3001: Odissea finale

3001: Odissea finale
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Futuro remoto. Il rimorchiatore spaziale Goliath, impegnato nella cattura di enormi asteroidi di ghiaccio tra gli anelli di Saturno da lanciare poi su Venere per accelerare il processo di terraforming, riceve un messaggio urgente dalla Terra: bisogna effettuare una missione di salvataggio assolutamente unica, il recupero di un reperto spaziale risalente a due millenni prima. Non si tratta però di un satellite in disuso o di un frammento di astronave come crede il capitano Dimitri Chandler, bensì – incredibilmente – di un astronauta alla deriva. È Frank Poole della “Discovery”, che nel 2001 è rimasto vittima dell’ammutinamento del computer Hal 9000 mentre era impegnato in una operazione di manutenzione esterna dell’astronave e da allora vaga per il sistema solare, congelato. Grazie alle stupefacenti tecniche mediche del 3001, Poole viene resuscitato, ma deve affrontare uno shock culturale pazzesco. Gli viene affiancata una storica di Oxford specialista del periodo 2000-2050 che almeno possa capire i riferimenti di quel reduce dal passato remoto e che lo aiuti a scoprire il presente. Un presente fatto di torri di carbonio indistruttibile alte 36.000 chilometri, di superamento della religione, di calotte cerebrali capaci di leggere “dischetti” in grado di contenere le sensazioni, le informazioni e i pensieri di una vita intera, un tempo in cui il ruolo dei monoliti neri è sempre più chiaro dopo la scoperta di uno di essi sepolto in Africa che probabilmente ha guidato l’evoluzione della razza umana. Consapevoli di essere i protagonisti di un immenso esperimento di ingegneria stellare, gli uomini si stanno preparando a incontrare i loro creatori e ad affrontarne il giudizio...

La saga iniziata nel lontano 1948 con la stesura del magnifico racconto breve “La sentinella” per un concorso indetto dalla BBC (concorso perso, va sottolineato) e proseguita nel 1964-1968 con il lavoro a fianco di Stanley Kubrick per il capolavoro cinematografico 2001: Odissea nello spazio, subito dopo divenuto un romanzo, giunge finalmente a compimento mezzo secolo dopo con il libro che chiude la saga dei monoliti neri. E Dio sa se ce n’era bisogno, di archiviare un ciclo partito da livelli artistici altissimi ma poi inesorabilmente (e rovinosamente) calato a ogni successivo capitolo. Era comunque buona creanza tirare le somme del plot, e Arthur C. Clarke lo fa in questo 3001: Odissea finale, che se da una parte mantiene lo stile frammentario, sgradevole e insensato dei due romanzi che lo hanno preceduto, dall’altra riprende un cliché letterario sempre efficace, quello del “profugo da un altro tempo” che scopre – assieme ai lettori – una società molto diversa dalla sua. Quindi perlomeno ci si diverte per un po’ di capitoli a scoprire la Terra (con annessi e connessi) del Tremila immaginata da un Clarke à la Jules Verne: poi purtroppo si è costretti a rituffarci nel plot vero e proprio, e si rischia la slogatura della mascella a furia di sbadigli. Ma la sonnolenza indotta dalla lettura non viene tutta per nuocere: per esempio potrebbe far passare inosservati i numerosi svarioni disseminati nel libro. Il più ridicolo? Frank Poole scopre con orrore che nel 2034 un asteroide è precipitato nel Pacifico causando un enorme tsunami che ha fatto milioni di morti. Bella idea, peccato che in 2061: Odissea tre di questo evento non ci fosse traccia.



 

 

 

 
 
 
 

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