Intervista a Veronica Roth

Articolo di: 

Veronica Roth arriva in sala stampa sfoggiando una taglio di capelli biondo platino a là Annie Lennox. Si scusa per eventuali gaffe da jet lag: è da poco arrivata in Italia per iniziare il tour promozionale che la porterà a toccare diverse città, concedendosi anche una capatina presso gli studi di Radio Deejay per rilasciare unˊintervista. A colpire immediatamente tutti sono la sua gentilezza e la sua semplicità, ma soprattutto il suo sorriso. E Veronica Roth di motivi per sorridere ne ha tanti: trentasei milioni di copie vendute in tutto mondo per la saga di Divergent, e questo senza contare la fortunata versione cinematografica. È facilmente intuibile dallˊentusiasmo che le riservano i fan che a entrare nei cuori del pubblico è stata di certo la versione cartacea della trilogia distopica (a cui bisogna aggiungere un tie-in), facendo pensare a un fenomeno letterario più simile a J.K. Rowling che ai vampiri metrosessuali di Twilight creati da Stephenie Meyer. Bella, fortunata, solare: carta dˊidentità di una vera star. Ma Veronica Roth è molto di più: una ragazza di 28 anni estremamente brillante, intelligente e con le idee molto chiare. Chissà in che fazione sarebbe stata nel mondo da lei creato per i suoi libri? Che domande! Sarebbe di certo stata una divergente.




È vero che hai creato la saga di Divergent durante gli studi universitari?
Sì, è vero. Già negli ultimi anni dellˊuniversità mi sono occupata di una prima stesura della saga. Successivamente, ho ripreso in mano ciò che avevo scritto per capire se poteva funzionare. A quel punto mi sono messa alla ricerca di qualcuno che la potesse pubblicare; quando ci sono riuscita è stata una grande sorpresa.

Da quali suggestioni, quali spunti nasce lo scenario futuristico in cui si svolgono i tuoi libri?
Durante il primo anno di università, ho frequentato un corso in cui il tema centrale era la terapia espositiva. Questa consiste nel dover esporre tutte le proprie fobie così da affrontarle per poterle superare un poˊ per volta. In questo modo, la mente viene sostanzialmente riassemblata, non dando più le stesse risposte allˊansia; questo renderà possibile vincere la paura. È un metodo che funziona e mi affascina molto come il subire una sorta di tortura possa in effetti funzionare nel curare le fobie. Essendo io unˊappassionata di fantascienza, ho pensato di inserire questa terapia allˊinterno del mondo degli Intrepidi: da qui lˊidea dei test che devono affrontare per poter far parte della loro fazione. Successivamente, ho inserito il tutto nella saga.

Dici di amare la fantascienza. Quali sono i tuoi libri e i tuoi autori preferiti?
La mia passione per la fantascienza è nata leggendo Il donatore di Lois Lowry. Da molto giovane, mio padre mi consigliò di leggere Dune di Frank Herbert, anche se, vista l'età, credo di non averlo capito. Ho amato moltissimo Il gioco di Ender di Orson Scott Card e Nelle pieghe del tempo di Madeleine LˊEngle. Crescendo poi, mi sono dedicata a letture più ampie e più “selvagge”.

Nella trasposizione cinematografica dei libri della saga di Divergent quali elementi si sono persi della versione letteraria secondo te?
Quando decisi di vendere i diritti della saga capii che dovevo cercare di avere un approccio il più aperto possibile alle trasposizioni, perché sapevo che, altrimenti, avrei incassato unˊenorme delusione nel vederne il risultato. Sapevo che avrei assistito a una versione molto più corta del libro e che molte cose che io ritenevo importanti sarebbero andate perdute. Ovviamente, per me è stato difficile comprendere il perché di alcuni cambiamenti nelle versioni cinematografiche; mi chiedevo dove avessi sbagliato. Tuttavia, ho cercato di godermi questa esperienza nel miglior modo possibile. Principalmente, per me era la possibilità di vedere le mie idee riportate su scala molto più ampia. Per quanto sia stata una grande sfida è stato un momento di grande eccitazione per me. Comunque, penso che sia una sensazione che ti fa sentire premiata quando qualcuno sceglie il tuo lavoro per adattarlo sul grande schermo. Per quanto riguarda i film in sé, il primo è il più fedele ai temi trattati nel libro: il più vero e sincero. Tuttavia, è stato interessante vedere come nel secondo e nel terzo episodio alcune cose siano state cambiate. Devo fare i miei più sinceri complimenti al cast, che è stato straordinario nellˊinterpretare tutti questi ruoli così diversi tra loro. Devo confessare che, nonostante la fantastica esperienza, continuo a preferire i libri ai film, e questo non solo per quello che concerne il mio lavoro, ma in generale. Se così non fosse del resto farei dei film e non scriverei libri.

