Intervista a Virgjil Muçi

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Vincitore del Premio Kadare 2018, il prestigioso riconoscimento conferito ogni anno a un’opera letteraria albanese, scrittore, traduttore e critico letterario, Virgjil Muçi, classe 1956, nasce a Tirana e conosce un’Albania sofferente tanto quanto combattiva, una drammatica realtà che porta nelle sue opere, se pur con ammirabile ironia. Raggiungo Virgjil telefonicamente, avendo così modo di conoscere uno scrittore dalle potenti emozioni.




Cosa vuol dire essere scrittore in Albania oggi?
Forse sarebbe stato meglio parlare del ruolo dello scrittore nell’Albania di ieri, nella nazione di Hoxha, una persona al servizio del partito, un puro propagandista, un uomo apprezzato dal regime, ma al contempo tenuto d’occhio dallo stesso, affinché non agisse contro la politica governativa dell’epoca. Ecco in quel periodo il ruolo della scrittura era ben diverso e molto più complesso. Cosa vuol dire essere scrittore oggi in Albania? Francamente non so rispondere a questa domanda, anche perché non mi piacerebbe dire cose scontate, come spesso se ne leggono o se ne sentono. Qualcuno identifica lo scrittore con la coscienza della Nazione. Io non credo sia così: in questo periodo storico albanese, un autore può essere identificato con una persona che cerca di fare del proprio meglio e di dare il massimo di sé attraverso la scrittura. Non è da sottovalutare il fatto che si viva in un tempo in cui la voce di chi scrive non si sente e non si accoglie più come la voce di un profeta. Lo scrittore cerca di narrare delle verità e la scrittura ha questa facoltà: essa può raccontare e parlare di concretezza attraverso la penna degli autori, può sottolineare e far emergere quelle realtà di cui non sono in grado di parlare né i politici, né i mass-media che troppo spesso non sono apolitici come dovrebbero. Penso che la voce di uno scrittore, quello che esprime attraverso i suoi scritti, sia in grado di penetrare nella profondità della società o meglio ancora nell’intimità di quei fenomeni sociali che la caratterizzano, cercando di spiegarli al meglio. Mi viene in mente a tal proposito un’affermazione magistrale di Anton Čechov, secondo la quale il compito di un narratore letterario, non è quello di trovare la soluzione ai mali sociali, ma di far emergere, nella maniera più veritiera e più corretta possibile i problemi che affliggono la società. Non so francamente se oggi noi autori siamo in grado di scrivere di queste problematiche nella maniera in cui intendeva Čechov: in tal senso il lettore ci dà un valido aiuto con il suo giudizio e il suo pensiero. Bisogna ammettere che non è facile oggi per lo scrittore arrivare fino al lettore: non bisogna mai dimenticare che quello dell’editoria è un mondo legato al mercato economico e l’editore fa fondamentalmente da tramite tra l’autore e il lettore stesso. La realtà editoriale è fatta di concorrenza, spesso grande e spietata e questo rende le cose più difficili a un piccolo scrittore di un piccolo Paese. Non è semplice affatto far sentire la propria voce in una realtà così ampia. Anche in Albania, come in tutte le altre Nazioni, gli autori più letti e di cui si parla di più sono i contemporanei americani, francesi, inglesi o italiani. Gli scrittori albanesi, piuttosto che quelli dei Paesi limitrofi si sentono piccoli e in netta minoranza rispetto a questa grossa fetta di autori internazionali.

Hai parlato delle difficoltà di mantenere un contatto con il lettore. Come fai, quindi, ad arrivare a chi legge?
Non è importante solo arrivare al lettore, ma è fondamentale mantenere il contatto con lo stesso, per fargli capire e far capire alla società che “io sono qua e che sono vivo”. Mi sono accorto che tanti scrittori oggi collaborano con quotidiani, forse per avere maggiore visibilità. Io non dimentico di essere tra i più fortunati: il mio romanzo ha vinto un prestigioso premio letterario e ha conosciuto la pubblicazione in diversi Paesi esteri. Ecco questo è sicuramente un modo per mantenere il contatto con il lettore ed esserci.

