Intervista a Vincenzo Stefano Luisi

Vincenzo Stefano Luisi
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Immaginate per un attimo di dovere operare a cuore aperto un bambino venuto alla luce non più di un mese fa. A noi abituati ad avere timore già solo a prendere in braccio un neonato, l’idea di incidere un petto così minuto e fragile mette i brividi. Eppure lui da più di vent’anni si prende cura di ciò che a pieno titolo rappresenta l’emblema della purezza non ancora corrotta. Un cardiochirugo infantile è per definizione uomo coraggioso: se poi consideriamo che quattro-cinque volte l’anno si reca a Gerusalemme per operare i bambini di Gaza, la nostra ammirazione si fa ancor più franca e massiccia. E come diceva un noto presentatore: “Non finisce qui”; all’arte chirurgica si accompagna quella della scrittura, il bisturi si trasforma in penna, il dramma della sofferenza viene sopraffatto dal dramma teatrale, dalla poesia e dal mito.

Nell’introduzione a La capilla pequeña racconti che spesso ti è stato chiesto il perché tanti medici amano scrivere; quanto il tuo lavoro influisce su ciò che scrivi e quanto ciò che scrivi influisce sul tuo lavoro?
Credo che l'influenza del mio lavoro sullo scrivere sia grandissima, a tal punto da affermare che se facessi altro probabilmente non scriverei. Anzi probabilmente non mi sarebbe mai passato per la testa. Vivo con molta preoccupazione il mio lavoro e condivido, non volendo sottrarmi a questo, l'angoscia dei genitori dei bimbi da operare. Mi piace pensare di me che sono più un padre che un chirurgo. Un vostro collega ha scritto di recente centrando bene certe sensazioni: su quel tavolo si gioca una posta molto alta... Certamente anche le emozioni per i successi, talora difficili da cogliere interamente, sono grandissime e rendono il mio lavoro affascinante quanto invece gli insuccessi sono vere deflagrazioni all'interno del mio spirito. Scrivere non è propriamente uno staccare la spina e tuttavia dà un sollievo enorme. Anticipando un po' un'altra domanda, non so quali residui neuroni della testa si mettano al lavoro per farlo; la scienza però lascia il posto ad un altro genere di ricerca o più semplicemente ad una creatività fantastica. Accade per lo più la sera spesso di ritorno a casa. La stanchezza,in questo caso, è di aiuto. L'influenza dello scrivere sul mio lavoro è soprattutto importante nei rapporti con i genitori dei pazienti, con tante persone che lavorano con me e favorisce molto quella parte del mia attività che riguarda la cooperazione internazionale. Credo che proprio attraverso i libri e forse ancor più con il teatro sia stato possibile divenire, da medico di fiducia, vero amico di tante persone. Sono responsabile di un progetto regionale di cooperazione per creare una valida cardiochirurgia pediatrica in Palestina. Questo progetto è tanto difficile da svolgere quanto povero nelle risorse disponibili. Il consenso di molti compagni di lavoro e delle famiglie dei bambini operati è sostanziale alla sopravvivenza del progetto. Tutto questo a sua volta  configura un ruolo più complesso e sicuramente diverso da quello di altri medici.

 


