, eroiche, dominanti che fanno da protagonisti a tre tuoi romanzi. Li dovessi riassumere con degli aggettivi?
Non credo che un aggettivo basti per definire uomini di quella statura. Si tratta di combinazioni rare ed eccezionali che formano esseri umani di inusitata dimensione psichica, politica e strategica. C’è però da dire che mentre le figure di Alessandro e Dionisio I sono state oggetto di due romanzi biografici, Cesare in Idi di Marzo è invece solo un personaggio - sia pure dominante - di una vicenda complessa e vorticosa che coinvolge una moltitudine di comprimari in un turbine di avvenimenti, intrighi, trame e continui colpi di scena in cui i singoli personaggi si muovono come attori di un dramma epocale capace di sconvolgere il divenire della storia.

Nei tuoi romanzi si va dalla fantarcheologia (La torre della solitudine e per certi versi forse anche Palladion e L’oracolo) alla ricostruzione di momenti particolari che si perdono tra nebbie del tempo e mito (Le paludi di Hesperia) a ricostruzioni di possibili storie mai venute alla luce (L’impero dei draghi) a rievocazioni storiche (L’armata perduta). Come scegli il soggetto? Come è l’iter creativo?
Ogni storia nasce da un’idea di solito improvvisa o casuale che emerge da una lettura, da una ricerca, da una sensazione, da un progetto di altro genere e l’idea si dimostra subito in grado di generare una storia particolarmente originale e sopratutto carica di emozioni e a volte di pathos estremo (Aléxandros, Le paludi di Hesperia). Quando la vicenda è già preesistente (L’armata perduta/Anabasi) la rilettura avviene in tutt’altra chiave e da punti di vista diversi capaci di trascinare il lettore in un gorgo di emozioni di fortissima intensità. L’iter compositivo parte dall’idea di fondo (Le paludi di Hesperia per esempio è l’Odissea perduta di un eroe omerico dimenticato) poi si dilata in ritmi, atmosfere, linguaggio in cui i personaggi prendono vita a mano a mano che la storia avanza fino a muoversi in maniera quasi autonoma: il comandante Bogdanos ne L’Oracolo all’inizio era solo l’apparizione di una figura senza nome con il volto coperto sotto la falda del cappello nell’alone di un lampione in un vicolo di Atene, poi è diventato il coprotagonista dell’avventura.

La storia di Alessandro Magno ha avuto due stesure. Prima il ciclo in tre volumi e poi una nuova stesura. Come mai?
La seconda stesura è solo un riduzione per ragazzi dietro le insistenti e ripetute richieste sopratutto di insegnanti di una versione accessibile a ragazzi anche molto giovani. Aléxandros è la trilogia.

Una storia che ancora devi raccontare ed una che non vorresti mai raccontare?
La storia che devo raccontare è sempre il mio prossimo romanzo. La storia che non vorrei raccontare è la vicenda straordinaria e terribile di una persona ancora vivente che perderebbe così il proprio onore. A volte il silenzio è la forma più intensa e drammatica di letteratura.

L’uomo ha mai imparato dalla storia? O continua a ripetere i soliti errori?
L’uomo ha imparato moltissimo dalla storia ma ha sempre bisogno di ripetere errori perchè nessuno può accettare l’esperienza pregressa come fatto acquisito: ha sempre necessità di fare tentativi ed esperienze proprie. Questi tentativi comportano errori che fatalmente somigliano ad altri già compiuti nel passato.

Scrivi, tieni conferenze, hai una tua trasmissione televisiva. Tempo libero ne rimane? E in quegli attimi apri un libro? Quali sono i suoi scrittori preferiti? Anzi, già che ci siamo qual è un libro che consiglieresti a chi si avvicina alla Storia?
Nessuna delle mie attività ha orari o percorsi obbligati: lavoro quando mi pare ma lavoro molto intensamente. Faccio sport, palestra, studio, vado qualche volta al cinema, esco con gli amici, vedo pochissima televisione. Leggo in casa ma anche in aereo, in treno, dal dentista, dal parrucchiere, mentre faccio il bagno o colazione o mentre prendo il caffè dopo pranzo. Non ho uno scrittore preferito se non fra i classici. Leggo quelli che mi incuriosiscono, sia narratori che saggisti. Quanto all’ultima domanda consiglerei per la Storia antica Il mondo ellenico di A.J. Toynbee e per quella moderna In Europa di Geert Mak.