Nel tuo La piramide degli spiriti usi la satira per narrare di una realtà decisamente preoccupante. Perché questa scelta di stile?
Ho deciso di guardare alla realtà con ironia, perché trovo che la satira risponda bene al cinismo della società e che costituisca un mezzo prezioso e corposo per affrontare le tematiche sociali. Il mio romanzo richiama in qualche modo Le anime morte di Gogol’, un libro che racconta con sarcasmo le sventure di un truffatore di provincia della Russia imperiale del 1820. In realtà Gogol’ ha scritto un romanzo di potente denuncia sociale, che disegna il quadro di una Russia disordinata, sconnessa e cieca. La piramide degli spiriti è un racconto senza eroi, anzi, parlerei della presenza di anti-eroi. Il protagonista è Mark Mara, un manager americano che, per sua colpa va in carcere cadendo così in disgrazia. Decide pertanto di tornare in Albania, nella terra dei suoi genitori. Il viaggio che Mark affronta non è solo fisico, ma anche spirituale e può essere identificato nel suo passaggio dall’inferno, al purgatorio al paradiso. Mark Mara torna al suo Paese d’origine con lo spirito del figliol prodigo che vuole ritrovare la perduta innocenza, pensando di tornare in un posto ancora immerso nella sua povertà e lontano dalla negatività consumistica. La realtà che, però, si ritrova a dover affrontare è completamente differente dalle sue aspettative: quello che era il suo mondo pulito e innocente, adesso è nella morsa di una società corrotta, in cui le piramidi finanziarie la fanno da padrone. Ed è proprio qui che Mark decide di creare la sua piramide finanziaria, dimenticando la voglia di riscatto e di ritrovare la giusta via. Ho voluto raccontare con ironia di una realtà che in sé ha più fantasia dell’autore stesso, di una storia che è quella albanese degli ultimi trent’anni e forse la parte più ironica o comunque affrontata con maggiore “comicità” è proprio quella del periodo di transizione.

Come nasce il personaggio di Mark Mara e quanto ha di autobiografico?
Tutto quello che un autore scrive è autobiografico, anche se in realtà Mark Mara non ha a che fare con me o con qualcuno di vicino a me. Mi spiego meglio. La nostra Terra ha dato i natali a personaggi come Madre Teresa di Calcutta, la cui vita improntata sul bene è nota a tutti, ma è stata la culla anche di personaggi conosciuti a Wall Street per le loro speculazioni finanziarie. Una delle figure del mio libro si chiede proprio come mai un unico Paese e un’unica cultura sia capace di generare personaggi così differenti tra loro. Ecco io non posso affermare che Mark Mara sia un personaggio autobiografico, ma sicuramente rispecchia una buona parte di storia mia e del Paese, che in qualche modo vive ancora nel periodo di transizione. Come accennavo prima, il viaggio del protagonista, che è un po’ il viaggio della nazione, assume connotazioni bibliche: la fuga dall’inferno, cioè dal comunismo, l’approdo a quella che è la via di mezzo, cioè il purgatorio e lo sforzo immane che l’Albania sta facendo per raggiungere il paradiso.