Dai tuoi scritti emerge una chiara volontà di evasione dalla realtà contingente (prendendo come vie preferenziali di fuga quelle del mito, della poesia, dell’evocazione storico-antropologica), tuttavia si percepisce forte la necessità di un controllo “scientifico” su quelli che sono gli aspetti più irrazionali dell’animo umano; deformazione professionale?
Come ho detto, evasione sì, controllo scientifico no, sempre che non si fraintenda l'espressione. Di fatto l'evasione si dirige sempre verso cose a me poco note. I contesti storici, culturali e persino geografici sono per mia scelta a me sconosciuti almeno inizialmente, quando l'idea prende vita. La curiosità è di stimolo. Non sono uno scrittore d'avventure o di viaggi e non sopporto l'idea di scrivere diari o cronache. Se per caso il racconto mi porta in luoghi che ho visitato, li descrivo diversamente dalla loro realtà, ma secondo le sensazioni che mi hanno dato. Così per Santiago di Cuba, così per il primo romanzo I pupi di Stoccolma scritto senza aver mai visto uno spettacolo di Pupi o quella città.Ero affascinato dall'enigma Pupi e dalla gloriosa storia dell'ospedale Karolinska, un tempo vero tempio della cardiochirurgia mondiale. Tuttavia di controllo scientifico si può parlare nel senso di voler visitare aspetti dell'esistenza e cultura generale o specifica che non ho potuto coltivare per gli impegni legati al mio lavoro. Però si tratta sempre di indagare e tentare di  conoscere più che di metodologia o controllo scientifico.

 


Spesso nelle tue pagine si viene a contatto con una dimensione “sacrale” ; quanto la fede influenza i tuoi libri e il tuo essere medico?
Ciò è vero anche per il sacrale. Ho scritto un libro su questo argomento, un vero romanzo del Logos con il Logos protagonista. Il titolo è Il privilegio dell'essere. Roberta Capanni, editrice estrosa e talora un po' folle, ha intenzione di pubblicarlo. Tutto ciò per dire che ho già cercato di darmi delle risposte. Ho una fede "leggera" e affettiva. Di Dio talora ne ho bisogno, non ci credo tantissimo, sicuramente gli voglio un bene sincero. A scrivere quel libro mi sono fatto del male. Mi sono incarnato in un personaggio scomodo facendo emergere cose talora pesanti, certamente non dalla memoria, quanto dalla percezione dell'essere stesso. Quanto al sacrale ha aspetti estetici trascendentali unici nella loro grandiosità e bellezza e nel contempo possibilità terrene molto particolari, come radicarsi nella cultura dei popoli e nella ignoranza della gente. La fede ovviamente è una cosa molto diversa, se non altro per l'intimità di questa.

 


I tuoi drammi hanno ispirato diversi spettacoli teatrali (i cui proventi – ricordiamolo – sono stati interamente devoluti all’associazione Palestine Children’s Relief, per la quale tu collabori attivamente (operando – più volte l’anno – presso l’ospedale caritatevole islamico Makassed di Gerusalemme), sono in previsione rappresentazioni al di fuori del contesto toscano?
Mi piacerebbe, ma non ho tempo e possibilità per farlo. Uno spettacolo ha esigenze organizzative e finanziare non indifferenti. Il teatro è davvero la grande fuga, anche perchè conosci persone, registi ed attori, davvero altra gente rispetto a me e a quella degli ospedali. Loro, gli attori più di tutti, per dirla con Shakespeare "sanno come uscire e come entrare in scena; e nella vita un uomo interpreta molti ruoli". Una rinuncia quindi, ma solo per il momento, una di quelle cose, il teatro appunto, che riprenderò a fare da grande, quando avrò tempo.

 


