1345 ‒ La bancarotta di Firenze

1345 ‒ La bancarotta di Firenze

Per Giovanni Villani, convinto sostenitore della scienza astrologica, il 1345 nasce sotto una cattiva stella per l’infausta congiunzione di Saturno e di Giove. In effetti in quell’anno diversi sono gli eventi drammatici, dalla prima fase della Guerra dei Cent’anni ai violenti scontri nel Mediterraneo tra cristiani e Turchi. Per Firenze la vera tragedia è però il fallimento delle sue compagnie di mercanti-banchieri, che mette in ginocchio non solo il ceto finanziario ma anche piccoli commercianti e artigiani, fino a colpire i semplici cittadini. La causa scatenante della crisi è la decisione del re d’Inghilterra Edoardo III, dopo la vittoriosa ma troppo costosa campagna navale del 1340 contro la Francia, di non restituire i prestiti contratti con i Bardi e i Peruzzi. In realtà già da alcuni anni la finanza fiorentina è in caduta libera. La “congiura dei Bardi”, l’incauto acquisto di Lucca con tanto di conflitto con Pisa, la perdita dell’alleanza con il papa e i sovrani angioini, portano al collasso economico di Firenze sempre più indebitata. Dal settembre 1343, il Comune, ritornato in mano ai popolari dopo la cacciata del Duca d’Atene per circa un anno signore della città, si trova a dover amministrare e controllare un debito oltre misura…

Nell’affrontare la grave crisi del 1345 Lorenzo Tanzini racconta un momento cruciale della storia di Firenze, il passaggio da un’economia finanziaria di respiro internazionale, ruotante su ingenti e rischiosi prestiti a re e a papi, a un’economia imprenditoriale e prettamente cittadina basata sulla centralità della “cosa pubblica” e sull’esaltazione dello Stato. Quello che colpisce della classe affaristica fiorentina è una visione della finanza molto moderna, un mix di spregiudicatezza e di razionalismo spesso cinico, che ha consentito alla città gigliata di superare bancarotte straordinarie e di trasformarsi nella grande Repubblica del ‘400. Il saggio segue due prospettive narrative tra di loro complementari. La prima, politica, ricostruisce da una parte la società fiorentina con particolare attenzione agli stretti intrecci tra potere pubblico e interessi privati, dall’altra si sofferma sui rapporti tra Firenze e le potenze italiane ed europee. La seconda, economica, spiega tecnicamente le modalità di investimento e di speculazione, la gestione del debito e soprattutto la struttura del “Monte”, l’istituzione di un debito pubblico fondamentale per il superamento della crisi del 1345. Se è vero che il denaro e la ricchezza sono fatti di numeri e di calcoli matematici, gli affari però si realizzano, ricorda Tanzini, solo grazie alla capacità di trasmettere fiducia, quella che Cosimo de’ Medici chiamava “fede, il tesoro dei mercatanti”. Un concetto che valeva ieri ma, alla luce delle difficoltà in cui versa l’attuale universo bancario, vale ancora oggi.



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