Intervista a Virginia Virilli

Virginia Virilli
Articolo di: 

Sorriso schietto, occhi scuri, sguardo vispo, segni particolari: artista. Virginia Virilli già attrice e autrice teatrale – segnalata nel 2008 come nuova attrice under 30 al Premio Ubu, il maggiore riconoscimento italiano per interpreti – ha voluto cimentarsi ora anche con parola scritta grazie ad una storia indigesta e disarmante fatta di malattia, di morte ma anche di nascita e vita. Le abbiamo fatto qualche domanda.




Ci racconti quale molla ti ha spinta dal palcoscenico alla stesura di un romanzo?
Be', quello che mi andava di provare era soprattutto il gusto di concentrarsi sulla realizzazione di un'opera per qualche mese, covarla furiosamente e poi ritrovarsi fra le mani un oggetto. E come sospettavo ora questo oggetto  vive e viaggia a prescindere dalla mia presenza e dalla mia concentrazione.


Come nasce Le ossa del Gabibbo? Cosa ti ha spinto a scrivere una storia su una malattia tanto devastante?
In realtà io pensavo che il mio primo libro sarebbe stata una raccolta di racconti, mai avrei pensato di scrivere un romanzo. I romanzi anche solo a leggerli mi sono sempre sembrati progetti immensi, quasi incontenibili, la durata di un racconto breve invece la sentivo calzarmi in testa a perfezione. Quando però un giorno Alberto Rollo (direttore letterario Feltrinelli), in uno dei nostri incontri, mi ha chiesto se avessi una "storia", io istintivamente ho pensato subito alle dinamiche  fra  me e Picozzi e mentre le raccontavo, anche grazie alle reazioni mimiche di Rollo, sentivo che potevano essere un buon soggetto. Picozzi è la malata più anomala che abbia mai conosciuto.


Quanto è stato complicato in fase di scrittura non scivolare in una facile retorica o peggio nel pietismo?
Sono stata fortunata perché  fin da piccola mi è stato suggerito  di allontanare qualsiasi forma di pietismo e di compassione e di debolezza. Era una caratteristica di mio padre soprattutto, in alcuni momenti anche difficile da sostenere. Non c'era un momento in cui lui, quando era presente, mi permettesse di crogiolarmi nell' autocommiserazione, nemmeno quando da piccola mi ferivo,  oppure avevo una brutta influenza; vedevo che tornava la sera, dopo il lavoro,  mi guardava buttata lì nel letto, tutta abbacchiata dalla febbre, e non era contento: mi avrebbe voluta sempre sana e attiva. Così io per ovviare a questa mancanza di compassione avevo preso l'abitudine ogni tanto di chiudermi in bagno e di commuovermi guardando l'immagine triste di me stessa riflessa nello specchio.

 
Cosa devono insegnare un personaggio come Picozzi e sua figlia?
Non credo che il punto sia l'insegnamento quanto il riconoscimento. I personaggi per me più significativi sono quelli che quando li ho letti ho detto "Lo vedi? ho sempre sentito che potessero esistere queste sfumature in un essere umano, le avevo sentite aleggiare dentro di me e anche dentro certe persone che ho incontrato, ma ancora non le avevo mai ricostruite lucidamente a parole".

 
Nel romanzo, oltre a quello della malattia, affronti anche il tema dell'omosessualità. Che provincia (e Italia) si nascondono nelle pieghe del tuo romanzo?
Non me la sento di dire che nel romanzo affronto il tema dell'omosessualità. Al limite testimonio uno dei tanti tipi di reazione che un adolescente poteva avere  alle prime avvisaglie di un proprio diverso orientamento sessuale. Sono cresciuta negli anni '80/'90 in una provincia umbra (Spoleto) e devo dire che ho sempre visto affrontare la questione dell'omosessualità con leggerezza ma mai con vero e proprio astio. Non so, forse è ancora peggio, voi direte. Fatto sta che i cosìddetti "froci" nostrani erano sotto sotto derisi ma anche abbastanza integrati, un po' fenomeno da baraccone, un po' confidenti e un po' anche amuleti portafortuna. E la parola che nei discorsi ricorreva più spesso era "normalità".

 
A proposito di sclerosi. Cosa pensi del metodo Zamboni e delle dichiarazioni di Nicoletta Mantovani sulla sua guarigione?
Penso che la malattia è un fatto altamente personale oltre che complesso. Nella sclerosi multipla soprattutto è difficile trovare un caso simile ad un altro in quanto a decorso e orchestrazione dei sintomi: ognuno dovrebbe essere libero, se vuole, di tentarle tutte. L'istinto è spesso questo e ritengo che sia comprensibile. Da quello che ho visto, la vita di un malato di una malattia incurabile è fatta di continui tentativi, di scambio di pareri, di opinioni, continue auscultazioni ed anche di varie frustrazioni, visto che non sempre è semplice descrivere ciò che si sente. Ci sono persone estremamente sensibili che sentono dei malfunzionamenti del proprio corpo estremamente lievi, riescono a percepire segnali così flebili che a fatica riescono a farsi prendere sul serio dai medici. Le scoperte rivoluzionarie o parziali di Zamboni, le dichiarazioni di nicoletta mantovani ben vengano, fanno parte del caos  della messa a fuoco, l'importante è che questo enorme e bollente caos dentro cui i malati lottano sia un caos reale e non tenuto in vita solo per l'interesse di qualcuno.


Pensi in futuro di tornare al tuo primo amore o pensi oramai di poter percorrere le due strade (letteraria e teatrale) in parallelo?
L'esperienza del libro è stata fino a qui molto ma molto piacevole e positiva, spero quindi da questo momento di poter percorrere le due strade parallelamente.

I libri di Virginia Virilli

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER