33 giri – Gli anni Ottanta

33 giri – Gli anni Ottanta

Il 13 marzo 1978 esce in Italia La febbre del sabato sera e anche se immediatamente non sembra, con la voglia di andare a ballare durante il fine settimana, Tony Manero ci porta fuori dagli anni di piombo e ci fa entrare dritti dritti negli imminenti e rutilanti ‘80. La musica disco, i film erotici di serie B, la cultura giovanile dei paninari (unico movimento di stile giovanile internazionale nato in Italia), l’avvento di Canale 5 e delle sue trasmissioni simbolo (una su tutte Drive In), la caduta del muro di Berlino, il pentapartito, Bettino Craxi, la morte di Berlinguer e la fine di un sistema-mondo, i primi sentori di quello che di lì a poco sarebbe stata tangentopoli nella scoperta della P2. Gli anni ‘80 sono diventati un mito grazie alla loro estetica forte, nei vestiti coloratissima e barocca che nella giacca con le spalline ha creato uno status symbol. E in musica? La vulgata figlia di semplificazioni che distinguono le annate con paletti e divisioni vorrebbe che il passaggio dalla stagione impegnata del rock progressivo e politicizzato dei ‘70 al pop ottantiano fosse avvenuto quasi all’improvviso. Dall’impegno degli Area e dalla visionarietà prog del Banco del Mutuo Soccorso a Heather Parisi e ai Righeira, senza passare dal via. Ma è vero tutto ciò? È vero che in quella decade eravamo tutti imbambolati a guardare Fantastico e a ballare dischi synth pop?

A leggere bene il nuovo saggio di Mario Bonanno – concentrato in primis sulle figure dei principali cantautori italiani – si scopre che non era proprio così. Il breve compendio del saggista e giornalista musicale segue il precedente – uscito nel 2018 – concentrato sugli anni Settanta con la stessa formula. Un capitolo per ogni anno che in poche pagine riassume i fatti principali (musicali e non) utili alla contestualizzazione e in seguito propone delle schede disco con minirecensioni e considerazioni più o meno azzeccate sui dischi più importanti. Lo stile è volutamente veloce, le valutazioni sono spunti per eventuali e successivi approfondimenti, ma quello che colpisce è come l’intera decade non sia valutata con imparzialità. Il decennio viene bollato con aggettivi negativi (“artificiale”), la pop music viene valutata approssimativamente (“Se si esclude l’inconsistenza genetica della pop music e quella fine a se stessa della discomusic, la new wave del rock è fatta di elettronica, contaminazione di linguaggi, sperimentazioni spesso e volentieri implausibili”), e vengono pure usate alcune espressioni onomatopeiche fuori luogo (“a ridaglie!”, “bleah!”, utilizzo di punti esclamativi e interrogativi a profusione): ingredienti che sembrano ipotizzare un’inferiorità generale degli anni con l’otto davanti. Fortunatamente le recensioni degli artisti cari all’autore (Fossati, Gaber, Stefano Rosso, Bubola) sono più centrate e vanno dritte al punto, ma per farsi un’idea che contestualizzi più precisamente il periodo, è meglio rivolgersi ad altri testi. Quello che manca in questo breve saggio è la risposta a una semplice domanda, che dovrebbe porsi ogni critico: perché? Perché questi dischi tanto vituperati o tanto amati sono stati scritti in questo modo e utilizzando questi strumenti o arrangiamenti? Costruire i passaggi storici e formali che hanno portato alla definizione di opere d’arte è faticoso ma necessario, per un testo serio di critica musicale.



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