100% sbirro

100% sbirro
Essere un poliziotto della squadra mobile di Palermo, la famosa Catturandi, significa avere sin dal primo giorno non un incarico, non una semplice mansione, ma molto più che questo: una missione. Perché non si tratta di andare ad acciuffare ladri di galline o borseggiatori di mezza tacca, ma piuttosto andare a pescare nel torbido schifo della malacarne siciliana: boss mafiosi, fiancheggiatori, sergenti, sentinelle. E quando non basta - perché la mafia non è solo quella che spara - andare a scorticare la carta da parati dietro la quale si annidano le collusioni con banche e istituzioni pubbliche. Per questo non esistono turni di lavoro giacché un turno può durare ventiquattro ore, se è necessario. Non esiste nemmeno una famiglia a cui poter raccontare la propria giornata perché uno della Catturandi non può scoprirsi troppo, nemmeno con la propria moglie o i propri genitori. Questo mestiere, quello di dare la caccia ai Padrini di Cosa Nostra ed ai loro tirapiedi, è fatto di appostamenti, pedinamenti, intercettazioni telefoniche ed ambientali e, quando il momento è quello propizio, di blitz fulminei, inseguimenti, catture al cardiopalma. In questo mestiere non ci si può permettere un minuto di relax, le ferie sono un miraggio così come i sabati e le domeniche. La stanza delle intercettazioni diventa la propria casa, i colleghi della Catturandi propaggine naturale della propria famiglia tanto che definirsi colleghi è riduttivo, striminzito, ché a loro piace definirsi squadra. Qualcosa che va decisamente oltre il semplice rapporto di lavoro perché già il fatto di appartenere alla squadra mobile di Palermo, in una terra martoriata e dilaniata dalla mafia, significa portare sulla fronte la stigmate dello sbirro votato alla causa al 100% infischiandosene degli straordinari mai pagati, delle notti insonni corroborate solo da caffè caldi a litri e cornetti a chili, dei soldi messi di tasca propria perché i bilanci della Procura più di tanto non possono, del freddo patito nelle campagne palermitane a piazzare telecamere e microspie. Ma catturare un mafioso, un mammasantissima, un fottuto fiancheggiatore che porta pizzini da un capo all’altro della Sicilia vale molto di più di tutto questo; vale molto di più dei diritti e della vita affettiva e sociale a cui ogni poliziotto della Catturandi rinuncia colmando quel vuoto con cene, grigliate, mangiate e bevute in comune utili per rafforzare lo spirito di gruppo necessario per il successo delle operazioni che non conoscono orari né calendario. Così può capitare che la presentazione ufficiale della tua fidanzata alla famiglia sfumi perché ti trattengono in ufficio e alla poveretta tocchi pranzare coi tuoi genitori senza averli mai visti prima; oppure di simulare un furto per camuffare l’incursione in un appartamento da imbottire di microspie perché nel frattempo il padrone di casa si è accorto della tua presenza e beccarti anche qualche schiaffone dai colleghi per rendere più credibile la scena...
Tutti abbiamo visto, dopo la cattura di Giovanni Brusca, quegli uomini col passamontagna sul volto sporgersi dai finestrini delle auto in corsa ed urlare i nomi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Un urlo liberatorio che conteneva in sé esattamente tutta la carica di adrenalina, i sacrifici, le architetture al limite del possibile che I.M.D. descrive e racconta in questo 100% sbirro. Attraverso la lettura riusciamo a vedere la lotta alla mafia dal basso o, meglio, dal di dentro; non le frasi roboanti ad effetto lanciate dalle emittenti televisive, nei discorsi ufficiali delle alte sfere, ma il vero e proprio lavoro sporco fatto da uomini semplici, addirittura umili (se non è umiltà e spirito di servizio rimetterci di tasca propria per pedinare un mafioso), profondamente consapevoli che versare lacrime, sangue e sudore dietro un latitante valga più che spendere una sola parola. Giusta, giustissima l’osservazione del grande Camilleri stampigliata sulla copertina del libro (peraltro molto accattivante ed azzeccata, con un passamontagna nero ritagliato ed in evidenza su uno sfondo rosso) secondo cui alla fine sembrerà di aver letto “un rude e appassionante romanzo poliziesco, invece si tratta della vita quotidiana di un poliziotto della Catturando”. Ed infatti esausti si esce da queste pagine in cui sarà come se il mafioso lo avessimo pedinato noi stessi; tenendo il fiato sospeso per non fare rumore durante il piazzamento di micro e telecamere; sussultando se il rischio è quello di essere sgamati dai boss; esultando quando il segnale positivo ci farà capire che il blitz è andato bene ed un altro agente socialmente e politicamente cancerogeno è stato assicurato alla giustizia. Insomma, si rimane invischiati mani e piedi come affiliati succursali della Catturandi convinti, questa volta sì, di stare davvero dalla parte dei buoni.

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