Accennavi al cast. Hai avuto la possibilità di avere qualche tipo di potere decisionale sulla scelta degli attori? Sognavi qualche attore o attrice in particolare?
È abbastanza poco comune per unˊautrice, soprattutto per unˊesordiente come me, avere la possibilità di poter intervenire su questo tipo di scelte. Lˊunico provino a cui mi è stato chiesto di partecipare è stato quello di Theo James per il ruolo di Quattro. Credo che la produzione abbia fatto delle ottime scelte per il cast, anche in quei casi in cui gli attori non assomigliano assolutamente all'aspetto fisico che ho descritto nei miei libri. Per esempio, non avevo pensato così il personaggio di Eric, ma Jai Courtney ha avuto la capacità trasmettere quel potente senso di minaccia che doveva trasparire dalla sua interpretazione. Non fa parte del mio modo di pensare il desiderare un particolare attore o attrice per un mio personaggio; so che altri autori, invece, hanno delle preferenze in questo senso per le trasposizioni cinematografiche dei propri lavori. Fortunatamente, non sono state seguite quelle che potevano essere le mie idee in merito al cast, perché io avevo in mente attori molto più vecchi. Devo dire che tutti gli attori selezionati hanno funzionato benissimo nei loro ruoli e io sono stata felice di aver mantenuto la mente il più aperta possibile nell'accettare le loro interpretazioni.

Ti secca che i tuoi romanzi vengano considerati da alcuni roba riservata ai teenager?
Non ho cominciato a scrivere pensando a una determinata fascia di pubblico, per esempio quella degli young adults... ho semplicemente cominciato a scrivere. Sapevo che la mia eroina sarebbe stata unˊadolescente e, come tutte le persone della sua età, avrebbe dovuto combattere per capire quale fosse la propria identità. Credo che comunque questa non sia una prerogativa dei soli adolescenti: tutti noi, nelle varie fasi della nostra vita, cerchiamo di capire chi siamo. Il nostro processo di formazione non si interrompe mai nel corso della nostra esistenza. Tuttavia, lˊetichetta di scrittrice per teenager non mi va stretta, anzi, mi aiuta: sono contenta dei miei lettori adolescenti. Ho scoperto poi che anche altre fasce dˊetà si godono le letture young adults, è solo un’etichetta.

Sei molto attiva sui social network. Questo rapporto diretto coi tuoi lettori non ti fa sentire in qualche modo troppo esposta?
Il contatto diretto coi lettori crea un sensazione di grande amore, ma può portare anche a dei momenti di grande difficoltà. Non è semplice esporsi quando si è allˊinterno di un processo creativo in cui devi rischiare e correre dei pericoli. Diventa complesso approcciare questa situazione quando sai di essere sotto gli occhi di tutti. Però, in un certo senso, tutti gli autori sanno che verranno chiamati a partecipare a questo tipo di rapporto coi lettori. Ciò che resta è il tuo “editor interiore”, con cui devi sempre avere a che fare: sono felice di aver imparato a gestire questa abilità, perché mi permette di utilizzare i social media senza esserne dipendente. Effettivamente, per quanto mi piaccia, a volte è troppo immediato dover rispondere ai commenti dei lettori. Tuttavia, trovo speciale la possibilità di poter interagire con le persone perché spesso gli scrittori sono distaccati dal proprio pubblico. Ultimamente ho partecipato a un tour nelle scuole americane dove sono entrata in contatto con gli studenti: è stata unˊesperienza di grande valore perché mi sono resa conto che, se i social media possono aiutare i giovani a leggere di più, è un qualcosa di fantastico. Se poi questi ragazzi non diventeranno degli scrittori non conta: lˊimportante è leggere. Leggere è una caratteristica molto importante che ognuno di noi dovrebbe coltivare. Non aiuta solo a sviluppare lˊintelligenza, è anche un mezzo che riesce a stimolare lˊempatia e a mantenere una mente aperta. Io utilizzo Snapchat, e certe volte mi interrogo sulla sua importanza. Mi rendo conto che è sicuramente positivo il poter restare in contatto con le persone e poco importa se ciò mi mette sotto la lente dˊingrandimento: sono nata in questa generazione in cui i social media fanno parte delle nostre esistenze e non possiamo evitarlo.

Cˊè qualche tipo di messaggio politico-sociale dietro la saga di Divergent?
Questa domanda me la fanno spesso. Quando ci si rivolge alla fascia degli young adults si pensa sempre che debba necessariamente esserci un messaggio politico-sociale da trasmettere. Questo soprattutto perché, essendo lettori giovani, bisognerebbe secondo molti dar loro una guida o unˊidea. Per me vale la cosa opposta: io considero i giovani un pezzetto di argilla, qualcosa che deve essere forgiato ma non da qualcun altro, bensì dalle loro stesse esperienze. Non ho alcuna intenzione di formarli io o di metter loro in mente delle idee. Il mio obiettivo è far sì che i ragazzi si pongano delle domande e, soprattutto, di offrire loro dellˊintrattenimento. Unˊaltra ragione per cui mi viene posta questa domanda è che, scrivendo romanzi distopici, io potrei in teoria spingere i lettori a porsi delle domande su cosa ci riserverà il futuro se continueremo a mantenere il nostro attuale stile di vita, che poi è una delle tipiche incertezze dei ragazzi. Credo che comunque, da Hunger games in poi, in realtà il romanzo distopico sia stata la maniera che spesso gli autori hanno utilizzato per far fuggire con la fantasia. Voglio offrire ai miei lettori questa possibilità di evasione, tenendoli però ancorati al concetto di essere macchine pensanti. Quindi, fin da libri come Il mondo nuovo di Aldous Huxley e 1984 di George Orwell, questo esercitare il pensiero è stato molto presente in tutti noi. Ovviamente, ogni scrittore nel momento in cui si approccia al suo lavoro pensa a un messaggio da convogliare al pubblico, altrimenti sarebbe davvero molto ingenuo. Quello che voglio fare con la saga di Divergent è esplorare gli effetti dellˊobbligo di essere categorizzate che alcune persone hanno dovuto vivere, preoccupandosi di allinearsi alla propria posizione senza chiedersi come essercisi ritrovate o come questa si sia venuta a creare. Ho cercato di fornire una spiegazione a tutto ciò per me stessa e, ovviamente, per i miei lettori.

In quale personaggio della saga ti riconosci maggiormente?
Non sono come nessuno di loro, ma in ognuno di loro cˊè una parte di me. Grazie a questo meccanismo narrativo, riesco a dare un poˊ della mia voce a ognuno di loro. Questo mi permette di esplorarli meglio. Diciamo che, tra tutti, mi riconosco maggiormente in Tobias, soprattutto per la capacità che ha di portare a ragionare le persone per far sì che si comportino nella maniera meno impulsiva possibile. Io sono dˊaccordo con lui.

Hai frequentato qualche corso di scrittura?
Ho sempre scritto come hobby dallˊetà di nove anni, per ogni singolo giorno della mia vita. Durante il liceo, ho avuto un docente che mi ha incoraggiato e mi ha consigliato di scegliere unˊuniversità tradizionalmente attenta al tema della scrittura. Per questo ho deciso di iscrivermi alla Northwestern university, dove per due anni ho seguito dei corsi specifici. Da questa esperienza ho imparato ad accettare in maniera più ponderata le critiche e ho capito che è più utile leggere libri che leggere libri sullo scrivere.

