“È l’Europa che ce lo chiede!” Falso!

Un dogma si aggira per l’Europa. È il dogma dell’intangibilità del profitto, entità sacra sopra ogni altra. Alla luce di questo dogma si spiegano le misure adottate dai governi italiani in seguito alla crisi economica nata nel 2007 e non conclusa: i suoi artigli, infatti, incidono ancora a fondo nella carne della maggior parte degli italiani. Ma andiamo per ordine. Gli argomenti sviluppati nel libro sono i seguenti: fine della religione bipolare (ora si deve  “lavorare tutti insieme”); nascita dell’idea di “partito della nazione”, risultato anche dell’impallidire delle differenze significative tra destra e sinistra (fatta eccezione, nota argutamente l’autore, per il diverso modo “di impiegare il tempo libero e soprattutto le serate”); smantellamento dello stato sociale, come ulteriore conseguenza dell’indefinitezza dei confini tra destra, centro, sinistra; incolto ed errato  uso della parola “ideologia” come spauracchio nei confronti di coloro che si sforzano ancora di pensare da sé; svuotamento sostanziale del ruolo dei Parlamenti (l’Europa non ha un governo centrale, ma una Banca Centrale sì, ed i tecnici dettano le regole del governare); c’è un solo Stato europeo di cui l’euro è “proiezione e strumento”, la Germania, dominatrice nell’attuale informe “Europa a 27” (28 ora, con la Lettonia); la delinquenza bancaria, con le mafie che sono divenute una “normale” componente del mondo della finanza; il ceto politico a servizio dell’élite finanziaria; il falso bersaglio, quell’operaio o impiegato occupato che difende i diritti maturati in un secolo di lotte e che è ora additato come “l’egoista” responsabile dei mali del Paese ed incurante del futuro dei giovani; il ritorno alla schiavitù di ingenti masse di popolazione; il limite della concezione che considera il capitalismo trionfante come approdo della storia umana, perché “tutto ciò che nasce muore”; l’attentato al lavoro, principio cardine della Costituzione del 1948, e che, addirittura da un ministro, in evidente spregio della stessa, venne definito un “non diritto”…
Questo in breve il profilo dell’indispensabile saggio di Luciano Canfora, studioso più noto a chi s’aggira nel modo dei libri per i suoi studi storici e letterari sull’antichità classica e la “grande storia” che per la saggistica politica di attualità. Tuttavia il presente “tornante storico ridà, inopinatamente, una non fittizia, né forzosa, centralità agli studi sul mondo antico […] lo studio delle società antiche ridiventa di immediata attualità”  afferma Canfora stesso nel capitolo 11 del saggio, intitolato “Il ritorno della schiavitù”. Vi si illustra come il capitalismo del XXI secolo non disdegni forme di dipendenza schiavile dei lavoratori: ne sono testimonianza le “delocalizzazioni” di imprese produttive verso Paesi nei quali i salari (ed i diritti dei lavoratori) sono grandemente inferiori a quelli italiani. La conclusione del discorso di Canfora è amara: “… sembravano, le Costituzioni del secondo dopoguerra, aver determinato e stabilito un punto di non ritorno. Ora sappiamo che è possibile anche una marcia all’indietro, e che essa è incominciata”.

 

 

 

 
 
 
 
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