Intervista a Xabi Molia

Xabi Molia
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Arrendetevi, siete circondati. Si fa martellante l'assedio alle cittadelle fortificate dello snobismo intellettuale, del disprezzo verso la narrativa di genere. Anche le ultime roccaforti hanno i giorni contati, lo dimostra l'assalto al cielo di Xavi Molia, giovane romanziere e cineasta francese, che osa l'inosabile: ibridare le atmosfere della nouvelle vague cinematografica e del nouveau roman - forse la massima antitesi alla cultura pop - con topoi del romanzo apocalittico e, udite udite!, storie di zombie. Un'operazione a dir poco ardita ma molto affascinante, che non poteva non esaltarci. Abbiamo quindi contattato Xabi via mail e grazie alla preziosa collaborazione dello staff de L'orma editrice abbiamo potuto porgli qualche domanda.




In Prima di scomparire sembri puntare al cuore del romanzo esistenziale utilizzando però le atmosfere dei romanzi di genere. Perché la cultura pop è così mal vista dalle élite intellettuali?
È una domanda difficile, che potrebbe condurre a risposte lunghe e moleste. In poche parole, direi che le élite intellettuali, in Francia ma probabilmente anche altrove in Europa, stanno invecchiando trovandosi talvolta ancora chiuse in una concezione della cultura che legittima soltanto le forme d’arte consacrate dalla tradizione. C’è chi ancora oggi parla del jazz come dell’ultima forma di avanguardia musicale! Altri, più avvertiti, fanno finta di interessarsi al rap o ai reality televisivi, ma appena possono tentano di infilare una citazione di Bataille o un riferimento a Guy Debord. La cultura popolare sembra loro frequentabile soltanto a patto di insegnarle in qualche modo le buone maniere. Come molti altri artisti della mia generazione, sono cresciuto davanti alle serie televisive, leggendo fumetti, commuovendomi nell’ascoltare i Dire Straits o i Supertramp… Il mio rapporto con il pop è dunque viscerale e immediato, fa parte della mia stessa costituzione, e non posso fare altro che raccontare storie a partire da questa esperienza originale del racconto e dell’intrattenimento, magari anche solo per maltrattarla in qualche modo o per allontanarmene. Stephen King e Kevin Costner sono entrati nella mia vita ben prima di Kafka, Perec o Coppola. Preferisco il secondo gruppo, ma ciò non vuol dire che non ami ancora il primo.


I richiami alla storia e alla cultura francese disseminati nel tuo romanzo sono un po' difficili da comprendere per il pubblico straniero: che immagine dell'identità nazionale francese volevi trasmettere?
Volevo scrivere un romanzo sul senso di colpa, tanto individuale quanto collettivo. Spesso ho vergogna del mio Paese. Il nostro rapporto con alcuni errori commessi dai nostri padri è particolarmente oppressivo. Ad esempio, non è ancora stato fatto un autentico lavoro di memoria collettiva sui fatti relativi al collaborazionismo di Vichy, o anche sulla Guerra d’Algeria. Gli sforzi della giustizia sono stati intralciati con l’assenso di tutti. Credo che la Francia odierna soffra per via della sua coscienza sporca, come un vecchio criminale ossessionato dalle sue malefatte. I francesi si pavoneggiano, ma la verità è che non riescono a guardarsi allo specchio. E quando si raggiunge questo livello di disamore, ecco che allora si invoca un Sarkozy, lo si elegge, e poi, come sta succedendo oggi, lo si rimpiange a gran voce. Sarkozy è il sintomo del nostro malessere. Ho la sensazione che l’origine di molti dei mali che colpiscono la società francese (l’ascesa dell’estrema destra, la ricerca di capri espiatori, la compartimentazione delle comunità ecc.) sia proprio in questo disprezzo di noi stessi nel quale viviamo.

 
Che tipo di uomo è Antoine Kaplan?
Antoine Kaplan è un uomo comune che si trova tirato dentro una storia che non è comune affatto. Confrontato all’improvvisa scomparsa della moglie, è consapevole del fatto che la sua ricerca per scoprire se Hélène sia viva o morta ha come reale obiettivo quello di ritrovare ciò a cui lui è più legato, la sua “tranquillità d’animo”. Recentemente mi sono accorto che, nello scrivere i miei romanzi, sono spesso partito da questo progetto contradditorio: raccontare le avventure di personaggi fondamentalmente reticenti o inadatti all’idea stessa dell’avventura. Forse perché questa tensione è parte costitutiva di qualcosa di essenziale nelle nostre identità; ci vedo come uomini combattuti tra l’aspirazione all’eroismo o alla grandezza e la ricerca, impossibile da soddisfare, della più assoluta normalità.


Perché hai immaginato una pandemia proprio a trasmissione sessuale? C'è qualcosa di simbolico in questo?
Scrivendo Prima di scomparire non pensavo nello specifico all’AIDS, anche se come tutti coloro che sono stati bambini negli anni Ottanta sono cresciuto nella sua ombra. Semplicemente, mi sembrava che un’epidemia a trasmissione sessuale avrebbe portato quasi necessariamente a parlare della paura dell’altro e della sua intimità, un tema che potevo approcciare in tutta la sua insita complessità. Poiché se è vero che è uso comune combattere contro questa paura, è anche vero che ci si interroga più di rado sugli elementi razionali di questa stessa paura. Una razionalità tanto più disturbante quanto più diventa giustificata da un imperativo comprensibile come quello di perpetuare la propria specie.

 
Sei un fan dei film di zombie e apocalittici in generale?
Non sono propriamente un fan degli zombie, anche se ho l’impressione di esserci cresciuto assieme! Negli anni Ottanta c’erano zombie dappertutto, nelle serie televisive, certo, ma anche sullo scenario politico, nelle trasmissioni di intrattenimento o nelle strade troppo tranquille della mia piccola città di provincia. Ogni giorno era Il giorno dei morti viventi. In compenso sono stato molto segnato dalle fiction apocalittiche. Ho consacrato la mia tesi di dottorato ai film catastrofisti americani. Volevo indagare le ragioni per le quali ci procura tanto piacere assistere allo spettacolo della distruzione, anche se dopo cinque anni di ricerche mi sono trovato al punto di non avere ancora una risposta. Nel frattempo, però, mi sono visto un sacco di film sul tema…


Avendo il budget, ti piacerebbe fare un film di Prima di scomparire? Chi vorresti per i ruoli di Antoine e Hélène?
Si può sempre cambiare idea, ma credo che non proverò mai a fare una trasposizione cinematografica di uno dei mie libri. Da adolescente disegnavo moltissimo, facevo teatro, immaginavo architetture urbane… insomma, mi interessavano tutte le pratiche artistiche. Credo di essere approdato al romanzo perché permette di trattare aspetti della vita umana che le altre arti non riescono ad abbordare con la stessa potenza o lo stesso grado di sottigliezza. Per questo motivo ho tendenza a credere che i libri realmente buoni siano inadattabili per il grande schermo. O altrimenti si deve fare come Hitchcock: li si legge una volta sola, se ne trattiene la trama generale (del tipo: “È la storia di K., un tale che ha dei problemi con la giustizia…”) e poi si fa tutt’altro. Tuttavia la tua domanda mi induce a una confidenza: quando comincio a scrivere un romanzo, per afferrare l’essenza dei personaggi, che sulle prime sono quanto mai sfuggenti, rivolgo il pensiero a sembianze di persone reali. Questo mi permette, almeno temporaneamente, di apporre un viso su una creatura altrimenti evanescente. In qualche cartella del mio computer, sotto il nome di Antoine Kaplan c’era quindi un’immagine, ed era una foto di George Clooney. Posso dire di aver fatto scivolare nella sua testa, in qualche modo, un’anima un po’ meno glamour.

I libri di Xabi Molia

 

 

 

 
 
 
 
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