16 marzo 1978

16 marzo 1978

Ci sono febbrili consultazioni fra i principali esponenti della politica e i loro intermediari, quel 16 marzo 1978. Al di là del fatto che era previsto proprio per quel giorno il varo della prima esperienza governativa a guida Democrazia Cristiana con appoggio esterno del Partito Comunista, nella prima mattinata le famigerate, per alcuni equivoche Brigate Rosse hanno rapito Aldo Moro. Più volte ministro e capo del governo, prima segretario e poi ora presidente del partito cattolico da decenni detentore della maggioranza relativa dei voti in Italia. Nei palazzi che contano già cominciano a delinearsi le posizioni. Tra allarme e pragmatismo, la politica mette da parte le amicizie o inimicizie personali ed elabora una propria linea di azione. Improntata, per lo più, ad intransigenza e fermezza. Andreotti, Zaccagnini, Natta, Craxi e tanti altri. L’attacco al cuore dello Stato da parte dei terroristi, da qualche anno al centro delle cronache, non deve e non può far trapelare segni di debolezza. Dunque c’è chi pensa alla repressione e chi al dialogo. Peccato che lo Stato mostri subito delle crepe preoccupanti e delle debolezze congenite. Un senso di inadeguatezza che piano piano si farà sempre più evidente e darà segnale di un’epoca ed un modus operandi che non corrisponde più ai tempi che si stanno vivendo. Nei giorni successivi, per farsi una idea, secondo cifre ufficiali, ci saranno 72.460 posti di blocco e 37.702 perquisizioni domiciliari (6933 a Roma), 413.713 persone controllate (167.409 a Roma), 383.123 ispezioni di autoveicoli (96.572 a Roma). Ma Moro, pur non muovendosi dalla capitale, non sarà trovato. Nel frattempo c’è il dramma non solo di un crimine imprevisto, ma anche bagnato di sangue, con la morte di cinque uomini che componevano la scorta del rapito e che non torneranno più a casa quella sera, trucidati a sangue freddo con la sola colpa di svolgere un lavoro di pubblica sicurezza...

Sul rapimento di Aldo Moro, delle incongruenze e deficienze, degli annessi e connessi si è scritto molto in Italia ma anche all’estero. Uno di quegli snodi principali della storia recente dell’Italia repubblicana che hanno segnato gli anni a venire. Non solo per l’accordo fra due fazioni opposte, che Moro definiva semplicemente un reciproco riconoscimento, ma per l’evidente snaturata e fallata azione dello Stato. Bianconi, l’autore, ha già affrontato la vicenda raccontata, dall’inizio alla tragica fine. In una intervista a “Policlic” ha avuto modo di dire: “Probabilmente la storia italiana sarebbe andata in un’altra direzione se la mattina del 16 marzo non fosse stato rapito”. Il suo è un approfondimento molto ben costruito e affatto lezioso, su passaggi parlamentari, deposizioni in commissioni d’inchiesta, interviste coeve o meno, volte a ricostruire perlomeno in gran parte, quello che pubblicamente è possibile raccontare nei giorni immediatamente a ridosso del sanguinoso rapimento e con speciale se non assoluta attenzione al mondo politico di allora. La versione ufficiale della politica di fronte al fatto increscioso, insomma. L’autore ha il merito, come nel vero giornalismo d’inchiesta, di non schierarsi o mischiarsi con questo o quello schieramento da cui muove la narrazione, semplicemente, con prosa agile e documentata, racconta una storia. Vera. Quale sia il giudizio personale, l’approfondimento apre squarci illuminanti sulla intricata matassa.



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