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Argentina, 1977. Il golpe militare organizzato da Jorge Videla a danno di Isabelita Peròn ha instaurato un regime del terrore. La violenza è all’ordine del giorno nelle case, nelle scuole, nelle aule universitarie. Il professor Gomez insegna letteratura inglese all’università di Buenos Aires e tutto vorrebbe fuorché prendere parte all’escalation di terrore che sta devastando il paese, ma ben presto si rende conto di non poter continuare a tapparsi gli occhi, a condurre la solita vita di sempre tra studi su Oscar Wilde, scappatelle omosessuali da tenere nascoste e una routinaria solitudine. E non sono solamente i pneumatici insanguinati delle Falcon verdi che attraversano ferocemente le strade della capitale o i pugni nello stomaco dati a una giovane donna e alla madre di fronte a una chiesa a risvegliare il professore dal suo annacquato peronismo di facciata. Saranno le squadre armate che irrompono durante la sua lezione per portare via con la forza il giovane studente idealista Esteban a spingerlo a cercare la verità, incalzando di domande il poliziotto Walter, con cui si sta occasionalmente frequentando. Saranno le crude dinamiche di una storia recente e violentissima a convincerlo ad ospitare la compagna incinta di un guerrigliero, fingendo coi vicini di casa che si tratti di una lontana nipote. Sarà la tragicità della storia a renderlo partecipe di tutto ciò, perché Gomez non è, non si sente un eroe, semplicemente “non si può sfuggire alla storia, nessuno può fare il finto tonto per quanto ci provi”…
Superlativa questa prova del sessantaduenne Guillermo Saccomanno. Vincitore del il prestigioso premio Dashiell Hammett assegnato nell'ambito della Semana Negra di Gijón, 77 riesce a raccontare con la precisione di un romanzo storico e le sfumature cupe di un noir uno dei momenti più tragici e violenti della storia argentina recente. Il 1977 è infatti l’anno culmine della repressione di Videla, salito a capo della Giunta Militare il 24 marzo 1976: la repressione tocca con ferocia giovani, donne, bambini. I militari non guardano in faccia nessuno, decine di migliaia di persone, sospettate di appartenere ad organizzazioni studentesche, sindacali, politiche potenzialmente in disaccordo con la Giunta vengono arrestate, torturate e segretamente uccise, creando il fenomeno dei desaparecidos, scomparsi da tutti i registri dei commissariati di polizia o delle autorità militari. Saccomanno fa parlare fatti e persone, fa descrivere a Gomez una Buenos Aires fredda, piovosa, trasudante sangue perfino dai muri: l’orrore della dittatura è reso tragicamente evidente da una serie di personaggi che ben incarnano la disperazione, genitori di figli spariti che si vedono recapitare due mani insanguinate che purtroppo conoscono molto bene, una madre che non riesce a far captare a una veggente le sorti del figlio, “perché da un passamontagna non si vede bene” o forse perché certe cose è meglio non rivelarle.  È Gomez a riportare tutto quanto, in uno sfogo taciuto tanti anni, come una voce che non riesce più a zittire e che ora vuole urlare il suo dolore, il dolore di chi non è riuscito a tapparsi gli occhi e che, spinto dai fatti, ha cercato di fare del suo meglio per chi stava lottando. Probabilmente non è riuscito a aiutare nessuno, ma è riuscito invece Saccomanno nel suo intento, creando un personaggio crudelmente verosimile, capace di far rivivere un pezzo di storia che non va dimenticato, a costo di infliggersi con la lettura un grande, doloroso pugno nello stomaco.

 

 

 

 
 
 
 
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