1527

1527
Maggio 1527. L’esercito di Carlo V si avvicina a Roma, e promette di metterla a ferro e fuoco. In città si diffonde il panico, anche se molti sperano ancora che un simile ‘sacrilegio’ non avverrà. Il destino intreccia le esistenze di Heinrich, capitano dei lanzichenecchi, e di Stefano, medico alla corte del cardinale Della Valle, mentre la furia cieca della violenza impazza per le strade di Roma...
Nel 1527, al culmine di una stagione interminabile di bizantinismi politici, trame segrete e tradimenti, la crisi tra il Papato di Clemente VII, al secolo Guido de’ Medici, e il regno di Carlo V d'Asburgo, Imperatore del Sacro Romano Impero nonché Re di Spagna, raggiunge lo zenit. Dopo una inarrestabile discesa verso sud, milizie spagnole e di un nutrito contingente di mercenari lanzichenecchi (dodicimila o forse ventimila) di Carlo V mettono a ferro e fuoco Roma il 6 maggio 1527 e la occupano fino al febbraio 1528, tra devastazioni, saccheggi, stupri, stragi indiscriminate e torture ai danni della popolazione inerme. La violenza fu tale che appena qualche giorno dopo, il 10 maggio, l'estensore di una relazione alla Repubblica veneta scriveva: “L'inferno è nulla in confronto colla vista che Roma adesso presenta”. Si stima che le vittime siano state circa 15.000 solo per le violenze, ma a queste vanno aggiunte le migliaia di morti causate da una atroce epidemia di peste che scoppiò subito dopo l’inizio dell’occupazione. Il Sacco di Roma causò non solo lutti tra la popolazione, non solo danni inestimabili al patrimonio artistico e architettonico, non solo la perdita di innumerevoli opere d’arte, sculture, gioielli, preziosi manufatti, ma anche la fine della splendida stagione artistica e culturale romana del primo ‘500. Fuggirono dalla Città Eterna in fiamme numerosi artisti che frequentavano la corte papale, tra i quali Perin del Vaga e Polidoro da Caravaggio, già allievi di Raffaello, i protomanieristi Parmigianino e Rosso Fiorentino: dopo di loro solo morte, lacrime e terrore. Il 17 febbraio 1528, quel che rimaneva dell'esercito imperiale abbandonò finalmente la città lasciandosi alle spalle un ultimo strascico di distruzioni e violenze. Dopo molti rinvii, Clemente VII ritornò in Vaticano il 6 ottobre del 1528 - a quindici mesi esatti dall'inizio del Sacco - trovandosi di fronte a una città stremata, diminuita dei quattro quinti degli abitanti, spogliata di tutto e in gran parte bruciata, attanagliata infine da una terribile carestia. Andrea Moneti sceglie questo sfondo corrusco per una storia che dosa sapientemente gli ingredienti classici dei grandi romanzi d’avventure: amore, morte, tradimento. Le persone ‘normali’ diventano come bestie feroci, mentre mercenari veterani di mille stragi scoprono di avere ancora un cuore. Sottopelle, il dramma della lotta fratricida alle eresie anabattiste, il ricordo del ‘folle volo’ di Thomas Muntzer e dei suoi seguaci, traditi da Lutero che si schierò inaspettatamente (?) contro i contadini e dalla parte di principi e proprietari terrieri. Un romanzo maturo, avvincente, gradevole che segna una tappa importante nella maturazione letteraria del suo giovane autore.

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