Valerio Massimo Manfredi legge come mangia?
No, ci metto un po’ più di cura. Sono abbastanza esigente nel cibo, però sono anche particolarmente collaudato. Non mangio una gran varietà di cose, sono piuttosto tradizionale; mentre dei libri leggo tutto, non ho preferenze. Per me le due cose sono assai differenti, anche se esiste quella metafora su “il cibo della mente”, ma io trovo che sia così fino ad un certo punto. A me non piacciono nemmeno i cibi troppo elaborati, mentre in letteratura apprezzo i periodi difficili e le trame complicate, gli scrittori seducenti dalle atmosfere elaborate.

A te che sei un archeologo, è mai capitato di trovare qualcosa che non stavi cercando, mentre stavi scavando?
No, ho sempre trovato quello che cercavo anche perché le nostre operazioni sono talmente costose che devono essere mirate e bisogna andare a colpo sicuro. Ma ad essere sincero - ora che ci penso - una volta sì, mi è successo. Una volta, in Emilia, vicino casa mia, un collega francese un giorno mi disse: “Senti, io devo andare. Secondo me quella canaletta lì puoi anche farla picconare.” Ho dato io la prima picconata e a momenti non mandavo in frantumi un pezzo di un vaso attico con un cavallino meraviglioso, di grandissima mano e quindi ho detto ai miei collaboratori: “Ragazzi, qui cazzuole e spazzolino!”. Effettivamente non ci aspettavamo di trovare un pezzo di così rara bellezza dalle mie parti.

I tuoi libri possono aprire un ambito di ricerca e rendere un pubblico curioso di cose che prima dei tuoi libri non lo attraevano per niente?
I miei libri possono attrarre le persone verso l’universo libri perché possono aiutare a far riconoscere al lettore due libri contingenti, di genere simile ed atmosfera estrema. Questo può avere una forte influenza sul pubblico perché una vita senza emozioni... che vita è?

Tu usi spesso la parola cercare – e questo è bello perché il cercare è ciò che spinge l’uomo verso ogni traguardo – ma che cosa è per te la curiosità?
La curiosità è il desiderio continuo di saperne di più. La curiosità non si può imparare, è innata, è come il talento: o ce l’hai o non ce l’hai. Ognuno di noi ha uno o più talenti, uno sicuramente ce l’ha in particolar modo. Io, ad esempio, non sapevo di saper scrivere finché non me l’hanno chiesto. Dopo che ho scritto il primo libro mi son detto: “Guarda, è venuto anche bene!”, ma tante volte non ce ne rendiamo conto. Il talento non si può imparare, ma si può imparare come esprimerlo. Io ricordo quand’ero piccolo e avevo una scatola di colori Pastelli Giotto dove c'era sopra la scena di Giotto di fronte il Vasari che disegnava una pecora su una roccia e a lato c’era Cimabue che lo osservava perché poi Cimabue avrebbe chiesto a Giotto di andare in bottega da lui. Ecco, questo per dirvi che se Cimabue non avesse portato Giotto a bottega, lui sarebbe rimasto Giotto, il genio, ma nessuno l’avrebbe mai osannato; il talento è un’attitudine che va valorizzata.

Che atteggiamento hai di fronte alle cose nuove?
Mi interessano sempre. In certi casi sono un po’ insofferente, soprattutto se richiedono troppo tempo per essere maneggiate: ed infatti non sono mai riuscito a leggere un libretto di istruzioni fino alla fine perché mi sembra una perdita di tempo. Piuttosto le istruzioni me le faccio spiegare a voce.

Ci si può difendere dalla spazzatura secondo te?
Ce n’è in giro veramente tanta, ma credo che l’importante per evitarla sia saperla riconoscere.


I LIBRI DI VALERIO MASSIMO MANFREDI


 

 

 
 
 
 
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