Intervista a Yasmine Ghata

Yasmine Ghata
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“Bella e impossibile, cogli occhi neri (o erano forse nocciola?) e il suo sapor mediorientale ”, Yasmine mi viene incontro sorridendo e con la mano tesa nel corridoio affollato di una fiera romana dell'editoria. Hai voglia a cercare un angolino tranquillo per discettare di poesia, rapporto madre-figlia, calligrafia islamica: il flusso caciarone e colorato dei visitatori rende la nostra chiacchierata poco meditativa. Poco Franco Battiato e molto Renato Zero da queste parti, Yasmine - pardonne-leur, car ils ne savent ce qu’ils font, o forse sì. Ma il tuo sorriso e la tua gentilezza scaldavano lo stesso il cuore.
Quanto c'è di autobiografico ne La bambina che imparò a non parlare e quanto no?
La maggior parte degli eventi e delle emozioni li ho vissuti veramente, ma non c'è un'aderenza cronologica vera e propria tra il romanzo e la mia vita. Si tratta piuttosto di ricordi non fermati nel tempo, ricordi che definirei 'dinamici'.

 

Quanto è diverso il tuo approccio alla scrittura da quello di tua madre – o almeno della madre descritta nel romanzo?
Mia madre era molto più barocca, descriveva personaggi liberi e storie di ampio respiro, mentre i miei sono personaggi che vivono piccole cose, senza quella grandeur. Sono persone contemplative, che osservano, i suoi più dinamici e padroni del loro destino. Da piccola mi incolpavo della sua sofferenza

 

C'è stato anche per te come per la piccola protagonista un odio per i libri e la poesia da superare? E come si scopre la bellezza in una cosa che quando sei piccola crea distanza tra te, tua madre e tuo padre?
Odiavo i libri perché tutta la mia casa, tutta la mia famiglia erano un libro. È stato solo nel momento in cui mi sono liberata catarticamente della figura di mia madre con la crisi dell'adolescenza che ho imparato ad amare i libri, che ho scoperto la loro bellezza.

 

Hai radici tra Turchia, Libano e Francia, ma quale cultura senti più tua, a quale luogo dell'anima senti di appartenere?
All'Islam. Ma non certo dal punto di vista dei dogmi religiosi, piuttosto dal punto di vista estetico, artistico. Dal punto di vista dell'arabesque.

 

Ci racconti come sei arrivata al tuo memorabile esordio letterario, La notte dei calligrafi, il fascinoso romanzo che racconta la vita di tua nonna Rikkat Kunt?
Non ho mai conosciuto mia nonna, né nessuno mi aveva raccontato la sua storia. Ho scoperto che era una calligrafa per caso, visitando una mostra al Louvre: lì ho trovato un testo decorato da lei, e la fortissima emozione che ho provato in quel momento è stata il punto di partenza della mia scrittura.

 

Il fatto di pescare dalla tua genealogia, dalla tua famiglia per l'ispirazione letteraria rappresenta una ricchezza oppure un limite?
La mia famiglia e la sua avventurosa biografia mi hanno aiutato moltissimo a inventarmi una scrittura, da sola non avrei avuto abbastanza 'patrimonio immaginativo'. E i familiari dei tempi passati mi interessano proprio in quanto antenati: cerco la memoria, non la presenza dei viventi.

 

Dopo aver letto libri su tua nonna (La notte dei calligrafi), tuo padre (Le târ de mon père) e tua madre (La bambina che imparò a non parlare) cosa dobbiamo aspettarci? E cosa succederà quando esaurirai i parenti?
Ah ah! La famiglia come fonte delle mie storie è finita, non tornerà più.  La bambina che imparò a non parlare è stato un libro che mi ha svuotato, e ora ho voglia di riempirmi di cose nuove.

I libri di Yasmine Ghata

 

 
 
 
 
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