Ci puoi aggiornare sulla situazione dei bambini di Gaza? (il dato che citi ne La capilla pequeña è allarmante: 700 operazioni cardiache l’anno su una popolazione di un milione e mezzo di abitanti, quasi sette volte di più di quelle che vengono normalmente effettuate in Toscana, dove la popolazione è di quattro milioni di abitanti). Ci sono dei miglioramenti? La comunità internazionale fa abbastanza da questo punto di vista?
Gaza è un allevamento di bambini malati. La percentuale di neonati con cardiopatie e altre malattie congenite è elevatissima. Ci sono parecchie cause che contribuiscono a tutto ciò. I famosi muri, i checkpoints, l'isolamento dei villaggi, l'impossibilità di trovare casa e permesso di residenza in altre città e quindi crearsi una famiglia altrove, i coprifuoco e quant'altro favoriscono i matrimoni fra consanguinei. Ma soprattutto è importante lo sviluppo di malattie acquisite in utero. Mi spiego meglio: spesso il prodotto del concepimento è perfetto dal punto di vista genetico, poi però interviene qualcosa che fa ammalare l'embrione. La fame con carenza di fattori nutrizionali essenziali nelle madri gravide è veramente esiziale, con frammenti di DNA che si perdono o si alterano ad ogni divisione cellulare, perchè l'organismo materno non ha queste sostanze da apportare al bambino che nascerà. Non avviene solo a Gaza, ma lì è più evidente e grave che altrove. Mura su terraferma e embargo navale di fronte alla costa producono un lento sterminio di quel popolo che a sua volta cerca di difendersi incrementando la natalità. Un modo tutto palestinese di fare resistenza. Ci sono altri fattori: recenti osservazioni, ben note anche agli uffici della cooperazione italiana a Gerusalemme, mostrano livelli elevati di metalli pesanti nei capelli dei bambini di Gaza. Insomma l'inquinamento da rifiuti tossici e il grande ammassamento di gente fa sì che agenti microbici, virali e altri fattori teratogeni uccidano il bimbo prima della nascita o comunque ne determino deformità o malattie gravi. Per motivazioni politiche la comunità internazionale fa veramente poco a livello politico. I bombardamenti della gabbia di Gaza, intendo dire un territorio da cui non si scappa per via dei muri, ha prodotto 1600 morti quasi tutti giovani e bambini. Ricordo che l'età media della popolazione di Gaza è di 16 anni. Nello stesso tempo non è arrivato nessun aiuto di quelli tantissimi inviati e tutti bloccati senza nessuna reazione da parte dei paesi occidentali. La stessa cooperazione sanitaria internazionale è modesta e spesso sbagliata .Per operare 106 bambini palestinesi ho ricevuto fino ad ora 34 mila euro dalla Regione Toscana. Quest'anno il budget che ho ottenuto è stato ridotto a 30 mila euro. Per dare una idea, il costo per effettuare un singolo intervento di cardiochirurgia pediatrica nel mio ospedale a Massa è di 22.500 euro. In teoria avrei potuto operare poco più di un paziente. A fronte di questa penuria la Regione Toscana, Emilia, Marche e Veneto assieme al Ministero degli Esteri Italiano inviano annualmente parecchi milioni di Euro al centro Israeliano Simon Peres per operare bambini palestinesi. Questo denaro consente alle autorità Israeliane di tenere aperti 5 ospedali di cardiochirurgia che altrimenti sarebbero inutilizzati (l'utenza israeliana non arriva a 200 casi all'anno, numero sufficiente a malapena per un singolo centro). Sono proprio i bambini dell'allevamento di Gaza le vittime di questa storia tremenda, assieme ad una cooperazione internazionale ipocrita e consenziente a mantenere in vita questo business e aperti parecchi ospedali israeliani. L'autorità palestinese vera, ovvero il ministero della salute, è ovviamente tenuto lontano da questa storia, sostituito da associazioni fasulle sotto il controllo israeliano. Assieme ad un chirurgo del Royal Brompton di Londra, ad uno del Green Lane di Aukland ed altri dal Texas Heart Institute di S.Antonio USA etc. abbiamo creato e sosteniamo un reparto di cardiochirurgia palestinese a Gerusalemme. Abbiamo dato un ottimo training chirurgico a Vivian Bader, trentatreenne di Hebron, unica cardiochirurga pediatrica palestinese. Vivian non vede la madre da anni per paura di non poter avere il permesso di rientrare a Gerusalemme e quindi in ospedale. Siamo quindi nell'ambito dei principi di una cooperazione corretta. Credo che aver creato una valida cardiochirurgia palestinese abbia una valenza non solo sanitaria, ma anche politica enorme. Un valido sistema sanitario, come del resto l'istruzione, il sistema giuridico ed altro ancora è infatti un mattone essenziale perchè si possa arrivare alla creazione di uno stato vero pur nella latitanza della comunità internazionale.

I libri di Vincenzo Stefano Luisi

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