That’s (im)possible

That’s (im)possible
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Sofia dà l’impressione a chi la osserva di saper comprendere l’infinito molto di chiunque altro. Da quando esiste That’s passa sempre più tempo stesa nel letto, anche quindici giorni di fila, alzandosi solo per andare in bagno. Questa è la sua reazione. Ognuno del resto ha la sua, in questa follia. Non mangia quasi mai, beve molta acqua, qualche succo di frutta. La comunicazione con lei si è fatta difficile: non parla, non emette suono, non gesticola. Non comunica. Non vuole comunicare. Non ha nulla da trasmettere. A parte qualcosa, ogni tanto, con gli occhi. Rabbia, paura, felicità. Quest’ultima molto di rado. La sua mente è pura, forgiata sui sentimenti elementari, incondizionata dalle cose del mondo, dalle azioni, dalle aspettative, dalle convenzioni, dalle equazioni, dalle parole, dai discorsi, dalle immagini, dalle suggestioni, dalle teorie sull’universo, sull’infinitamente piccolo, sull’infinitamente grande, sul nastro di Moebius, la superficie non orientabile e rigata per cui esiste un solo lato e un solo bordo e quindi, dopo aver percorso un giro, ci si trova dalla parte opposta, tornando sul lato iniziale solo dopo averne percorsi due, e quindi determinando il fatto che si possa passare da una superficie a quella "dietro" senza attraversare il nastro, senza saltare il bordo, ma semplicemente camminando a lungo. Però la sua silenziosa immobilità dà l’idea che lei sappia guardare già oltre il guardabile...

Cristò, giovane ma già affermato autore barese che padroneggia in maniera davvero impeccabile le caleidoscopiche possibilità che gli regala la letteratura (tanto da aver dato alle stampe qualche anno fa anche un romanzo dalle atmosfere distopiche, a testimonianza di come non si senta ancorato a un genere ma che ami viceversa variare) attraverso un lessico mai difficile ma nemmeno scontato, ricco, dettagliato e cesellato con eleganza e abilità, rappresenta una storia che ha una spiccata connotazione filosofica, allegorica e satirica della limitata condizione umana e delle ossessioni del nostro tempo fondato molto più sull’apparenza e sullo strapotere mediatico reificante e spersonalizzante, nonostante vellichi la schiavitù dell’individualismo, che non sulla sostanza. Tutti noi infatti, chi più chi meno, chi con maggiore chi con minore frequenza, sogniamo la scorciatoia. Ci impegniamo tanto nella nostra vita affinché sia la migliore possibile, ma quando vediamo che c’è chi ottiene tutto senza sforzo né merito è naturale provare più che invidia rabbia e sconforto. E allora perché non giocare alla lotteria? Non si vince, ma se si vince... That’s, poi, sembra davvero facile: vince chi pensa il numero più grande di tutti. E così siamo alla febbre dell’oro, narrata col classico espediente del manoscritto ritrovato e con una polifonia pluristratificata di voci – un coro in cui ci si alterna, un po’, giusto per fare un esempio, come nella stesura del romanzo di Liane Moriarty Big little lies – molto interessante, in cui ognuno mostra le opinioni e le reazioni, proprie e/o altrui, diversissime e persino folli, di fronte alla possibilità di aggiudicarsi l’immenso jackpot, e inquietante. Sì, perché il problema è che i numeri sono infiniti. Si può sempre fare “più uno”. Dunque come si fa a trionfare? Si tratta di una truffa? O di qualche altra cosa?



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