Hai scritto di fiabe e racconti fantastici: credi che la fantasia apra sempre le porte della realtà?
Bowles diceva che noi non siamo in grado di dire se l’Universo è realistico o fantastico. Il mio approccio alle fiabe in realtà, non è stato altro che un avvicinarmi alla letteratura. Il mio primo libro, effettivamente è stato un libro di racconti fantastici e contiene quelle che venivano definite “le nuove fiabe”, quasi un prodotto di laboratorio, adattato al nuovo uomo. Dalla nuova fiaba era stato eliminato tutto quello che di magico c’è nelle favole, rendendola assolutamente reale, di una realtà strana e povera. Possiedo ancora una copia di quel libro e quando lo prendo per leggerne qualche passo divento triste, perché lo vivo male, come se fosse una mia passione o un mio amore distrutto durante il periodo adolescenziale. Tornando a quegli anni, ho poi, nel tempo naturalmente, scoperto altri libri che narravano di fiabe avvicinandosi a quelle dei fratelli Grimm per esempio e allora ho deciso di scrivere favole su quello stile, storie colme di magia, ma non trovavo la giusta chiave per poterle redigere. Un giorno è arrivata l’illuminazione: ho scoperto un libro di Italo Calvino, Fiabe italiane, e solo leggendo la prefazione, già solo attraverso quelle parole, ho trovato la chiave che mi serviva per iniziare a scrivere le fiabe che volevo. Per me Calvino è stato come Virgilio per Dante, una guida fondamentale e importantissima. Così nel 1996 ho pubblicato il primo volume delle Fiabe albanesi e nel 2005 ho dato alle stampe il secondo volume. Finalmente ho pubblicato storie che fanno entrare il lettore in un circolo magico e non più racconti che non assomigliano minimamente alle fiabe. Ho anche scritto un libro di cento novelle che probabilmente, su invito del mio editore, sarà pubblicato anche in italiano. Il circolo magico si sarebbe dovuto chiudere con quest’ultima pubblicazione, ma leggendo di racconti fantastici, mi è venuto in mente di scrivere una storia fantasy-horror che si intitola Il giardino delle rose senza profumo e così continua la saga delle fiabe e dei racconti popolari. A questo punto mi viene da pronunciare una frase dantesca “Lasciate ogni speranza o voi che entrate”, perché non so se mai mi libererò dalla voglia di scrivere di fantasia e se vorrò mai uscire dall’incantevole mondo delle favole. È una realtà straordinaria.

Se avessi una sfera magica, quale futuro ti piacerebbe vedere per la tua Albania?
A cavallo tra il 1990 e il 1991 la protesta studentesca si è fatta forte e compatta contro il regime dittatoriale e soprattutto è stata l’espressione dell’intero popolo albanese. Lo slogan adottato durante quella sorta di rivoluzione era molto significativo e recitava parole molto forti e attuali “Vogliamo l’Albania come il resto d’Europa”. Più che la sfera magica, mi piacerebbe avere una lampada e chiedere al genio tre desideri racchiusi in uno: l’Albania in Europa. Sì vorrei vedere il mio Paese far parte dell’Unione Europea. Ritengo sia un traguardo importante da raggiungere, non solo per l’Albania stessa, ma per tutti i Paesi che fanno parte dei Balcani occidentali. Oggi in Italia esiste un gruppo di scrittori albanesi, giovani che vivono nelle città italiane, ma nonostante tutto non si sentono autori europei. Non far parte dell’Europa, significa non far parte di una famiglia. Un giorno un collega mi ha chiesto il motivo per cui gli albanesi, tanti tra loro, hanno questa voglia di entrare in Europa. Gli ho chiesto di pensare a un mondo senza il Vecchio Continente: quale futuro avrebbero avuto tutti quei Paesi che oggi la formano? Nessuno! Avrebbero conosciuto fame, guerre, dominio. Presente e passato fanno indiscutibilmente parte del domani e da questo non si prescinde. Il futuro non può esistere senza contenere il passato.

Cosa legge Virgjil Muçi?
In questo momento sto leggendo un libro molto interessante dello storico israeliano Yuval Noah Harari, che aiuta a comprendere meglio il mondo di domani, che lui cerca di spiegare nel migliore dei modi. Edipo re di Sofocle è tra le mie letture preferite e sicuramente mi ha ispirato tantissimo e mi ha spronato a narrare di ciò che accade nei Balcani. Rileggo sempre molto volentieri Kafka e ammetto di leggere poco di letteratura albanese, se non le cose più significative, perché penso che gli autori della mia terra debbano aprirsi di più al mondo.



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