Intervista a Vincent Spasaro

Vincent Spasaro
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Quando ho letto il suo primo romanzo sono rimasto colpito dalla sua capacità di intrecciare il reale all’onirico, al paranormale, al fantastico. Per questo motivo, quando ho avuto tra le mani la sua seconda opera, sapevo che in qualche modo sarei rimasto piacevolmente spiazzato. Perché la scrittura di Vincent Spasaro ha la capacità di creare quello straniamento che è fondamentale in un romanzo che parla di altri mondi e altre dimensioni. La sua, inoltre, è una scrittura che non conosce confini, che addomestica gli elementi per plasmare una materia unica e magmatica. E allora non mi è rimasto altro che contattarlo per chiedergli un’intervista. Eccola.




C’è chi ti paragona a George R.R. Martin e chi, invece, è scettico su questo accostamento. Tu che ne pensi? Ti senti vicino a questo autore? Ci sono altri autori a cui in qualche modo ti sei ispirato?
Guarda, se oggi pensiamo a un grande autore di fantasy per adulti, il nome di Martin salta fuori sempre. Quando ho scritto Il demone sterminatore, invece, La saga del ghiaccio e del fuoco era quasi sconosciuta in Italia, per cui inserirla fra le influenze è arduo. I lavori che mi vengono in mente come ascendenza primaria del romanzo sono i fantasy planetari di Jack Vance, Frank Herbert, Ursula Le Guin e Dan Simmons o il fantastico anticonvenzionale di Moorcock, Holdstock e Brussolo, oltre al weird anni 30 di Lovecraft, Howard, Smith e i loro epigoni del secondo dopoguerra. Però è chiaro che se la casa editrice mi pubblicizzasse come la risposta italiana a Serge Brussolo, la maggior parte dei lettori direbbe: "Serge chi?".


Da Assedio a Il demone sterminatore: due lavori diversi ma in qualche modo uniti da una sorta di nebbia oscura. Cosa ne pensi?
Alla fin fine scrivo delle mie paure più inconfessabili. In Assedio i fantasmi infestavano una città in guerra mentre ne Il demone sterminatore immagino che qualcuno uccida Dio e lasci il mondo nel lutto più profondo. Mi piacciono molto queste visioni apocalittiche che riverberano profondamente nell'animo umano. La nebbia oscura di cui parli è l'humus da cui nasce tutto, la paura informe che portava i nostri avi a rivolgersi agli dei in cerca di protezione. Credo che questa nebbia oscura sia presente  nell'animo di ogni scrittore horror/fantasy e più in generale in tutti noi, e temo che non mi abbandonerà presto.


Il demone sterminatore
è un romanzo che difficilmente trova una collocazione all’interno di un genere. Tu come lo definiresti?
Dark fantasy può essere un'ottima definizione perché la violenza e la fantasia la fanno da padrone. Ma il mio desiderio era proprio quello di collocarlo di traverso in mezzo ai generi: epica, horror, gotico, fantasy, fantascienza, giallo. Trovo molto eccitante una lettura di questo tipo e quindi scrivo di conseguenza. In definitiva scrivo quel che mi piace e poi spero che il lettore si goda la lettura lasciando le definizioni ai critici.


Si dice che Il demone sterminatore abbia avuto un tempo di gestazione molto lungo. È vero?
In realtà no. L'ho scritto tra il 2001 e il 2002 in quattro mesi e quel che leggete è esattamente ciò che avevo prodotto allora, sfrondato di alcune storie laterali che non erano strettamente necessarie per il cammino della narrazione principale. La vastità per me era parte essenziale della narrazione. A differenza di Assedio, che ha un incedere hard boiled e veloce, Il demone sterminatore vuole essere magniloquente ed epico e descrivere dei mondi con usi e costumi, leggende e storie. Una volta deciso cosa fare, tutto è venuto fuori in maniera molto fluida e divertente. Devo dire che però oggi non avrei quattro mesi da dedicare a un romanzo. Più che di tempo lungo di gestazione parlerei di limbo della pubblicazione: undici anni per vederlo stampato!


Al centro del romanzo c’è il tema del viaggio, della caccia. Un tema che assume diverse sfaccettature...
Il viaggio è uno dei temi fondamentali del fantastico, dall'Odissea in poi. È sempre una metafora della vita, un'acquisizione progressiva di consapevolezza. La caccia apporta in più la tensione esaltante dell'essere inseguitori e quella terribile di essere preda. Preda del fiume, con le sue enormi profondità insondate e i mostri che nasconde nei recessi, ma anche degli altri cacciatori, senza dimenticare che cacciare colui chi ha ucciso Dio crea non pochi problemi e domande. Tutti i protagonisti in un modo o nell'altro arriveranno a fine romanzo molto cambiati.


Il fiume, una caccia infernale ribaltata: nella costruzione de Il demone sterminatore c'è una leggera eco dell'Inferno di Dante?
Probabilmente sì. Non sei il primo che rinviene echi danteschi nel libro, però di sicuro non sono voluti. Solo ripensandoci a freddo mi rendo conto che  probabilmente certe scene riecheggiano alcuni canti dell'Inferno, fatte ovviamente le debite proporzioni, così come credo vi sia anche qualcosa del Silmarillion tolkieniano. Diciamo che sono influenze obbligate laddove si tenta di creare una nuova teologia.


L’ambientazione è molto accurata. A quali luoghi ti sei ispirato per descrivere quello che fondamentalmente è un ‘non-luogo’?
Bellissima domanda, Lorenzo! In effetti in questo libro sono descritti tanti luoghi diversi che non ricordo nemmeno io dove sono andato a ispirarmi. In Sei Vihn di sicuro c'è una diretta filiazione da città come San'a'. Altri luoghi come Cittagriga non mi fanno pensare a niente di conosciuto, forse un incrocio fra Roma e una Londra gotica. Anche il fiume non ha nulla a che vedere con le acque di Farmer, Watson eccetera: è qualcosa di onirico e oscuro, una specie di profondità buia della coscienza. Ho creato un luogo che non ha quasi geografia proprio perché ho passato l'infanzia a studiare ossessivamente le carte geografiche del mondo, sognando nel leggere nomi impronunciabili e desiderando un giorno vagare per quei monti e quelle foreste. Mi piaceva dunque l'idea di aggiungere stavolta nuove dimensioni, vista la ripetitività di certo fantasy dove mappe copia carbone delle precedenti e località improbabili danno il la a medioevi Disney. Non amo le cose ripetitive. L'ho già detto?


La tua è una scrittura camaleontica, che muta di romanzo in romanzo. A questo punto cosa dobbiamo aspettarci dal tuo prossimo lavoro?
Questo tuo complimento è per me il migliore possibile. Mi diverto molto a variare stile e temi e sono contento se il lettore si diverte con me come se fossimo in un luna park. Mi piacerebbe che, aprendo un mio libro, pensasse: "cosa tirerà fuori stavolta Spasaro?" Le variazioni non sono tanto una questione di tecnica: cerco d'immedesimarmi nel personaggio di un romanzo epico e poi uno thriller eccetera. Per questo dai prossimi lavori attendetevi ulteriori mutazioni. Ferma restando quella "nebbia oscura" di cui parlavi prima, vorrei portarvi su lidi sempre differenti.

I libri di Vincent Spasaro

 

 

 
 
 
 
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