So che hai frequentato anche corsi e terapie per affrontare le tue paure. Hai trasportato qualcosa di questa esperienza nei tuoi libri?
Ho più paure io dei miei personaggi. Ho sempre avuto problemi con lˊansia, già da bambina. Dopo il successo dei miei libri, ho dovuto sottopormi a delle terapie per affrontare tutto questo. In Divergent le paure sono per lo più di impatto visivo: la fobia degli stormi di uccelli o le vertigini. Le mie paure sono molto più profonde, e ne ho tantissime.

Comˊè stato scrivere il finale della saga di Divergent?
Aiuto, devo cercare di rispondere senza spoilerare! Mi sono subito resa conto che avevo difficoltà ad arrivare alla fine della storia. Ogni volta che mi trovo davanti a un blocco, cerco di evitare di scrivere in maniera meccanica. Se continuo a posporre, allora capisco che ho sbagliato qualcosa in precedenza. Perciò, quando ho cominciato ad approcciarmi al finale, ho dovuto necessariamente tornare indietro per cambiare ciò che andava cambiato. Emotivamente non è stato semplice dover prendere determinate decisioni, ma alla fine hanno funzionato. Sono contenta della fine della serie: trovo che sia molto potente e che convogli la giusta dose di emozioni. Devo dire che, ancora oggi, dopo due anni, mi sento soddisfatta. I lettori possono leggere tanti finali di libri; uno scrittore dovrà convivere con un finale per sempre, e se questo non è buono, non potrà mai più cambiarlo.

Che libri leggi? Hai delle frequentazioni tra i tuoi colleghi?
Leggo moltissimo. Quando comincio un nuovo romanzo, cerco di tenermi lontano da libri che trattino lo stesso argomento a cui mi sto approcciando. Ultimamente, sto leggendo delle non fiction. Ho da poco finito Stiff di Mary Roach, un libro che parla di cadaveri: mi rendo conto che è un argomento non piacevole, ma è stato molto interessante. Per un periodo, ho letto molti saggi sulla Corea del Nord. Per quanto riguarda lˊinterazione coi colleghi, cerco di tenermi informata il più possibile su ciò che fanno, sui loro lavori. Recentemente ho letto e apprezzato Fangirl di Rainbow Rowell. Il rapporto con loro è molto importante perché, molto spesso, ti accorgi di quanto siano bravi altri scrittori che non ricevono lˊattenzione che meriterebbero. Mi trovo in una posizione privilegiata grazie alla fortuna che ho ottenuto, e voglio fare il possibile per raccomandare il lavoro dei miei colleghi. Inoltre, sono molto coinvolta nel settore editoriale: partecipo a due festival letterari di cui mi occupo della programmazione degli incontri. Ciò mi riempie di felicità, perché è un bene restare in contatto con persone che sono molto interessate ai giovani e sono anche molto brave. Ci tengo anche a essere loro amica, perché con loro posso condividere quelle che sono le sensazioni tipiche di chi esercita la nostra professione.

Durante il processo creativo ti capita mai di chiedere consigli a qualcuno?
La prima persona a cui faccio leggere le mie bozze è mio marito. Ama leggere, anche se è un terribile scrittore! Ci tengo molto al suo giudizio. Mi fido molto anche di mia madre, che è una persona straordinaria e molto saggia. Chiedo poi consigli alla mia agente, ai miei colleghi e agli amici... noi scrittori siamo un poˊ dei disadattati e a volte abbiamo bisogno di un suggerimento anche su cose semplici.

Sei ottimista per il futuro?
Posso dirti che probabilmente non diventeremo come in Divergent: non ci saranno fazioni e non ci troveremo rinchiusi dentro una città. Però detto questo devo ammettere che sono un poˊ pessimista rispetto al futuro, soprattutto per quel che riguarda la natura umana. Forse ve ne siete accorti dai miei libri! Sono, in effetti, preoccupata perché non riesco a capire dove stiamo andando e non saprei suggerire soluzioni. Spero che non entreremo anche noi in una realtà distopica, anche se la nostra certe volte lo sembra già.


I LIBRI DI VERONICA ROTH


Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER